Dell’insostenibile mostruosità della natura umana o della sempiterna attrazione della banalità del male: “Riccardo III” di William Shakespeare rivive al Teatro Piccinni di Bari nella rilettura di Antonio Latella con un Vinicio Marchioni da antologia

Riccardo è impersonale come la storia. Mette in moto il rullo compressore della storia, dopodiché il rullo lo stritola. Riccardo non è neanche crudele. Non rientra in nessuno schema psicologico. È la storia pura. Uno dei suoi capitoli ricorrenti. Non ha volto.” (Jan Kott)

La volontà di rimanere l’ultimo dei viventi è la più profonda tendenza di ogni potente “ideale”. Il potente manda gli altri alla morte per essere risparmiato dalla morte: distoglie così la morte da sé. Non solo la morte degli altri gli è indifferente, ma si sente spinto a provocarla in termini di massa. In particolare, ricorre a questa soluzione radicale quando la sua sovranità sui viventi è contestata: non appena si sente minacciato, la sua passione di vedere tutti morti dinanzi a sé può ben difficilmente esser domata da considerazioni razionali.” (Elias Canetti)

È ancora Shakespeare mania (per fortuna). Nei giorni in cui sugli schermi cinematografici impazza l’ipnotico “Hamnet (Nel nome del figlio)”, capolavoro di Chloé Zhao che – giustamente – ambisce alla vittoria di più di una statuetta nella notte degli Oscar (e sarebbe scandaloso se il massimo riconoscimento non fosse accordato alla protagonista Jessie Buckley), sui palcoscenici italiani prosegue il suo viaggio, giunto al Teatro Piccinni per cinque repliche sold out nell’ambito della Stagione teatrale Umano Collettivo del Comune di Bari in collaborazione con Puglia Culture, il “Riccardo III” di Antonio Latella, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria e da LAC Lugano Arte e Cultura, con Vinicio Marchioni mattatore assoluto. Pur rintracciando le differenze concettuali tra le due opere, sostanzialmente riscontrabili nella capacità della Zhao di creare una pellicola che, seppure dedicata al Principe della parola, verrà per antonimia ricordata principalmente per le splendide immagini, mentre Latella sembra volersi riappropriare del magnifico eloquio shakespeariano raggiungendolo sino alla sua radice più pura, grazie anche all’ottima traduzione di Federico Bellini, che firma l’adattamento insieme allo stesso Latella, non vi è dubbio che le due chefs-d’œuvre paiono rincorrersi e scambiarsi il testimone soprattutto nella visione teoretica sulla Natura, madre e matrigna, dea e demone, benefattrice e privatrice.

Nella concezione di Latella, la Natura sovrasta tutta l’Opera, come dichiara immediatamente la suggestiva scena ideata da Annelisa Zaccheria, disseminata di rose bianche (chiara allusione alla Guerra delle Due Rose tra gli York e i Lancaster), sovrastata e violentata da un gigantesco tronco d’albero squarciato, simbolo – mutuato anche da talune icone horror cinematografiche – dell’utero funesto che ha dato vita a sì abominevole essere, in cui lo stesso Riccardo pare rifugiarsi per ricongiungersi alla sua primordiale orrenda natura e trarne nuovo stimolo per i suoi aberranti omicidi. Eppure, la Natura sembra essere anch’essa dominata ed usurpata dall’usurpatore del trono, al punto che, sino a quando sarà fermo ed impavido nei suoi agghiaccianti propositi, riuscirà a piegarla al suo volere, come fa zittendo con un semplice comando lo schiamazzo degli uccelli o finanche mostrandosi – o credendo di mostrarsi – al mondo con fattezze fisiognomiche da modello in luogo di quelle nauseabonde che gli sono state destinate dalla nascita.

È qui, forse, la più geniale trovata della lettura latelliana; se, nella pagina shakespeariana, Riccardo, essendo la personificazione del male, appariva orribile, in questa edizione il regista partenopeo, con felice intuizione, ribalta questo scenario e, con lui, anche i significati ad esso collegati, rimescolandone gli assunti teorici e di fatto facendosi portatore di una malcelata critica al mito moderno della bellezza, in modo che il “mostro” è un uomo arrogante, infido, prepotente, odioso in ogni sua accezione, ma al contempo estremamente affascinante, sempre bardato in abiti bianchi, puri ed immacolati (frutto della ideazione dei costumi di Simona D’Amico) al contrario della sua anima, e perfettamente a suo agio in una Corte che, dimenticando in fretta i crimini commessi e, talvolta, subiti, osanna benevolmente il nuovo Re, finanche offrendogli la propria complicità.

