
Si è aperto il sipario della Fondazione Teatro Petruzzelli sulla “Stagione Carusi” con applausi a scena aperta per Eleonora Buratto, una delle voci più belle attualmente presente sui palcoscenici internazionali, tornata sul palcoscenico del politeama barese dopo dieci anni dal debutto nel ruolo di Contessa in Le nozze di Figaro.
Aria di Gala è il primo evento interamente progettato, voluto e firmato dal nuovo sovrintendente Nazzareno Carusi.

A fare gli onori di casa il Coro e l’Orchestra residenti, sotto la direzione del maestro Sesto Quatrini, già direttore artistico del Lithuanian National Opera and Ballet Theatre, nonché direttore d’orchestra e compositore attento al recupero del patrimonio musicale e alla riscoperta di titoli rari o poco rappresentati come Un giorno di regno di Verdi, Giulietta e Romeo di Vaccaj, Coscoletto di Offenbach, Ecuba di Manfroce, Francesca da Rimini di Mercadante e Chiara e Serafina di Donizetti.
Il programma si è prestato a una narrazione in musica delle ispirazioni, delle stratificazioni che hanno segnato il genio verdiano dal suo maestro Vincenzo Lavigna, musicista pugliese, nativo di Altamura, che visse a Milano dove costruì una robusta carriera tra i teatri della Canobbiana e La Scala, passando per Donizetti, che Verdi conobbe durante i suoi anni di formazione e del quale gusto si nutrì.

La serata è stata aperta dalla Prima esecuzione in tempi moderni della Sinfonia in Do di Vincenzo Lavigna, tratta dall’opera I Riti di Efeso, dramma eroico per musica in due atti e 26 scene di Giuseppe Farinelli su libretto di Gaetano Rossi. La partitura era custodita nella biblioteca del Conservatorio “Paganini” di Genova ed è stata recuperata con attenzione e cura musicologica da Dinko Fabris. Questa prima ripresa in concerto coincide con la ricorrenza dei 250 anni dalla nascita del compositore altamurano, nato appunto il 21 febbraio 1776.
Un’opera di piglio, resa dall’orchestra in purezza di suono e linearità narrativa, con la bacchetta di Quatrini interprete lucida non solo dell’agogica, ma soprattutto dell’emotività incalzante e briosa di questa Sinfonia che fa da incipit a questo dramma serio andato in scena per la prima volta nel 1803 al Teatro La Fenice di Venezia.

Il programma ha ceduto poi il passo alla splendida Eleonora Buratto, che ha prestato la sua voce a Donizetti e Verdi con “Odi, ah m’odi” nel ruolo di Lucrezia Borgia, poi in quello di Elisabetta “E Sara in questi momenti orribili… quel sangue versato”, dall’opera Roberto Devereux, “Ritorna Vincitor”, dall’“Aida” e «Tu che le vanità», Scena di Elisabetta, dal “Don Carlo”.
Una prova intensa, sostenuta con eleganza e sapienza vocale. L’esecuzione in concerto di brani d’opera è sempre rischiosa, poiché potrebbe pregiudicarne la resa, dovendo fare a meno di scene costumi, dinamiche teatrali. La magia della Buratto è stata proprio la sua maestosa presenza scenica che ha sostenuto la sua voce grande, muovendo l’emozione del pubblico, che non ha potuto fare a meno di tributarle grati applausi di apprezzamento.

Brani d’opera che sviluppano proprio nella voce la caratterizzazione dei personaggi e, di conseguenza, la pregnanza emotiva delle scene rappresentate. La Buratto con l’elasticità della sua voce, la morbidezza, una adamantina agilità resa con la chiara articolazione dei suoni, nonché una gestione del fiato prestata a fraseggi lunghi e sussurrati con filati emozionanti, ha figurato sul palco, nella cornice dell’orchestra, la struggente contraddizione di Lucrezia Borgia, ferale avvelenatrice e madre disperata, la rabbia e il dolore di Elisabetta, vittima e carnefice del suo fedifrago marito, la grandezza di un’altra Elisabetta, la vedova ferita di Carlo Quinto, e Aida, la fiera, immensa nella poderosità del suo ardimento riposto nella voce grande e potente da Verdi.
Commosso il pubblico e infiammato da tanta bellezza, a cui il soprano ha risposto grata omaggiando con due bis, una struggente Ave Maria dall’Otello e Vissi d’arte, di una dolcezza infinita.

Affidati all’orchestra e al coro la Sinfonia, dall’opera “Roberto Devereux”, il Preludio, tratto dall’opera “Aida” di Giuseppe Verdi e l’accorato «Patria oppressa», dall’opera “Macbeth”. Direzione caratterizzata da grande equilibrio, nitidezza espressiva e garbo che hanno permesso ad orchestra, coro e solista di esprimere pienamente talento ed emozione.
L’era Carusi s’inaugura mostrando lo spessore culturale e artistico del neo sovrintendente, e lasciando trasparire una preziosa sensibilità, fondamentale perché l’arte compia la sua missione di restituire bellezza al mondo.
Alma Tigre
Foto di Clarissa Lapolla
per gentile concessione della Fondazione