La chirurgia dei sentimenti. La rassegna DonneTeatroDiritti del Pacta Salone di Milano affronta la straziante poetica di Irène Némirovsky con la prima assoluta de “L’Orchessa” di Paolo Bignamini con Annig Raimondi e Paola Romanò

Ero molto curiosa di assistere a questo spettacolo. Parte per il mio interesse per l’opera letteraria e la vita di Irene Nemirovsky, parte per i temi così straziantemente umani. Il lato oscuro dell’universo femminile. Paolo Bignamini sceglie due dei racconti più interessanti della Nemirovsky per parlarci di animo umano perso nelle lande solitarie del narcisismo e dell’aridità sentimentale.

Un viaggio che si snoda lungo la linea di faglia tra amore e sopraffazione, orgoglio materno ed egotismo, lungo quel labile confine dove si mescola tragico e grottesco, nel lento oscillare tra potenti passioni e psicologiche giustificazioni che è spesso la vita. Questa “sintesi teatrale” è un racconto di donne contro donne, ma forse, sarebbe più giusto dire donne vittime della vita che, per non soccombere, si vestono di disperazione alimentando la rabbia della rivincita e, ad essa, si immolano come ad un dio. Insomma, carnefici di loro stesse e “inconsapevolmente colpevoli” carnefici di chi le circonda.

Annig Raimondi e Paola Romanò danno corpo alle parole taglienti e implacabili di una scrittrice di prim’ordine scomparsa troppo giovane, in un duello senza esclusione di colpi per bravura e spietatezza. Due racconti, L’Orchessa e La confidente, per un affresco lucido e feroce dell’animo femminile turbato e ferito dalla vita.

Orchessa” come nelle favole, per una favola senza gioia né speranza. Parafrasando una nota affermazione di Richard Keith Chesterton “𝐿𝑒 𝑓𝑎𝑣𝑜𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑖 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑜𝑛𝑜. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑙𝑜 𝑠𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑔𝑖à…” Infatti così viene soprannominata una donna incontrata e “letta” da una bambina – Annig Raimondi in vacanza con il padre, ospiti in un triste hotel termale, prigionieri di una piovoso fine stagione. “C’è qualcosa di più triste di un hotel a fine stagione?

E quindi, Orchessa, non per il suo aspetto, ma per il suo carattere, il suo mondo interiore buio e inquietante. Il suo ruolo di madre è solo un’ occasione di rivincita personale e sociale. Un sogno per interposta persona. Le figlie schiave dell’approvazione materna se non del suo amore sono agnelli sacrificali offerte come riscatto per i progetti di una matrigna più che una madre. Il narcisismo materno si nutre lentamente, ma inesorabilmente delle figlie, divorandole come Crono con i suoi figli, lasciando un involucro vuoto, sputando le misere ossa ormai spolpate, come si addice a ogni orchessa che si rispetti. Violenza mascherata d’amore, narcisismo venduto come cura.

Per placare la nullità della sua esistenza, il fallimento dei suoi “castelli” giovanili, l’Orchessa è disposta a tutto, ad usare ogni mezzo: il ricatto affettivo, l’adulazione, il senso di colpa. Sarà sempre lei la protagonista di ogni scelta, di ogni piano e, al tempo stesso, la vittima di ogni delusione. Perché, si sa, “i figli sono fonte di continue delusioni”, soprattutto se si permettono di morire sfuggendo al controllo! La prima “figlia sacrificale”, così talentuosa e accomodante osa essere cagionevole di salute e “può solo morire” per deludere, ancora una volta, le aspettative della madre. Per fortuna, L’Orchessa – Paola Romanò ha una seconda figlia da offrire al suo Ego e sarà certamente un’ attrice famosa, un genio del teatro. Così è deciso, così deve essere.

Nulla può fermare l’Orchessa; se non sarà Noelle, fiocco di neve, che si è liberata troppo presto dai suoi artigli grazie alla morte, sarà Edith a riscattare l’infelicità meschina eppure così triste della madre, e, se non sarà lei, l’Orchessa ha già tra gli artigli una nuova preda, la piccola nipote. In un finale degno delle migliori fiabe, l’Orchessa si trasforma anche fisicamente, con una mimica facciale stupefacente che merita un plauso a parte, nel suo animo mostruoso. La maschera è caduta. Chirurgia dei sentimenti. Uno stiletto nel cuore.

Intanto, il secondo racconto s’insinua. Questa volta è Annig Raimondi a dettare il ritmo trasformandosi ne La confidente, eminenza grigia più che Pigmalione della bella Florance. La donna non è bella, ma molto intelligente, scaltra e determinata ad ottenere ciò che la Natura non le ha concesso e la Vita le ha negato ed è disposta a pagare il prezzo di arida solitudine richiesto.

Crea un simulacro, una donna – statua, vuota seppur bella, da riempire a suo piacimento con sé stessa. Alla morte della giovane sposa, la verità, brutale e fredda come la morte si svelerà impietosa all’innamorato marito. Come si può salvarsi dall’aver amato un sogno, un essere inesistente, qualcuno che proprio perché senz’anima si è così bene adagiato sulla tua? Non è la saggezza dell’acqua che resta se stessa in qualsiasi recipiente; è l’impietosa freddezza dello specchio che rimanda la tua immagine, ma con le sembianze di un’altra persona e, mentre pensi di amare un altro essere umano così miracolosamente compatibile, stai amando te stesso. Potrà mai salvarsi da questo incantesimo infranto? Non c’è salvezza, non c’è speranza e nemmeno redenzione in questo racconto tanto lucido quanto amaro.

Due interpretazioni superbe con una capacità di entrare ed uscire dai vari personaggi che lascia ammirate. Ogni singolo applauso è meritato. Il finale, poi, è degno di un momento di silenzio. Un omaggio ed insieme un atto di resistenza in un tempo che tanto sembra aver bisogno di ricordare.

Buio in sala. Ultima scena. Due gazze ladre – corvi della Morte che rubano ogni cosa, ori ed esseri umani, sputando ossa in un’orgia di Morte. Una data svela il messaggio: 13 luglio 1942. Quel giorno venne arrestata Irene Nemirovsky e portata ad Auschwitz dove morirà. Quel giorno, più del giorno della sua morte biologica ricopre un’importanza profonda per tutti noi. In quel momento è stata zittita la voce di una grande scrittrice, di una donna ed un’intellettuale. E dopo l’Arte di vivere, arrivano i corvi della Morte e divorano ogni cosa lasciando solo ossa dietro di loro.

Manuela Composti
Foto di Emma Terenzio

L’ORCHESSA prima assoluta
dai racconti di Irène Némirovsky
PACTA Salone
DonneTeatroDiritti
da “L’orchessa e altri racconti” di Irène Némirovsky – Adelphi Edizioni
traduzione di Simona Mambrini
drammaturgia e regia Paolo Bignamini
con Annig Raimondi e Paola Romanò
scene e disegno luci Fulvio Michelazzi (AILD)
costumi Nir Lagziel
assistente alla regia Diego Villalón
produzione PACTA dei Teatri

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