Con ‘Stay Human’ Michele Perruggini firma un concept album sul nostro tempo

Dopo l’uscita di due singoli che ne hanno anticipato il respiro e la direzione, STAY HUMAN è finalmente disponibile su tutte le principali piattaforme digitali. Il nuovo album di Michele Perruggini, pubblicato da Abeat Records anche in formato CD, segna una tappa fondamentale nel percorso del batterista e compositore barese.

Quarto lavoro di inediti, STAY HUMAN è un concept album nel senso più autentico del termine: una riflessione sonora ed umana sul nostro tempo, sulle sue fratture, sulle sue illusioni, sui rischi di una modernità che promette connessione ma spesso produce distanza. In un mondo dominato da algoritmi, identità virtuali ed intelligenze artificiali, la musica diventa atto di resistenza, spazio di coscienza, gesto profondamente umano.

Accanto a Perruggini, una formazione di assoluto rilievo nel panorama jazz contemporaneo: musicisti che non sono semplici interpreti, ma co-costruttori di un linguaggio condiviso. Roberto Olzer, Yuri Goloubev, Riccardo Bertuzzi, Guido Bombardieri, Dario Tanghetti, con la partecipazione di Fausto Beccalossi, danno corpo ad un suono compatto, visionario, capace di unire rigore compositivo e libertà espressiva.

Il cuore dell’album è una domanda semplice e radicale: che cosa significa oggi restare umani?
Perruggini la pone senza retorica, attraversando dubbi esistenziali, tensioni spirituali e inquietudini collettive. Le dodici tracce sono tappe di un viaggio che si muove tra cosmo ed interiorità, tra memoria e futuro, tra denuncia e speranza.

Si parte da Through the Darkest Stars, un’immersione nell’infinito, là dove le stelle morenti diventano varchi verso altri universi. Lost Souls dà voce a chi ha smarrito la propria essenza e tenta, con ostinazione, di ritrovarla. Hypnosis scava nella mente, nei ricordi sepolti che continuano ad influenzarci senza che ce ne rendiamo conto.

Il brano che dà il titolo all’album, Stay Human, è il manifesto del progetto: nell’epoca dei like, delle relazioni simulate e dell’approvazione digitale, la vera rivoluzione sarà preservare empatia, presenza, contatto reale.

Da qui il percorso si apre a contaminazioni e simboli: il valzer europeo che incontra l’energia della musica nera in Black Waltz; le maschere e le identità multiple dell’era dell’apparenza in Faces; la sacralità del tatto come legame primordiale con il mondo in Shy Fingers.
La solitudine (Lonely), il rifugio del sogno (Dreamland), la figura ambigua e ribelle di Lilith, il mistero della notte, fino al ritorno alle origini con Ancient Song, dove il canto diventa memoria collettiva, radice, identità.

STAY HUMAN non è solo un disco da ascoltare: è un’esperienza da attraversare.
Un lavoro che invita a rallentare, a sentire, ad interrogarsi.
Perché, come scriveva George Orwell, non è tanto restare vivi, quanto restare umani che è importante.

Daniele Milillo

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