Capolinea Disperazione. Al Teatro Curci di Barletta, Gabriele Lavia e Federica Di Martino hanno messo in scena “Lungo viaggio verso la notte”, il dramma di Eugene O’Neill, vincitore del Premio Pulitzer alla drammaturgia

Un’inferriata chiude il fondale e la quarta parete, i tappeti coprono tutto il palco e lasciano cadere gli angoli oltre il suo perimetro, due librerie alte più di cinque metri accolgono una scala, una grande finestra opaca, sedie in midollino, divani, lampade, un interno alto borghese. Penombra: una donna vestita di bianco esce dalle quinte, sgattaiola tra i quadrelli dell’inferriata, si siede in proscenio ad un piccolo scrittoio, prende una scatola di ferro, estrae una siringa e si inietta qualcosa sulla coscia. Poi si alza, eterea, e va via.

Lungo viaggio verso la notte (Long Day’s Journey into Night) è l’opera teatrale più autobiografica del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill; completata nel 1942 con la richiesta da parte dell’autore che non venisse pubblicata prima dei venticinque anni dalla sua scomparsa, grazie ad un raggiro legale debuttò sulle scene nel 1956, solo tre anni dopo la sua morte, vincendo il Premio Pulitzer per la drammaturgia, quarto per O’Neill e primo postumo nella storia del Premio.

Prodotto da Effimera, Teatro della Toscana Teatro Nazionale, con la regia di Gabriele Lavia, adattamento a cura di Chiara De Marchi, traduzione di Bruno Fonzi, l’allestimento ha debuttato a febbraio 2025 ed è giunto nei giorni scorsi in scena al Teatro Curci di Barletta.

Il dramma si sviluppa in ventiquattr’ore: dall’alba di una soffocante giornata di agosto fino all’alba del giorno successivo, ugualmente grigio e opprimente, all’interno di una casa di campagna. I protagonisti di questa storia disperata sono i quattro componenti della famiglia Tyrone: Mary e James, sposati da 36 anni, e i loro figli Jamie ed Edmund interpretati da Federica Di Martino, Mary, Jacopo Venturiero, Jamie, Ian Gualdani, Edmund, mentre il ruolo di James è interpretato da Gabriele Lavia, che firma anche la regia.

Mistero, silenzi, angoscia, prostrazione, rabbia, sono in realtà i veri protagonisti di questo adattamento che svela allo spettatore peccati e vizi di ciascun personaggio in un crescendo di inquietudini e tensioni: James, patriarca poco rispettato dai figli e amato con disperazione da Mary, rivela sin dai primi momenti la sua personalità ego riferita, dispotica, di attore ormai decaduto, alcolista e attento solo all’accumulo di ricchezze e terreni; Jamie, il figlio maggiore, cinico, invidioso, dedito all’alcol, alle prostitute e attore di quart’ordine arrivato sul palco grazie alle raccomandazioni di suo padre, già nel primo atto dichiara fermamente “Io odio il teatro, papà!”; Edmund, il minore dei figli, ha invece provato ad allontanarsi dall’ombra paterna imbarcandosi come marinaio ma è tornato a casa sconfitto e malato di tubercolosi: generoso, fragile, subalterno a suo fratello Jamie e come lui fedele all’idea che l’alcol possa riempire il suo vuoto interiore.

È Mary però che attraversa il dramma catturando l’attenzione dello spettatore, è Mary la figura misteriosa che sorregge tutto l’adattamento: capiamo che è convalescente, che è tornata a casa da poco e che non deve agitarsi, ma non capiamo perché continua a sentirsi osservata e giudicata dai suoi familiari, non capiamo perché tutti temono di ritrovarla – spettro – nella stanza degli ospiti. Con lo sviluppo della trama Mary svelerà i suoi segreti: ragazza borghese allevata dalle suore, si innamora di James; viaggiando con lui in tournée ha partorito e cresciuto i suoi figli nelle stanze di alberghi di second’ordine aspettando che tornasse ubriaco ogni notte, ha perso un figlio e su di lei si è abbattuta la mannaia della colpa, ne ha partorito con dolore un altro e da allora è dipendente dalla morfina.

I protagonisti di questa tragedia famigliare non si redimono, non c’è speranza nel disegno di O’Neill, c’è solo consunzione, nei corpi e nelle anime, nessuno si salva, la nebbia non si dirada e il sole di agosto la rende ancora più soffocante mentre il suono cupo del nautofono rimbomba nella testa di personaggi e spettatori. Non c’è morale in questo dramma, non c’è salvezza, c’è un crescendo invece di disperazione e dipendenza, c’è infine solo una donna anziana che – in preda al delirio – arriva sulla scena vestita da sposa, senza più giustificazioni, bugie, dignità, lucidità.

Allestimento scenico di grande impatto a cura di Alessandro Camera e costumi drammaturgicamente cardinali di Andrea Viotti, regia estremamente precisa e puntigliosa per attori di grande talento che hanno portato in scena una tragedia familiare cupa e asfissiante, rimanendo nei personaggi nonostante i trilli dei telefoni cellulari a volume altissimo, il vociare continuo del pubblico, i commenti incessanti, le risate fuori luogo nei momenti più cupi e, al culmine della tragedia, anche i fuochi d’artificio sparati a pochi metri dal teatro. Spiace che tanto talento venga calpestato così, senza alcun rispetto per l’arte.

Simona Irene Simone
Foto dal sito della Compagnia

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