“The individualism of Gil Evans”, il nuovo avvincente progetto del Quartetto di Roberto Ottaviano, conquista il Duke Jazz Club di Bari

Ancora una volta sul palco del Duke Jazz Club di Bari, il quartetto di Roberto Ottaviano (al sax soprano e tenore), con Giuseppe Bassi al contrabbasso, Eugenio macchia al pianoforte e al piano elettrico, e Pippo D’Ambrosio alla batteria, ha dato spettacolo. Quattro splendidi musicisti ben affiatati, per rendere un delizioso omaggio a Gil Evans, uno dei più grandi arrangiatori, band leader ed innovatore che il jazz abbia mai espresso.

Gil Evans, pseudonimo di Ian Ernest Gilmore Green (Toronto, 1912 – Cuernavaca, 1988), è stato un pianista, arrangiatore, compositore e bandleader canadese. È ricordato come importante innovatore negli ambiti del cool jazz, jazz modale, fusion e free jazz.

Prese il cognome del suo patrigno, John Evans, un minatore che costrinse la famiglia a frequenti spostamenti, nel Saskatchewan, nella Columbia Britannica, a Washington, nell’Idaho, nel Montana e nell’Oregon, ovunque il padre di Evans potesse trovare lavoro. Alla fine, la famiglia finì in California, prima a Berkeley, dove Evans frequentò la nona e la decima classe, poi a Stockton, dove frequentò la Stockton High School, diplomandosi nel 1930. 

L’incontro tra Evans e Davis avvenne nel 1947, e di certo è stato determinante per la sua carriera. Con il giovane Gerry Mulligan e con il pianista John Lewis si formò un gruppetto di musicisti interessati a sviluppare delle idee musicali nuove, moderne, in grado di superare il bebop. Il suo appartamento sulla 52ª strada era diventato un vero laboratorio musicale per il continuo andirivieni di giovani e meno giovani musicisti, che si fermano a dormire e discutere di musica e vita; tra loro Charlie Parker, George Russell, Gerry Mulligan, John Lewis, Miles Davis; da questi incontri nascerà di li a poco il nonetto noto con il nome di Tuba Band, le cui sedute di incisione confluiranno nel Birth of the Cool: ad esso partecipano, tra gli altri, John Lewis, Gunther Schuller, Gerry Mulligan, Max Roach, J.J. Johnson e Lee Konitz.

Nel 1956 Evans incide, per la Prestige, il primo disco a proprio nome (“Gil Evans and Ten”, con Steve Lacy, Paul Chambers e Jimmy Cleveland); l’anno seguente Miles Davis lo chiama al suo fianco, iniziando così una fruttuosa collaborazione per la Columbia Records, che produrrà tre album: Miles Ahead, Porgy and Bess, Sketches of Spain, a cui farà seguito l’indimenticabile “Quiet nights”. Gil Evans incide nel frattempo anche a proprio nome due album capitali per la Pacific Jazz: New Bottle, Old Wine (con Julian Cannonball Adderley) e Great Jazz Standards. Seguirà (1960) quello che viene considerato uno dei vertici della discografia evansiana Out of the Cool (con Johnny Coles, Jimmy Knepper, Elvin Jones, Ron Carter, Budd Johnson). Segue nel 1963-64 il travagliato ma splendido “The Individualism of Gil Evans”, con Kenny Burrell, Wayne Shorter, Thad e Elvin Jones). Saranno questi gli anni di massimo splendore della carriera di Gil Evans.

Seguono anni di crisi personale e di oscurità, poi, nel 1969, l’uscita di una nuova incisione con una formazione totalmente nuova e caratterizzata dalla presenza di strumenti elettrici; da qui alla morte, la vita di Evans è una continua tournée con esiti altalenanti, ma spesso eccellenti, come The Gil Evans Orchestra Plays the Music of Jimi Hendrix, assieme ai fedelissimi Lew Soloff, Hannibal Marvin Peterson, Bruce Ditmas, Warren Smith, David Sanborn, Dave Bargeron, Dave Taylor, John Clark, Bob Stewart, Howard Johnson, Billy Harper, George Adams.

Indimenticabile, nell’estate 1987, la sua partecipazione al Festival di Umbria Jazz, con ospite d’eccezione il cantante britannico Sting. Un concerto che ha fatto storia, anche se già in precedenza aveva riproposto musiche rock di Jimi Hendrix. L’incontro tra l’orchestra di Gil Evans e il cantante pop-rock resta una pagina indimenticabile di Umbria Jazz. E a tal proposito il nostro Roberto Ottaviano ha raccontato ai presenti che in quell’occasione ricevette una telefonata dal manager italiano di Gil Evans perché avevano bisogno di di un musicista che potesse sostituire il sax baritono, che aveva dato forfait. Dopo una sua prima risposta negativa, quando poi aveva inteso il vero motivo della telefonata, non fu troppo convincente e alla fine, per la sostituzione fu chiamato il sassofonista britannico John Surman. Sono passati quasi quarant’anni, ma evidentemente questa occasione persa resta una ferita aperta.

Tra le ultimissime produzioni di Gil Evans (successive al concerto con Sting), vorrei segnalare due Album particolarmente significativi: “Collaboration”, con la cantante Helen Merrill, registrato ad agosto 1987, e l’ultimissimo Album, “Paris blues”, in duo con Steve Lacy, registrato a Parigi il 30 dicembre 1987, a meno di tre mesi dal suo decesso a causa di peritonite, avvenuto il 20 marzo 1988, mentre si trovava in Messico.

Undici i brani presentati durante il concerto al Duke. L’apertura e la conclusione (il bis) è stata affidata a due brani tratti dall’opera “Porgy and Bess” di George Gershwin, che era stata riproposta nel 1959 in un album di Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans. Non sono però mancati brani più che noti: “Las Vegas tango”, “Milestone”, “The time of barracudas”, sia brani meno noti (“Song n° 2”, “Petit Machine”, oltre a brani di altri autori (“The Duke”, di Dave Brubeck, “Alliance”, di Robert Wayatt, ispirato al brano “The maids of Cadiz” inciso da Miles Davis e arrangiato da Evans), Ovviamente, in questa carrellata, non poteva mancare un omaggio alle musiche di Jimi Hendrix con “Up from the skies”.

Sui musicisti c’è poco da aggiungere. Sono quattro musicisti tutti pugliesi, ma questo, di fatto, non sminuisce il loro valore artistico. Roberto Ottaviano non da ora è abile a presentare progetti sempre interessanti ed accattivanti. Giuseppe Bassi si conferma un pilastro, con il suo suono corposo e swingante. Eugenio Macchia, il più giovane del gruppo, non smette mai di sorprendere. Ogni volta che lo si ascolta sembra sempre migliorare. E Pippo D’Ambrosio è stato impeccabile, con un drumming sostenuto. Bravi davvero, tutti e quattro, con un ottimo interplay fra loro.

Almeno per me, la figura di Gil Evans è sempre stata e resta un pilastro della musica contemporanea. E’ stato un precursore ed un innovatore del Jazz, fino all’ultima sua produzione. Mi auguro che con questo omaggio dei nostri musicisti, qualcuno in più sia attirato ad approfondire la sua figura, si certo non marginale. Una serata davvero interessante.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro

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