
Al Teatroteam di Bari, Vincenzo Salemme torna a dimostrare quanto la commedia napoletana sappia ancora parlare al presente. Con Ogni promessa è debito, riproposto a grande richiesta nel teatro barese per tre repliche sold out, costruisce uno spettacolo che si muove tra farsa e riflessione, rimanendo fedele alla grande tradizione teatrale partenopea che va da Totò a Eduardo De Filippo: ridere dell’assurdo per raccontare, in realtà, qualcosa di profondamente umano.
La trama si sviluppa attorno a Benedetto Croce, omonimo ironico che nulla ha a che fare con il filosofo, un uomo vedovo e pieno di debiti che, durante un naufragio, in uno stato sospeso tra incoscienza e sonnambulismo, fa un voto alla patrona del suo paese, Sant’Anna. La promessa è tanto precisa quanto spropositata: 5.557.382,60 euro.
Il paradosso comico nasce al risveglio. Benedetto non ricorda nulla, ma il paese sì. E tutti, figli, sindaco, parroco, banca, concittadini, pretendono che quella promessa venga mantenuta, perché, come recita il proverbio popolare che dà il titolo alla commedia, ogni promessa è debito.
Il fulcro drammaturgico si muove allora su una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: una promessa fatta mentre si dorme ha davvero valore? Se il voto nasce in uno stato di sogno, è comunque vincolante nella realtà? Salemme costruisce intorno a questo dilemma una galleria di personaggi che sembrano usciti direttamente dalla Smorfia napoletana: l’influencer, il banchiere, il sindaco, il prete, il carabiniere, il fratello, i figli. Figure che incarnano un’intera comunità pronta a rivendicare la propria parte di quella promessa, come se tutti si sentissero destinatari di una fortuna possibile.
Emerge, qui, un elemento culturale fondamentale: il valore del sogno nella tradizione napoletana, già magistralmente trattato da “Non ti pago”, il capolavoro eduardiano cui Salemme sembra strizzare l’occhio. A Napoli il sogno non è mai soltanto un evento notturno. Non si liquida con un “era solo un sogno”. Si racconta, si interpreta, si traduce in numeri attraverso la Smorfia. Non a caso, in napoletano sonno e sogno coincidono nella stessa parola: “suonno”. Il sogno diventa così azione drammatica che mette in scena e rende reale quel ponte tra desiderio, superstizione e speranza.
Nel contesto della commedia questo immaginario assume una dimensione sociale: la possibilità di cambiare vita con una vincita milionaria. Non è soltanto un espediente comico, ma il riflesso di un rapporto antico con la fortuna e con il gioco, dove almeno nel sogno è possibile il riscatto improvviso. Benedetto appare allora come un uomo benedetto dalla fortuna, ma allo stesso tempo messo simbolicamente in croce da chi reclama il premio di quella ipotetica vincita. La promessa diventa una croce morale, un debito collettivo che la comunità pretende di esigere.

Accanto al protagonista spicca il personaggio di Roberto, una “spalla” che ha il suo vertice nello straniamento comico. Roberto, cameriere poco esperto, che non sa di essere un cameriere, non capisce mai davvero ciò che accade, non trova le parole, oppure le usa a sproposito, non capisce le metafore, interpreta tutto alla lettera, muovendosi, così, su una logica diversa da quella degli altri personaggi. Il risultato è un continuo cortocircuito di malintesi che amplificano l’assurdità delle situazioni e che permettono a Salemme di sfoggiare tutto il suo talento artistico. Se Benedetto è travolto dall’evento paradossale, Roberto è lo straniamento fatto persona: guarda il mondo con un’ingenuità che ne deforma costantemente il senso.
Ma sotto la superficie della comicità emerge anche una riflessione più seria, affidata alla voce della figlia. È lei a riportare tutti alla realtà con due considerazioni disarmanti. La prima: una vincita può forse sanare i debiti della famiglia, ma non può risolvere tutto. La seconda: la pizzeria di famiglia non sta fallendo per la concorrenza sleale, ma perché manca chi la viveva come un sogno. La madre portava avanti quell’attività per amore, non per profitto. Ora però i sogni sono cambiati. E quando i sogni cambiano, suggerisce la commedia, bisogna avere il coraggio di svegliarsi.
È proprio in questo passaggio che Salemme dimostra la sua abilità: la farsa si trasforma in una riflessione sul rapporto tra desiderio e realtà, tra fortuna e responsabilità, tra sogno e coscienza, tra realtà e promessa, una su tutta: la pace, promessa continuamente smentita.
Il tutto è sostenuto da un cast affiatato ed efficace: Nicola Acunzo, Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Sergio D’Auria, Oscarino Di Maio, Pina Giarmanà, Gennaro Guazzo, Antonio Guerriero, Geremia Longobardo, Rosa Miranda, Agostino Pannone e Fernanda Pinto, che accompagnano Salemme con ritmo e precisione comica nessuna sbavatura, neppure quando c’è da parte dell’attore una voluta interruzione dell’illusione scena per interagire con il pubblico.
Il voto finale non può che essere simbolico. Nella Smorfia napoletana il numero 72 rappresenta la meraviglia. Ed è proprio la meraviglia la sensazione che resta alla fine dello spettacolo: quella capacità tutta napoletana di ridere del destino, di beffare la morte, di trasformare un sogno assurdo in teatro e di ricordarci, tra una battuta e l’altra, che, a volte, la vera fortuna non è vincere, ma capire da quale sogno è il momento di svegliarsi.
Vicky Berardinetti