Un invito al dubbio ed all’umiltà intellettuale, un saggio sul fallimento e sulla conoscenza che si trasforma in riflessione sulla vita stessa: sul palco del Palatour di Bitritto l'”Elogio dell’ignoranza e dell’errore” di Gianrico Carofiglio

Nell’ambito della Stagione 2026 del Palatour di Bitritto, si è tenuta la lezione-spettacolo ispirata al libro Elogio dell’ignoranza e dell’errore. Non una semplice presentazione del libro, ma un attraversamento del pensiero e, in filigrana, della vita stessa di Gianrico Carofiglio.

Fin dalle prime riflessioni emerge il cuore del discorso: l’errore non è un inciampo marginale, ma una struttura portante dell’esistenza. L’autore passa in rassegna diverse forme di errore: quelli quotidiani, quelli di percezione, quelli catastrofici e imperdonabili, mostrando come ciascuno tocchi ogni margine della vita: relazioni, lavoro, giustizia, ambizione.

Particolarmente incisiva è la parte dedicata al mondo delle indagini e dei processi, dove la verità appare meno come dato oggettivo e più come costruzione percettiva. La memoria, ricorda Carofiglio, non è una riproduzione fedele dei fatti ma un atto di immaginazione: gran parte di ciò che crediamo di ricordare non è accaduto nei termini in cui lo raccontiamo. La mente deforma, seleziona, crea  un meccanismo antico e utile alla sopravvivenza, ma anche esposto all’errore.

Lo spettacolo affronta poi il tema dell’illusione della competenza, evocando l’effetto Dunning-Kruger: più si è inesperti, più si è sicuri e qui si potrebbe elencare una folta galleria di “cretini intraprendenti”, ma desistiamo. Pensare è faticoso; giudicare è facile. Capire, molto meno. In una società piena di certezze esibite e povera di dubbio, l’ignoranza inconsapevole diventa rumore di fondo, amplificato spesso dai media, dove anche esperti possono incorrere in errori catastrofici. E tuttavia esistono professionisti capaci di cercare attivamente l’errore nel proprio ragionamento: è lì che nasce il pensiero critico.

Tra i passaggi più suggestivi, il tema della serendipità: scoperte nate per caso, come la pillola blu, che dimostrano come l’errore possa trasformarsi in occasione inattesa. Ma la fortuna, precisa Carofiglio, non è solo casualità: è attenzione vigile, tolleranza alla frustrazione, capacità di tenere gli occhi aperti sul mondo. È disponibilità a inciampare nel sapere, a mettere in discussione ciò che crediamo acquisito, superando quella che potremmo definire una “burocrazia del sapere”, spesso vero ostacolo al successo.

È proprio qui che lo spettacolo rivela il suo sottotesto più intimo. L’errore non resta un concetto teorico: diventa autobiografia implicita. Carofiglio non racconta direttamente se stesso, eppure tra le pieghe del discorso affiora una traiettoria personale fatta di deviazioni, inciampi, perfino bocciature per le quali oggi si dice grato. Il senso delle cose non è simultaneo agli eventi: emerge solo dopo, rileggendo. Come ricordava Steve Jobs, si possono “unire i punti” soltanto guardando indietro. Non è una formula motivazionale, ma un atto di consapevolezza retrospettiva: accettare che la coerenza non stia nell’assenza di errori, bensì nella capacità di riconoscerne il disegno quando il tempo li ha sedimentati. In questa prospettiva, l’errore diventa la punteggiatura segreta di una vita: segni apparentemente disordinati che solo a distanza rivelano una sintassi.

Lo spettacolo è stato interessante, denso, intellettualmente stimolante. La parola di Carofiglio, il suo garbo, reggono da soli il palcoscenico con misura e autorevolezza. Proprio per questo, forse, un accompagnamento musicale essenziale o un discreto movimento visivo alle sue spalle avrebbe potuto amplificare l’impatto emotivo del discorso, offrendo una seconda dimensione sensoriale alla densità concettuale dell’intervento. Non una necessità – la forza del pensiero basta! -, ma una possibilità ulteriore di coinvolgimento.

In definitiva, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, anche nella sua dimensione teatrale, si conferma non solo un saggio sul fallimento e sulla conoscenza, ma una riflessione sulla vita stessa: un invito al dubbio, all’umiltà intellettuale e alla gratitudine verso quegli inciampi che, solo col tempo, rivelano il loro senso più profondo.

Vicky Berardinetti

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