
C’è un momento, nella storia della propaganda, in cui l’argomento finisce e comincia la scenografia. E quando arrivi alla scenografia, significa che le idee hanno già chiesto il congedo.
L’ultima trovata dell’universo meloniano è un fotomontaggio diffuso dall’account ufficiale di Atreju: un magistrato in toga che bacia una manifestante, il tutto condito da uno slogan che allude a una relazione “tossica” per il Paese. Siamo alla politica trasformata in meme da terza media, alla complessità ridotta a fotoromanzo.
Se questa è la profondità dell’analisi sul referendum riguardante la separazione delle carriere, allora siamo messi peggio di quanto immaginassi. Perché quando un partito di governo – non un collettivo satirico, non una pagina anonima – sceglie di affidarsi a un’immagine così caricaturale, vuol dire che il terreno del confronto vero è diventato scivoloso. E forse i sondaggi interni raccontano qualcosa di meno rassicurante di quelli ufficiali. Altrimenti, perché scendere a questo livello?

La scena richiama inevitabilmente il celebre bacio di Brežnev e Honecker immortalato sul Muro di Berlino, che diventò simbolo di un’alleanza politica soffocante. Ma lì c’era un contesto storico, un blocco geopolitico, una Guerra Fredda. Qui invece abbiamo un collage digitale che tenta di suggerire un complotto sentimentale tra toga e piazza. È la politica ridotta a teatro d’ombre.
Mi viene in mente Guy Debord e la sua “società dello spettacolo”: quando la rappresentazione prende il posto della realtà e la narrazione sostituisce il ragionamento. Qui non si discute nel merito di un assetto costituzionale delicatissimo; si insinua, si ammicca, si costruisce un’immagine per evocare un sospetto. Non è argomentazione, è allusione.
E poi c’è un dettaglio che non può sfuggire: governano. Non sono all’opposizione, non sono perseguitati dal sistema, non sono Davide contro Golia. Sono Golia, con tutti gli strumenti del potere. Eppure scelgono la posa vittimistica, la narrazione del legame oscuro, la scenetta simbolica. È un paradosso quasi pirandelliano: “così è, se vi pare”. Ma qui non siamo in un dramma borghese, siamo in una riforma costituzionale.
Il punto non è difendere o meno la magistratura come corpo astratto. Il punto è la serietà del confronto. Se per sostenere una riforma occorre evocare baci clandestini tra toga e protesta, significa che la forza degli argomenti non basta. E quando non bastano gli argomenti, si prova con le immagini suggestive.
È lecito fare propaganda. È legittimo schierarsi. Ma c’è un limite tra la polemica e la caricatura istituzionale. E quel limite, a mio avviso, è stato superato.
Più che “relazioni tossiche”, qui si intravede una certa tossicità del dibattito pubblico. E quando il dibattito si abbassa a questo livello, non perde solo una parte politica. Perde la qualità della democrazia.
Forse dovrebbero riflettere su questo. Perché la forza di una riforma si misura dalla solidità delle ragioni, non dall’efficacia di un fotomontaggio.
Cadetto di Guascogna