
“Non ero stato io, non ne sapevo nulla, non lo avevo voluto. Io non ero più nel mio corpo”.
È una sfida coraggiosa quella di Paolo Panaro e della Compagnia Diaghilev, in scena sino al 15 marzo all’Auditorium Vallisa di Bari con “Non si sa come” di Luigi Pirandello. Una sfida, perchè siamo di fronte ad un dramma cupo, complesso, statico e a tratti verboso, in cui il drammaturgo siciliano si pone come un rabdomante di sentimenti profondamente nascosti e inconsapevoli, tra coscienza, volontà e istintualità.

È l’ultima opera compiuta, scritta quasi di getto nell’estate del 1934 (lo stesso anno del Nobel per la letteratura) ma non ebbe una gestazione facile: la produzione italo-austriaca rifiutò il finale previsto dallo scrittore e ne nacque un’aspra querelle. Nella stesura originaria il protagonista si fermava e taceva un attimo prima di pronunciare quelle parole che avrebbero provocato la detonazione di sentimenti, azioni e reazioni. Per assecondare lo spirito che in quegli anni permeava il teatro, la produzione Italo-austriaca pretese invece un gesto che in qualche modo chiudesse istantaneamente il cerchio della vicenda, e desse una risposta definitiva, chiara, coerente con il rapporto colpa-responsabilità-castigo. Pirandello fu infine costretto ad adeguarsi alle richieste, ma in qualche modo si vendicò ritirando l’opera per affidarne la prima rappresentazione ad una compagnia di Praga (debutterà in Italia l’anno dopo, con Ruggero Ruggeri al Teatro Argentina di Roma).

Il testo ripercorre e fonde la struttura e il senso di tre novelle: Nel gorgo (1913), Cinci (1932) e La realtà del sogno. Il tema è quello del rapporto tra la ragione e gli impulsi sottaciuti dell’istinto, tra le norme che regolano la coscienza e quel mondo interiore che in certi momenti trascina l’uomo in un agire quasi inconsapevole, come se non fosse lui, come se non fosse lì. La rimozione e l’oblio diventano allora strumenti necessari perché la vita ricominci a scorrere, e in qualche modo la “proteggono”, almeno finchè non intervenga un evento che riporta dolorosamente alla luce quello che fino ad allora era rimasto taciuto e sepolto.
Il conte Romeo Daddi, pur innamorato della consorte Bice, l’ha tradita con Ginevra, moglie di Giorgio, suo amico di vecchia data. Il tradimento è avvenuto in un tempo sospeso, senza consapevolezza, senza premeditazione, senza un innamoramento che lo giustifichi, e tutto sembra essere stato dimenticato, come un delitto innocente (è questo l’ossimoro usato da Romeo) che però la coscienza ripesca, provocando nell’uomo un risveglio doloroso e a tratti delirante. Il tarlo che lo devasta riporta alla luce un altro episodio, gravissimo eppure sepolto e dimenticato: un omicidio compiuto trent’anni prima, anche qui senza che ci fosse premeditazione. Un delitto commesso non si sa come, confessa Romeo ai suoi amici, dopo il quale era tornato tranquillamente a casa e aveva ripreso la vita di sempre, come se non fosse stato lui, spettatore lucido ma estraneo. Ora però il riemergere del passato porta con sè un tormento profondo: sente di dover espiare una colpa, ma si domanda anche se esista responsabilità lì dove non ci sia consapevolezza. Comprende anche che conoscere è morire all’immagine che di sé aveva costruito. Il problema dunque non è tanto il rimorso, quanto l’assunzione torturante di questa responsabilità. E poi si fa strada in lui anche un altro pensiero, e cioè il sospetto che non sia il solo a conservare nel cuore un delitto innocente. Questo lo spinge a indagare, a scompaginare le vite di sua moglie e dei suoi amici, in un crescendo emotivo che, partendo proprio dalla confessione dell’antico delitto, riuscirà a sconvolgere e a demolire le esistenze di tutti. In qualche modo sarà lui stesso a provocare un nuovo delitto, anche questo compiuto non si sa come, in un’atmosfera delirante e surreale, dove la coscienza è sospesa.

Paolo Panaro, regista, sposa una visione più dinamica e vivace rispetto alle indicazioni del drammaturgo siciliano, che chiedeva di ridurre all’essenziale i movimenti degli attori, per lasciare spazio al linguaggio, fatto di monologhi introspettivi e dialoghi intimi e feroci. Anche se sono quasi sempre tutti in scena, i suoi personaggi sono soli, chiusi, ciascuno alle prese col proprio (non programmato e doloroso) percorso di scoperta di sé. Francesco Lamacchia racconta con lo sguardo e il gesto il tormento di Romeo Daddi, il delirio quasi allucinato e la distruzione del suo mondo interiore. Antonio Carella (Giorgio), Roberto Petruzzelli (che ha sostituito temporaneamente Panaro nel ruolo di Nicola), Caterina Petrarulo (Ginevra) e Lara De Pasquale (Bice) partecipano efficacemente a quella che, partendo come una danza macabra all’interno della coscienza del protagonista, si trasforma in un balletto straziante che coinvolge e stravolge tutti.

Resta a nostro parere una pièce difficile, che necessita di un ascolto attento, con un testo tortuoso quanto il pensiero che si muove su terreni inesplorati (persino a se stesso). Onore dunque a una scelta audace, vinta anche grazie all’equilibrio tra dinamismo scenico e senso di costrizione, e ad una convincente prova attoriale da parte di tutti.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia