Quando il teatro non è una semplice narrazione, ma un’esperienza di condivisione fisica ed emotiva: Luigi D’Elia chiude la ‘Trilogia del lupo’ portando sul palcoscenico del Teatro Kismet di Bari “Fare un fuoco”, ispirato all’omonimo racconto di Jack London

Quando nel buio ti accorgi che stai trattenendo il fiato e serrando i pugni, quando intorno a te c’è un silenzio che è sofferenza, speranza sospesa e disperazione temuta, quando anche i bambini che affollano la sala sono fermi in attesa. Quando succede questo, capisci che ancora una volta stai vivendo la magia del teatro, quella meravigliosa immersione nelle parole e nei gesti che si compiono sul palcoscenico, davanti, intorno e infine dentro di te.

Sul palco del Teatro Kismet di Bari, Luigi D’Elia ci ha portato con sé in un drammatico viaggio nel silenzio bianco e assoluto di una natura titanica, spietata, di fronte alla quale l’uomo non è che un trascurabile incidente, un insignificante dettaglio.

Fare un fuoco è un monologo (molto) liberamente ispirato all’omonimo racconto di Jack London, inserito nei “Racconti dello Yukon”. Chiude la cosiddetta “Trilogia del lupo”, iniziata con “La grande foresta” e proseguita con “Zanna Bianca”, che ha esplorato i paesaggi del Grande Nord sulle orme del grande scrittore americano.

Scritto dallo stesso D’Elia e da Francesco Niccolini (entrambi firmano anche la regia) con le musiche avvolgenti di Giorgio Lazzarini e un meraviglioso disegno luci di Francesco Dignitoso, è prodotto da Teatri di Bari – Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro, in collaborazione con INTI, “Fare un fuoco” non è solo uno spettacolo ottimamente scritto e diretto, dove ogni parola è necessaria e nessuna è superflua, dove ogni gesto ha un senso e un peso: “Fare un fuoco” è un’esperienza di narrazione per immagini, un’emozione fisica condivisa, un viaggio che dura l’arco di una giornata ma che scava nel profondo di una vita, scardinando certezze e valori, riportando l’uomo ai suoi sentimenti ancestrali, al risveglio brutale e prepotente del suo istinto di sopravvivenza.

È la storia di un tradimento: del corpo, non più docile alla propria volontà; del senso di onnipotenza che ha accompagnato il protagonista fino a quel momento, facendogli credere di potersela cavare sempre, di poter dominare e vincere anche di fronte alle situazioni più difficili.

È la storia dell’arroganza di un uomo che sfida la natura con aria spavalda, convinto dei suoi mezzi, memore dell’esito felice delle sue avventure condivise con Lampo, un Husky fortissimo, unico sopravvissuto della muta dell’ultimo viaggio. Con lui intraprende il cammino per raggiungere i suoi compagni presso una miniera che sembra promettere nuove ricchezze, nonostante il freddo estremo, e nonostante il monito di una donna inuit che lo inviterà a desistere. Sarà lei a sussurrargli nell’ultimo abbraccio prima della partenza una frase, viatico per la sopravvivenza: ricordati di fare un fuoco, e non lasciarlo spegnere.

Fare un fuoco e portarlo anche dentro di sé per quando farà buio, anche se accenderlo rallenterà il cammino, perché sarà lui il discrimine tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione.

Il racconto di Jack London è secco, duro. Dice poco dei personaggi, concentrandosi sui paesaggi bianchi e silenziosi dello Yukon, e sulla fiamma sempre più difficile da accendere e tenere viva, mentre i piedi sprofondano nelle acque ghiacciate, mentre le mani congelano e perdono la sensibilità, mentre uccidere Lampo per infilarle nelle viscere calde è un’ipotesi possibile, sfumata solo perchè la voce del richiamo stride subdola nelle orecchie dell’animale e lo rende diffidente.

Nella riscrittura di D’Elia e Niccolini intatto è lo spirito, il senso, il messaggio del racconto ispiratore. Compare nelle loro pagine la donna inuit, richiamo all’armonia con la Madre Terra, monito per chi osa sfidare la forza degli elementi, e il finale resta aperto, offrendo una piccola possibilità alla speranza. Il ritmo della narrazione è dinamico, incalzante: evoca paesaggi che sembrano immobili e invece nascondono un profondo fermento, una vita sotterranea che è un’insidia imprevedibile.

Luigi D’Elia con la sua voce sembra scavare nella neve e nel cuore di ognuno di noi: racconta con le parole, i silenzi, i respiri sempre più corti e affannati. Passa dal sorriso guascone delle prime battute al volto sgomento e disperato delle battute finali. Ci fa camminare nelle pianure gelate restando seduto su un cubo nero per quasi tutto il tempo del monologo. Ci fa percepire il freddo, la disperazione, l’angoscia, la resa finale, il riconoscimento della propria impotenza davanti a una natura che forse non è crudele e cattiva, ma semplicemente non si accorge dell’uomo, microscopico frammento di un’architettura di per sè perfettamente funzionante.

Fare un fuoco è un racconto per immagini che si materializzano e diventano tangibili.
È il monito che ci riporta alle spietate leggi di una natura possente e magnifica anche nella sua crudeltà.
È l’andare di una vita che precipita verso l’abisso.
E Luigi D’Elia è senza dubbio, senza alcun dubbio, lo straordinario narratore di un teatro che si fa esperienza immersiva e emozione profonda.
Fare un fuoco proseguirà il suo viaggio il 7 marzo al Teatro del Ponente di Genova, il 12 marzo nella Sala Consigliare di Sernaglia della Battaglia (TV) nel programma del Festival del Sapere ed il 21 marzo al Teatro Comunale di Mesagne (BR): non perdetevelo.

Imma Covino
Foto di Michela Cerini

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