
Sulle assi del Teatro Piccinni di Bari, in esclusiva regionale, la mitica coppia composta da Umberto Orsini e Franco Branciaroli ha regalato al pubblico la commedia di Neil Simon The sunshine boys (I ragazzi irresistibili), scritta nel 1972 – diventata film cult nel 1975, diretto da Herbert Ross con i mitici Walter Matthau e George Burns nei ruoli dei protagonisti, vincitore di un Oscar e quattro Golden Globe – e ispirata alla storia reale del duo comico Joe Smith e Charles Dale.
Massimo Popolizio ha curato la regia dell’allestimento prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini, Teatro de Gli Incamminati, Teatro Biondo di Palermo, lasciando grande libertà ai due protagonisti: l’esagitato e caustico Willy interpretato da Franco Branciaroli e il mite e petulante Al interpretato da Umberto Orsini che per due ore di spettacolo ha adeguato magistralmente corpo e voce alle caratteristiche del suo personaggio. Sulla scena anche Flavio Francucci, Sara Zoia, Giorgio Sales, Emanuela Saccardi, altrettanto compenetrati nei loro personaggi, secondari ma fondamentali per lo sviluppo della trama. Scene curate da Maurizio Balò, costumi da Gianluca Sbicca, luci da Carlo Pediani e suono da Alessandro Saviozzi, per uno spettacolo in tournée dalla stagione 2023/2024 che ha superato le 180 repliche toccando tutto lo Stivale.

I ‘Sunshine boys’ Willy Clark e Al Lewis hanno recitato i loro spettacoli comici a Broadway per quarantatré anni ma da undici si sono separati a causa di insanabili incomprensioni, martelli pneumatici digitali e saliva pirotecnica nell’articolazione della lettera “P”. Dopo il ritiro dalle scene di Al, le vite dei due hanno preso strade molto diverse: se Willy continua a vivere nella spoglia stanza di un sordido albergo di New York sperando di tornare alla ribalta non foss’altro che per interpretare uno spot per le patatine fritte, Al si dedica alla placida quotidianità della casa di sua figlia in New Jersey. È l’ostinazione di Willy nel non accettare di percorrere il viale del tramonto il motore di tutta la commedia: questo vecchio attore comico che continua a dire che “le parole con la ‘z’ fanno ridere”, questo personaggio che non si rassegna a guardare la fine della sua carriera e che prova un astio indicibile nei confronti della sua spalla da quando ha deciso di ritirarsi e lasciarlo solo, portano i due vecchi ‘soci’ a tornare sotto i riflettori di uno studio televisivo per un ultimo sketch, lo Sketch del dottore, un classico numero di vaudeville che i due hanno recitato per decenni durante la loro carriera. Ma niente è come prima: non c’è pubblico in sala, le risate sono registrate e fuori tempo, Willy vuole cambiare le battute per rinfrescare lo show mentre Al resta ancorato alle battute originali, Willy è sempre più esagitato, i tempi televisivi non sono quelli di Broadway e c’è troppa gente che va troppo di fretta e pretende troppo da due anziani attori. Così anche l’ultimo sogno di gloria sfuma e i due si ritrovano ancora una volta a rinfacciarsi colpe e mancanze reciproche finché non si accorgono che – nonostante abbiano fatto di tutto per allontanarsi – finiranno i loro ultimi giorni recitando insieme.

I ragazzi irresistibili di Popolizio recitano per due ore senza microfono calcando il palco con sicurezza e agilità, conquistano il pubblico con la loro comicità elegante anche quando lo sketch del dottore tocca temi che oggi appaiono estremamente delicati e imbarazzanti ma tant’è, un testo del 1973 che cita un vaudeville dei primi anni del Novecento, temo sia per sua stessa natura politicamente scorretto. Per apprezzare la pièce (lontana anni luce dalla precedente opera affrontata dalla coppia, Pour un oui ou pour un non di Nathalie Sarraute, recensita su queste stesse pagine) bisogna invece soffermarsi sugli altri temi che riempiono il palco: la malinconia verso un tempo che non c’è più, quella saudade che l’essere umano prova ogni volta che guarda al suo passato, un passato che sembra sempre bellissimo e privo di problemi; il grande spazio dedicato al rapporto umano più fresco e insieme più profondo che è l’amicizia, questo sentimento che dall’amore non ha preso la passione fisica ma che come l’amore ci fa sentire protetti e come l’amore ci fa sentire abbandonati e infine c’è in questo testo una grande e dolcissima visione della fine dei nostri giorni, di quando saremo stanchi, un po’ sconfitti, sopraffatti dalla vita ma vorremo ancora vivere, di quando ci accorgeremo che il sipario si sta chiudendo ma avremo ancora voglia di spiare il pubblico in sala.
È questo un teatro antico, un teatro fatto di voci e di corpi, un teatro che ha bisogno di tempo per spiegarsi e di silenzio e rispetto per essere compreso fino in fondo, è un teatro che parla di noi, di come saremo tra dieci, venti, trenta o quarant’anni.
Simona Irene Simone
Foto di Nicolò Feletti