In un riuscitissimo gioco di metateatro in cui nulla è quel che sembra ma tutto è artificioso ed artificiale, partendo dal personaggio cardine sino al finto vino frutto di polveri coloranti, con gli attori sempre in vista in omaggio alla Commedia dell’Arte ed alle originarie rappresentazioni del Bardo, il drammaturgo, restituendoci il vero teatro di parola in tutta la sua magnificenza, affronta il tema della sempiterna attrazione della banalità del male, abbandonando le logiche dell’orrore cavalcate da precedenti versioni (sul palco non scorre nemmeno una goccia di sangue) e costruendo, da par suo, un intreccio che scandaglia a fondo nella psicologia dei personaggi, esaltati anche dai tagli attuati al testo originario, che comunque non impediscono alla pièce di prolungarsi per due ore e quaranta circa, calato in una lucida quanto spietata e realistica dissertazione sulla morale che diventa chirurgica autopsia di un intero corpo sociale morente, che non appartiene al passato ma è quello del drammatico tempo che ci è dato in sorte di vivere, sublimata nello splendido monologo della battaglia finale (“Il mio regno per un cavallo”); quando Riccardo avanza sul proscenio per declamarlo e le luci della sala (inserite nello spesso accecante piano luci di Simone De Angelis) si accendono, non vi è più dubbio che Latella voglia metterci di fronte ad uno specchio, così da potere, per indotta osmosi, riconoscere e riconoscerci nel viso, nei tratti, nell’espressione, nelle meschinità del Re usurpatore, infine identificandoci in lui, con la precisa consapevolezza di non poterci mai completamente dissociare da quella stessa natura che ci rende tutti, in quanto esseri finiti, fallibili, labili, incapaci – forse – di non superare il flebile confine tra umano e mostruoso.

In questo contesto, Vinicio Marchioni realizza la sua interpretazione perfetta, inappuntabile, tutta in divenire; lo ricordavamo eccelso in teatro in una memorabile versione di “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, condivisa con Sonia Bergamasco e diretta dallo stesso Latella, ma ci è parso che il ruolo shakespeariano – che effettivamente ‘è’ il ruolo della vita – abbia esaltato la poliedrica e smisurata arte recitativa dell’attore, tutto propenso ad intraprendere una folle corsa nella mente malata del protagonista, un inanellarsi di tessere che vanno a comporre la deviata e frustrata personalità di chi, come dice il Bardo, non può nemmeno accostarsi al mondo animale (“Non c’è bestia che sia tanto feroce da non conoscere almeno un briciolo di pietà. Ma io non la conosco, perciò non sono bestia.”), una continua apertura e chiusura di scatole cinesi che rende la sua interpretazione da antologia, una prova maiuscola cui non occorrono orpelli e malformazioni fisiche per donare profondità ed intensità ad un personaggio che rende perfettamente riconoscibile, quasi fosse il mostro della porta accanto, respingente e suadente al tempo stesso, un folle ma con metodo, un omuncolo finanche troppo piccolo che ha creduto di potersi fare gigante e Re.

In realtà, è la prova dell’intero cast a convincere, con vette di altissimo livello, anche per ragioni di copione, nella Regina Elisabetta di Silvia Ajelli, nella Regina madre di Anna Coppola, in più di un’occasione oltre la perfezione, nella Lady Anna di Giulia Mazzarino e nel Custode di Flavio Capuzzo Dolcetta, cui però non sono da meno Candida Nieri (Regina Margherita), Sebastian Luque Herrera (Principe York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley) ed Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco), tutti bravissimi nell’affrontare un’impresa davvero stoica, pronti, ad un richiamo del loro aguzzino/vittima, ad interpretare tutti gli “sterminati” ruoli della creatura shakespeariana, confessori senza capacità assolutorie, testimoni senza colpe e condivisioni, impalpabili fantasmi terrorizzanti e terrorizzati, tutti tesi a costruire un meccanismo perfetto, una vera lezione di teatro dedita solo alla Parola di Shakespeare, la stessa che andrebbe mandata a memoria e che, anche grazie a questo spettacolo, sopravviverà in eterno.

Pasquale Attolico
Foto di Gianluca Pantaleo
dal sito della Compagnia

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