
Finisce 1-1 all’Euganeo. Un punto che non cambia la sostanza ma interrompe almeno la deriva. Il Bari non vince, ancora una volta, e nelle ultime quindici partite raccoglie appena una vittoria, troppo poco per chi avrebbe dovuto costruire la propria salvezza con quattro o cinque acuti veri. Eppure, nel grigiore di questa stagione, anche un pareggio può sembrare una flebo che tiene in vita un organismo debilitato.
La classifica, paradossalmente, non è ancora una sentenza. Il sestultimo posto resta aritmeticamente raggiungibile. Il problema è un altro: questa squadra continua a mostrarsi fragile nella sua identità, incompiuta, incapace di trasformarsi in “squadra” nel senso pieno del termine. Si può guardare il dito – i numeri, le distanze ancora colmabili – oppure si può guardare la luna, cioè il campo, e lì il racconto è meno indulgente.
A Padova il Bari aveva il dovere di vincere contro un avversario modesto. Anche perché il Mantova ha fatto il suo e la classifica si è mossa, trascinando dentro anche la Sampdoria, prossimo avversario dei biancorossi a Marassi. Andare a Genova, allo stadio che sorge accanto al cimitero monumentale di Staglieno dove riposa Fabrizio De André, significa misurarsi con la storia, e la storia dice che per il Bari lì è quasi sempre stata salita ripida. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», cantava De André: per sperare occorrerebbe davvero un terreno diverso da quello visto finora.
A Padova qualcosa si è intravisto. Non una rivoluzione, ma un sussulto. Dopo il gol subito la squadra ha vacillato, rischiando di affondare come già accaduto altrove. Ha però trovato il pareggio e, soprattutto nel secondo tempo, non ha tirato i remi in barca. Non si è consegnata. È rimasta dentro la partita fino all’ultimo, creando persino i presupposti per vincerla. In questa stagione è già una novità.
Longo si è detto soddisfatto. Forse perché ha visto una squadra più dinamica, meno piatta nella corsa, più disposta al sacrificio. I cambi, stavolta, non hanno prodotto danni e hanno aggiunto energia nel finale. Artioli ha portato ordine e temperamento, pur con una condizione ancora da affinare; Piscopo ha offerto segnali incoraggianti; la mancanza di Verreth e Brounoder non si è avvertita. Moncini continua a vivere di rifornimenti sporadici, isolato in un attacco che fatica a sostenerlo.
Non è stata una prestazione brillante, ma nemmeno avvilente. Si è vista una squadra che, almeno a tratti, ha provato a salvarsi invece di limitarsi a sopravvivere. È poco, certo. Per restare in categoria serviranno vittorie, non spezzoni di buona volontà. Serviranno ventitré o ventiquattro punti che oggi sembrano un orizzonte lontano, soprattutto pensando a quanto è stato sprecato contro le dirette concorrenti.
Resta un filo di possibilità, ed è su quel filo che il Bari cammina. Senza trionfalismi, senza illusioni. «La speranza è l’ultima a morire», si ripete spesso in modo quasi retorico; ma la speranza, per non diventare autoinganno, deve poggiare su fatti concreti. A Genova, dove dal 1928 – tra una Sampierdarenese, una Doria, un’Andrea Doria ed una Sampdoria – ad oggi ha vinto una sola volta (nel 1948) servirà un Bari con la schiena dritta, capace di andare contro la logica e contro la propria storia. Ne sarà capace? Un altro pareggio sarebbe come un altro battito di ciglia effimero, ingannevole, illusorio, mentre il tempo scorre inesorabile, le partite diventano sempre poche, i punti a disposizione si assottigliano, e le cure cominciano ad essere palliativi o relativi alla terapia del dolore. Come, e con chi, questo Bari allettato con la flebo nel braccio che batte a malapena le ciglia potrà racimolare ventitre-ventiquattro punti se non cambia atteggiamento e se non si risveglia dal coma, come potrà farlo se non è stato capace nemmeno di racimolarli con le squadre alla sua portata dalle quali tutti ci aspettavamo almeno dieci-dodici punti per continuare a coltivare il sogno della salvezza? Ditemelo voi, magari sarò io, nonostante la mia esperienza per la quale non devo dar conto a nessuno, prevenuto o troppo pessimista.
Sabato non si è vista una squadra rassegnata, certo. Si è vista una squadra ferita che prova a reagire. Non basta per sentirsi salvi. Ma è l’unico punto da cui si può ripartire.
“…Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste dal treno…” (“Incontro” – Francesco Guccini)
Massimo Longo
Foto di @SSC Bari