Il gioco spietato creato da Friedrich Dürrenmatt con la novella “La panne” rivive sul palco del Teatro Kismet di Bari grazie ad una magistrale prova recitativa d’insieme

“Il mondo è una polveriera nella quale non è vietato fumare.” (Friedrich Dürrenmatt)

Probabilmente a spiegare gli intenti che spinsero Friedrich Dürrenmatt a dare vita nel 1956 al romanzo breve che intitolò “La panne” basterebbe il sottotitolo, quel “Una storia ancora possibile” che, preliminarmente, metteva all’indice le lacunose quanto fallibili certezze della giustizia umana, spesso così lontane dalla verità.

In quegli anni incerti, in fondo così simili ai nostri, il geniale autore svizzero / tedesco ipotizzava che potesse essere ancora credibile la storia del rappresentante di tessuti Alfredo Traps, costretto da una bizzosa automobile, per l’appunto in panne, a cercare notturno riparo nel castello di proprietà di un vecchio giudice in pensione, il quale, in compagnia di due amici, un pubblico ministero ed un avvocato anch’essi ormai a forzato riposo, ed altre due marginali ed ambigue figure, un cuoco con un onorato passato da boia ed una cameriera, appronta interminabili convivi in cui vengono affrontati celebri processi storici in cui si (ri)giudica, di volta in volta, Federico di Prussia o Socrate se non Gesù, ovvero se ne celebrano di nuovi, con il malcapitato di turno sul banco degli imputati. In Traps però, sempre sospeso tra il credersi zimbello di uno scherzo di dubbio gusto oppure vittima predestinata della reale follia di un gruppo di vecchi autoproclamatisi vendicatori, l’esperimento produce una mutazione inaspettata, tanto che da mediocre Jekyll si trasforma (o crede di trasformarsi) in sanguinario Hyde quando, spinto da una spietata requisitoria del pubblico ministero, realizza (o crede di realizzare) di aver causato il mortale infarto del suo datore di lavoro, divenendo dapprima deliberatamente l’amante della sua giovane moglie e quindi facendo in modo che lo stesso venisse fatalmente a conoscenza dell’adulterio; ebbene, Traps nel delitto pare riscattarsi, nella colpa pare intravedere il picco della sua piatta ed inutile vita perché nel riscoprire la sua primordiale cattiveria si sente finalmente degno di appartenere a quella (dis)umanità che credeva di aver abbandonato in virtù della pace e della inconsapevolezza ricevute dal benessere. Ma ogni colpa, per essere compresa e vissuta appieno, deve godere della giusta espiazione; a Traps non basterà la finta condanna a morte inflittagli dai giudici – infine rivelatisi – burloni, ma dovrà impiccarsi per autopunirsi ed, infine, redimersi.

Il gioco spietato di Dürrenmatt era perfetto, reso ancor più efficace proprio dalla scelta di affrontare il difficile tema nel breve spazio concesso da una novella, ed è a quella bellezza stilistica e letteraria, cui ha dato linfa la traduzione di Eugenio Bernardi, che sembra essersi rifatto Alessandro Maggi nel più che classico adattamento e regia che ne ha realizzato per la coproduzione di Teatri di Bari con Teatro civico della Spezia, Scarti Centro di produzione teatrale d’innovazione e Stefano Francioni Produzioni, giunta, dopo la prima nazionale a La Spezia, al Teatro Kismet di Bari per due affollatissime repliche, con il pubblico delle grandi occasioni di certo attirato anche dalle concomitanti italiche questioni sul concetto di giustizia che interessano il nostro infermo Paese.

Nell’idea di Maggi, dunque, è la parola di Dürrenmatt, così aspra e cruda da non lasciare alcuna possibilità di assoluzione, a farla da padrona, ad avere il compito di catturare sino in fondo, attanagliando lo spettatore ed affondando il coltello nella sua coscienza, sino a spingerlo ad una privatissima analisi critica; per raggiungere tale scopo, il regista sceglie di affidarsi soprattutto allo stato di grazia degli attori impegnati, regalandoci una straordinaria prova recitativa, ora impostata su di un taglio più ironico ora più serioso ed accusatorio, di Nando Paone, Giacinto Palmarini, Vittorio Ciorcalo, Piergiorgio Fasolo, Augusto Masiello e – ultima solo per ragioni di copione – Gemma Lapi, mentre non sembra preoccuparsi molto degli aspetti visivi, con le scarne scenografie create, come i costumi, da Marta Crisolini Malatesta, il disegno luci di Davide Comuzzi e le installazioni video di Alessandro Papa, lasciando solo a quest’ultimo il compito di dare un po’ di movimento alla messa in scena, quasi a volersi richiamare alla sfortunata trasposizione cinematografica che Ettore Scola, protagonista Alberto Sordi, volle dare della novella dürrenmattiana intitolandola “La più bella serata della mia vita”, forse la pellicola più (giustamente?) dimenticata della magnifica produzione scoliana, se non anche sordiana: pur comprendendo la scelta di campo, ci augureremmo che, date le poche ore di vita della produzione teatrale che, di certo, merita di essere portata in scena per più di una stagione proprio per il suo intrinseco valore nel riuscire a spiegarci mirabilmente i tempi oscuri in cui viviamo, si possa operare ancora qualche cambiamento in corsa che riesca a fugare ogni dubbio sull’intera operazione, in modo che, nel buio della platea, nessuno spettatore, ripensando alla resa scenica, possa fermarsi in dubbiosa riflessione o, per meglio dire, in panne.

Pasquale Attolico
Foto fornite dal Teatro Kismet

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