
È notte fonda. Non è un artificio retorico, è lo stato delle cose. Dopo l’ennesima sconfitta, l’ennesima umiliazione da digerire, resta la sensazione di un incontro di boxe in cui il pugile continua a incassare senza mai restituire un colpo. A un certo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di gettare l’asciugamano. E invece si resta lì, a dire che la matematica non ci ha ancora condannati.
La matematica, appunto. Un numero tiene in piedi ciò che il campo sgretola da mesi. Perché questo Bari non è crollato domenica: è crollato lentamente, da luglio. E qui non si tratta di fare i sapienti dopo. A Roccaraso, in ritiro, dopo aver visto i gol presi dai ragazzini ausiliari degli hotel estivi della valle di Sangro, quelli incassati contro la Bagicalupo e la sconfitta con il Casarano all’antistadio, scrissi chiaramente nei miei articoli che difesa e centrocampo non mi convincevano. Lo scrissi, senza enfasi, ma con inquietudine. E nella prima conferenza stampa stagionale chiesi al presidente se non vi fossero margini di preoccupazione. La risposta fu: “Niente allarmismi, siamo ad agosto”. Oggi siamo a febbraio e quegli allarmismi erano lettura dei fatti.
Non amo fare il profeta come ama fare qualcuno. Non mi appartiene l’autocelebrazione. Ma stavolta sì, lo dico. Avevo visto giusto. Non per merito mio, ma perché i difetti erano evidenti. Lo faccio solo ora, perché qui non si tratta di rivendicare, ma di prendere atto che si è scelto di ignorare segnali chiari.
Da allora è stata una lenta sottrazione. Di gioco, di identità, di dignità tecnica. Guido Morselli scriveva in Dissipatio H.G. che “la fine non è un’esplosione, è una lenta sottrazione”. Ecco cos’è questa stagione: una progressiva evaporazione di senso.
Il centrocampo resta il simbolo di questo svuotamento. Braunoder sbaglia con costanza, non dà ordine né ritmo. Verreth, al netto delle vicende personali che umanamente pesano, non ha inciso. E nel calcio non esiste umanità, esiste rendimento. Su Maggiore e Bellomo è meglio tacere, su Mane preferisco mantenere un atteggiamento di tenerezza, sul resto della truppa stendiamo un velo pietoso al netto di due-tre undicesimi dei nuovi arrivi su cui mi riservo un giudizio tra un mese quando, magari, sarà troppo tardi perchè se si continuano a prendere giocatori rotti e/o arrugginiti si va incontro a queste situazioni. Anche questo scrivevo in tempi non sospetti e chi mi legge dovrebbe confermarlo. Ora lo dicono tutti. Con Esteves e Artioli forse qualcosa potrà cambiare, ma è imprudente aggrapparsi alle suggestioni. Non ricordo da sessant’anni, reparti ed una squadra così fragili. Nemmeno con Lugo, Filkor, Markic e Lipatin ricordo un Bari così scarso.
Longo ha attenuanti, ma non è immune da responsabilità. Troppe partite ravvicinate, poco tempo per lavorare: vero. Ma anche questo rischia di diventare un alibi. Ha inserito i nuovi senza conoscerne davvero l’identità, e nel calcio mettere in campo un giocatore significa comprenderne natura e limiti. Iniziare con Cuni unica punta è sembrata una scelta di prudenza in un momento che chiedeva coraggio. E lasciare Rao fuori dall’inizio, in una squadra che non crea nulla, è parso incomprensibile. Il calcio è difficile, ma non è un enigma esoterico.
Il Sudtirol ha fatto ciò che una squadra organizzata deve fare. Intensità, ordine, motivazione. Merkaj è entrato e ha cambiato la partita. I cambi del Bari, salvo Rao, l’hanno peggiorata. È una differenza che pesa.
Qualcuno parla di retrocessione programmata. No. Sarebbe un’accusa grave. Ma che la possibilità sia stata messa in conto è un pensiero che si insinua, perché a gennaio, se si voleva davvero invertire la rotta, sarebbero arrivati pochi rinforzi veri e non una quantità di scommesse rotte e ferme ai box da mesi. Si è scelto di rattoppare una struttura fragile, non di ricostruirla.
I tifosi continuano a esserci. In casa, in trasferta, sempre. Ma quando l’amore viene logorato, la reazione non è il clamore: è il silenzio. Eugenio Montale scriveva: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato”. Ecco, oggi non esiste una parola che possa sistemare questo disordine. C’è solo un silenzio che cresce, uno stadio che rischia di svuotarsi non per disinteresse ma per stanchezza morale.
E mentre nell’annata dei playout contro la Ternana qualche congiunzione astrale degna di Battiato sembrò dare una mano al Bari, stavolta è difficile immaginare allineamenti di pianeti, eclissi provvidenziali o maree improvvise a Mont-Saint-Michel. Non vedo il Bari danzare come i dervisci rotanti, né ritrovare un’armonia esotica al suono delle cavigliere del Kathakali. È dura, ragazzi. Terribilmente dura.
Se si potesse evitare di scrivere, forse sarebbe meglio per tutti. Prepariamoci all’idea della C, ai campi di Cerignola, Altamura, Casarano e forse pure di Fasano e prepariamoci a otto sconfitte, casalinghe ed esterne perchè, crediateci, queste squadre giocheranno al mille per cento pur di far propri i derby della loro vita. Del resto abbiamo già assistito a cadute imbarazzanti del Bari contro squadre regionali. Prima si accetta, meno farà male. Ormai si parla di matematica, non di gioco. Finché c’è vita bisogna provarci, certo ma questa squadra induce a un pessimismo lucido. I limiti strutturali nati a luglio non sono stati corretti a gennaio, sono stati semplicemente mascherati. Ogni partita è desolazione. Ogni gara un’agonia. E intanto la società tace.
Bari merita altro. Merita una squadra con un’anima, con un’idea. Oggi si è al punto in cui non si discute più di moduli o di scelte tecniche. Si discute di sopravvivenza. E forse, come scriveva ancora Montale, “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Questo Bari, purtroppo, sta diventando esattamente ciò che non avrebbe mai voluto essere.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari