
È stata la solita pillola serale, di quelle che non curano ma anestetizzano. Scende giù liscia, senza proteste, e per qualche ora ti illudi perfino che funzioni. Poi passa l’effetto e ti accorgi che la febbre è ancora lì, identica, ostinata. Il punticino raccolto dal Bari non cambia nulla, non muta la pelle di una squadra che resta dermatologicamente compromessa, con la classifica che la inchioda al penultimo posto come una sentenza scritta a penna rossa. Quattro punti dall’Entella, un abisso psicologico più che aritmetico. E il tempo, quello sì, continua a scorrere con la puntualità crudele di un metronomo.
La prestazione, va detto, non è stata tra le peggiori. Anzi, a tratti si è intravisto qualcosa di simile a una reazione. Un’occasione vera nel primo tempo, quella di Dorval solo davanti al portiere, qualche slancio nella ripresa, un accenno di spirito combattivo. Ma resta al palato quella sensazione di inconsistenza, di evanescenza, come una bevanda annacquata che prometteva sapore e invece lascia solo retrogusto. Il Bari continua a sembrare una squadra fragile, lacunosa, vulnerabile, con l’unica certezza di essere in piena crisi tecnica. E pensare che Longo aveva provato a mescolare le carte inserendo quattro nuovi titolari, quasi a voler dimostrare che bastasse cambiare facce per cambiare destino. Ma la matematica non mente: se gli addendi sono gli stessi, il risultato non cambia.
È un segnale amaro per una tifoseria che ad ogni mercato aspetta, illusoriamente, il colpo capace di alzare l’asticella e invece si ritrova puntualmente con un puzzle incompleto. I problemi restano lì, nitidi come un’insegna luminosa: difesa affannata, marcature molli, centrocampo che gira a vuoto. Verreth continua a essere una sicurezza… nel senso sbagliato. Braunöder appare come un’ombra che attraversa la partita senza lasciar traccia. Davanti, Moncini e Cuni faticano persino a tenere il pallone tra i piedi: ogni possesso dura il tempo di un sospiro e finisce quasi sempre restituito agli avversari con cortesia eccessiva. E non segnare nemmeno alla terzultima della classe, che conferma sul campo perché stia lì sotto, è un dato che pesa come piombo come quello che serve per tirare su una spigola da dieci chili o un tonno.
L’unico a dare una scossa, più o meno, è stato Traoré, che almeno ha mostrato personalità, (quella rabona ha scaldato i cuori), iniziativa, un’idea di calcio attorno a cui si potrebbe costruire qualcosa. Ma un singolo non fa primavera, soprattutto quando attorno c’è un inverno lungo mesi. Per vincere certe partite serve qualità, e la qualità non si improvvisa. Non si compra all’ultimo momento, non si inventa con giocatori fuori condizione, reduci da inattività o da infortuni. La preparazione si fa a luglio, non quando il calendario segna febbraio e la classifica chiede punti come un creditore impaziente. Affidarsi a uomini senza benzina è stato un azzardo che somiglia a una resa anticipata, una sorta di eutanasia calcistica mascherata da strategia.
Il Bari è durato un quarto d’ora nel secondo tempo, poi è calato di nuovo come una candela al vento. E nel finale ha pure rischiato di farsi male da solo, salvato solo da un intervento provvidenziale di Pucino su Romano che ha evitato il tracollo. Il pareggio, alla fine, è lo specchio più onesto: giusto per quello che si è visto, inevitabile per due squadre così modeste e timorose. Quando si affrontano squadre in questa condizione succede sempre la stessa cosa: la paura di perdere supera il desiderio di vincere. È stata una partita tra malati gravi che si sono studiate in corsia, ciascuno sperando che fosse l’altro a peggiorare per primo.
Intanto altrove si lavora con lucidità. L’Entella, per esempio, è andata a pescare in Serie C pugliese (uan beffa) giocatori funzionali e pronti, trovando linfa dove altri non hanno guardato. Il Bari invece osserva, viaggia, frequenta stadi alla ricerca di “uno, nessuno centomila”, monitora, ma poi torna a casa con poco o nulla in tasca. Ragazzi acerbi, stranieri sconosciuti, calciatori fermi da mesi. E viene spontaneo chiedersi, con un misto di ironia e sconforto: ma dove vogliamo andare così? Nietzsche diceva che “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. Qui il problema è che non si intravede né il perché né il come.
Resta allora la domanda più semplice e più spietata: davvero questa squadra può raccogliere venticinque punti da qui alla fine? Pensarlo è un atto di fede, non di logica. E la fede, si sa, è materia da chiesa, non da classifica. La realtà invece è concreta, testarda, implacabile. La classifica non mente mai, non fa sconti, non concede illusioni. E il Bari è lì, fermo sul ciglio, con vista su un burrone che sembra aspettare solo il prossimo passo falso. Con tutto l’affetto possibile, con tutta la speranza che si può ancora spremere dal cuore, resta una sensazione difficile da scacciare: che questa stagione assomigli sempre di più a una lenta discesa verso gli inferi danteschi, e che qualcuno abbia smarrito, chissà dove, la mappa per risalire. “Ché la diritta via era smarrita” a proposito di Dante.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari