“Il mare, dove ciascuno, come in uno specchio, ritrova se stesso”: al Teatro Carcano di Milano rivive “Moby Dick”, il capolavoro di Herman Melville, con un Moni Ovadia/Achab magistrale

Buio in sala.
Siamo sulla tolda del Pequod, la baleniera dalle mille avventure, casa per marinai che non temono nulla, dalle tempeste alle bonacce, ma che presto impareranno a temere Moby Dick!

Il copione segue il racconto di Herman Melville da cui è tratto e questo è certo rilassante perché non presuppone stravolgimenti di interpretazione o particolari doti per seguire la nota trama. Rimango subito affascinata da un Moni Ovadia – Achab magistrale che non teme né il pubblico né il mare seducendo e spaventando al medesimo tempo con la sua follia. La scenografia è intrigante, curata nei particolari e gli effetti speciali avvolgono lo spettatore con maestria trasportandolo direttamente sul ponte della baleniera, tra i ghiacci, le tempeste, le bonacce, giù giù fino in fondo agli abissi dove il Pequod e il suo equipaggio incontreranno il proprio destino.

La voce narrante è Ismaele – Melville che già nel nome porta il suo messaggio: Dio ascolta. In questo caso direi che Dio non ha ascoltato solo le preghiere e l’animo di Ismaele, ma soprattutto quello di Moby Dick, allegoria della Natura, della Potenza del Creato, della Libertà e del diritto alla vita che, per sua stessa natura, può trasformarsi in Morte. Dio ha, insomma, ascoltato Se stesso. A onor del vero, Ismaele, nella Genesi, viene spesso associato anche al concetto di erranza. Egli è il vagabondo e per estensione l’esule ed è così che si presenta imbarcandosi sulla baleniera insieme a Queequeg, maschera dell’amicizia e della lucidità che alcuni chiamerebbero preveggenza. Ismaele sarà anche l’unico a sopravvivere non perché si sia rivelato il più intelligente o il miglior marinaio a bordo, ma perché sarà l’unico ad accettare realmente il Limite ed il Mistero.

Queequeg è una figura enigmatica nel libro come sul palcoscenico. Appartiene ad una civiltà differente e quindi non è schiavo degli stessi valori né soggetto alle stesse urgenze degli altri. Mantiene sempre uno sguardo distaccato, da spettatore della vita. E’ questo stesso atteggiamento che gli consentirà di guardare la realtà negli occhi con spietata lucidità, senza la nebbia delle emozioni, senza aspettative né volontà di dominio. La bara che costruirà durante il viaggio si rivelerà il legno grazie al quale proprio Ismaele troverà la salvezza. Indizio questo molto interessante e che potrebbe passare sottotraccia nel fluire del racconto, ma che indica una volontà precisa dell’autore come del regista. Melville sembra volerci suggerire il legame sottile eppure salvifico tra la Vita e la Morte. Il viaggio della Vita ha come traguardo certo la Morte, ma il punto focale non è il traguardo quanto il viaggio stesso, la consapevolezza che si acquisisce nel lungo trascorrere dei giorni. La cosa importante è il ponte non le rive.

L’opera letteraria e insieme la riduzione teatrale di Micaela Miano, con la regia di Guglielmo Ferro, è una continua allegoria. Parla di mare, di caccia alla balena, di commercio, certo. Ci mostra uno spaccato di società, dove gli uomini sono pronti a strappare ogni attimo alla vita, narra del coraggio di guardare negli occhi la propria sorte. E, poi, molto altro.

Melville racconta della Natura e dell’essere umano come sua parte integrante. Ci mostra le vette dell’animo quando genera amicizia, solidarietà, “tremore di Dio” davanti alla magnificenza della Vita e alla potenza prorompente della voglia – diritto di esistere di Moby Dick e, insieme, ci ricorda la profondità del suo abisso quando abbraccia la follia della vendetta e l’irrazionalità istintuale con la quale è in grado di perseguire la propria distruzione.

E Achab, il capitano innamorato della propria ossessione? La coincidenza degli opposti si realizza in lui. Perfino il nome porta in sé una profezia e un monito. Achab significa “Egli sarà unito”: e così è: Uno con la sua follia e ossessione, Uno con la sua vendetta, Uno con Moby Dick – Natura e Fato. L’essere umano è un continuo evolversi ed adattarsi alle forze che operano dentro e fuori di lui; E’ “coincidentia oppositorum”, amalgama di Bene e di Male, Luce e Ombra, Vita e Morte.

Achab – Ovadia, invece, è la maschera di una personalità intransigente, monolitica e proprio questa incapacità a danzare armoniosamente con la Vita sarà il suo peccato e la sua condanna. La sua stessa vita s’invera e si compie nella vendetta e, quindi, nel suo destino di morte. Ha scelto l’autodistruzione e, paradossalmente, bisogna convenire che anche questa è una forma di libertà, una testimonianza di libero arbitrio. Non si può certo negare che egli sia, cambiando angolazione, anche il prototipo dell’uomo che non accetta di essere eterodiretto da nulla e nessuno, nemmeno da Dio, nella consapevolezza del prezzo da pagare. Egli incarna allora il gesto eroico e disperato di chi si ribella alle forze cieche e impietose del Creato. La lotta disperata di un uomo ed un Titano. Non riconosce come suo Dòmino alcun Limite. Impresa eroica e insieme disperata.

Un plauso all’interpretazione di ogni singolo attore. Ognuno incarna una maschera dello spettro umano e al tempo stesso ne sottolinea la contraddittorietà.

E Moby Dick? Il “Convitato di pietra”, sempre presente nella sua assenza come si addice ad ogni ossessione. Incombente, minacciosa eppure indifferente; Potente come Dio, impietosa come il Destino e travolgente come la Natura. Tutto il dramma scorre nella sua ricerca, nella sua caccia, nella follia assoluta dunque slegata da tutto ciò che è il Reale. Moby Dick non li cerca, non è a caccia delle sue “vittime”. Pensarlo è solo un ulteriore peccato di ubris. La grande balena bianca, il cui albinismo suggerisce già un miracolo della Natura, è anche lei, come l’essere umano, come ogni cosa nel Creato, sintesi degli opposti: Bene e Male, Libero arbitrio e Servo arbitrio. E’ vita che chiede di vivere.

Quest’opera, simile ad una scatola cinese, apre la porta ad un viaggio rivelatore dentro le nostre paure, nelle nostre convinzioni assolute, nel nostro modo di affrontare il mondo e le sue sfide. Lo scontro senza pietà è con il proprio buio ed il mare si rivela essere il nostro universo interiore, con la sua sensazione di infinitudine ed insieme i suoi confini, coincidenza degli opposti. Il viaggio della Vita. Sipario.

Usciamo dal teatro in un chiacchiericcio concitato di commenti e impressioni, ma anche con un monito chiaro nella mente: Guardatevi dalle vostre ossessioni perché sono loro a creare il vostro mare in tempesta. “Che Achab si guardi da Achab”.

Manuela Composti
Foto dal sito del Teatro

Teatro Carcano – Milano
MOBY DICK
di Herman Melville
con Moni Ovadia 
e con Matteo MilaniGiorgio Borghetti
Nicolò GiacalonePap Yeri SambFilippo Rusconi,
Giuliano BruzzeseMoreno Pio MondìMarco Delle Fratte
adattamento Micaela Miano
regia Guglielmo Ferro 
scenografie Fabiana Di Marco 
costumi Alessandra Benaduce 
musiche Massimiliano Pace
fotografie Riccardo Bagnoli 
produzione Centro Teatrale BrescianoTeatro QuirinoCompagnia Molière

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