
Andare al Duke Jazz Club di Bari non significa solo ascoltare buona musica e validi artisti, ma è un’occasione per approfondire figure importanti che forse passerebbero quasi inosservate. Il progetto su “Dinah Washington, the Queen of the blues” rende merito a quella che è stata una voce di spicco della musica americana negli anni ‘40 e ‘60, ma che rischia di perdersi dietro altre figure femminili più rinomate come Billie Holiday, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Carmen McRae e tante altre.
Per questo progetto dobbiamo innanzi tutto ringraziare la bravissima Carla Bavaro che con la sua voce ha saputo dare vita (e corpo) a tanti capolavori che hanno reso Dinah Washington immortale, ma anche a Max Monno alla chitarra, a cui è stata affidata la parte armonica, alla sezione ritmica composta da Gianluca Fraccalvieri al basso elettrico e Fabio Delle Foglie alla batteria, e un particolare plauso all’accompagnamento di Mike Rubini al sax alto che con il suo strumento ha saputo duettare con la voce, creando dei momenti davvero emozionanti.

Dinah Washington, nome d’arte di Ruth Lee Jones, nata nel 1924 e scomparsa nel 1963, statunitense, è considerata una delle grandi voci “nere” blues, jazz e gospel, insieme a Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan Vaughan e Billie Holiday, per la quale aveva una stima e un timore quasi reverenziali, accostandosi al loro repertorio con grande umiltà. La sua versatilità, la voce penetrante, il tempo perfetto, l’enunciazione cristallina sono alcune delle caratteristiche del suo stile, che riusciva ad adattare ad ogni situazione.
In meno di vent’anni di carriera, ha prodotto un’ampia discografia, con brani di qualità molto variabile, un po’ sfruttata dalla prestigiosa etichetta discografica Mercury. La voce e lo swing di Dinah Washington emergono prepotentemente anche nei brani più scadenti e più lontani dalla sua sensibilità artistica. Anche nei prodotti più commerciali però, traspare il suo inconfondibile stile, il suo modo modernissimo di usare le pause e di pronunciare le parole.

Pur spaziando tra i vari generi musicali, dal pop al jazz, dal blues al country, non volle mai registrare un album gospel. Riteneva fosse sbagliato mescolare il religioso e il secolare, e per lei il music business era troppo in contrasto con la sacralità del gospel.
Nata nel Sud degli Stati Uniti, in un paesino dell’Alabama, a soli tre anni si trasferì con la famiglia a Chicago dove da bambina, veniva affidata dai genitori (entrambi assenti in casa per motivi diversi) alla parocchia. La chiesa divenne un importante punto di riferimento per la piccola Ruth che, ben presto, cominciò a cantare fino a divenire, a dieci anni, componente effettivo del coro della chiesa di St. Luke, nel South Side, e successivamente leader e pianista. Nel frattempo Ruth si iscrisse alla DuSable High School e cominciò a dividersi tra i night club (dove esordì col nome d’arte di Dinah Washington) e il coro di Sallie Martin, in cui col suo vero nome suonava il piano nella prima formazione gospel interamente femminile. Sallie Martin è ricordata soprattutto per essere stata la prima artista a “secolarizzare” la musica gospel portandola al di fuori delle funzioni religiose, anche se la prima a ottenere un successo popolare fu Mahalia Jackson, che guadagnò per questo il titolo di Queen of Gospel. Il debutto ufficiale di Dinah Washington risale al 1942 quando, abbandonò definitivamente il suo vero nome. Fu allora che fu presentata a Lionel Hampton, che presto l’accolse come vocalist nella sua orchestra.

Il miglior periodo jazz di Dinah Washington è, per i critici, quello che va dal 1954 al 1958, periodo in cui Dinah si esibì con musicisti quali i trombettisti Clark Terry e Maynard Ferguson, il pianista Richie Powell, i sassofonisti Paul Quinichette e Eddie Davis, il batterista Max Roach.
Del 1958 è una sua trionfale esibizione al famoso Newport Jazz Festival, di cui esiste un documentario filmato, premiato anche agli Academy Awards (vale senz’altro la pena ascoltarlo su YouTube).

Il suo più grande successo è stato senza dubbio “What a Difference a Day Makes” del 1959, che vinse un Grammy Award per la migliore performance rhythm and blues, raggiunse il numero 8 nella classifica Hot 100 di Billboard e venne premiato con il Grammy Hall of Fame 1998(il Grammy Hall of Fame Award è un premio Grammy istituito nel 1973 per onorare le registrazioni che sono state pubblicate da almeno 25 anni e che hanno “un significato storico o qualitativo”. Stesso riconoscimento l’ha ottenuto il brano Unforgettable, nel 2001). L’album omonimo segnò il crossover dal blues al pop e venne snobbato dai critici, ma le vendite andarono alle stelle e il brano, in versione CD, resta uno dei più venduti della cantante.

Alla fine degli anni cinquanta, Dinah era ormai un’artista affermata e un sex symbol per gli americani di colore. A causa della sua burrascosa vita sentimentale (sette mariti, sei divorzi e numerose relazioni non ufficiali, tra cui lo stesso Quincy Jones, dieci anni più giovane di lei), divenne uno dei bersagli preferiti della stampa scandalistica dell’epoca. Il suo carattere forte e volitivo la rendeva spesso antipatica ai colleghi, e un problema per gli impresari e i discografici, ma il pubblico continuava ad adorarla, tanto che fu soprannominata la “Regina del Blues”.

Nel 1961 si chiuse il contratto con la Mercury (iniziata nel 1948), per la quale erano state realizzate ben 444 registrazioni, contando anche inediti e versioni alternative che l’aveva costretta a una sconsiderata quantità di incisioni (spesso senza badare alla qualità artistica). Il 1962 fu un anno di riflessione: la sua movimentata vita privata, i suoi problemi di linea, il suo difficile rapporto con l’ambiente di lavoro e le innumerevoli frustrazioni l’avevano resa facile preda dei barbiturici e degli anoressizzanti. Progettava il ritorno sulle scene, ma poco prima del Natale 1963, proprio a causa di una micidiale overdose di pillole dietetiche e alcool, si chiuse la sua esistenza tormentata all’età di soli 39 anni.

La nostra Carla Bavaro è stata bravissima a dare vita a ravvivare il ricordo di brani che sono stati cavalli di battaglia della Washington, supportata da altrettanto validi musicisti. I lunghi assoli di Mike Rubini hanno fatto da supporto alla voce della Bavaro, ma anche Monno, Fraccalvieri e Delle Foglie hanno avuto i loro spazi, rendendo la serata davvero piacevole.

IL concerto è stato aperto dai brani “Coquette”, “How long, how long blues”, “Manhattan”, “September in the rain”. Non poteva mancare il brano “Evil Gal Blues”, che è stata la sua prima incisione, con l’orchestra di Lionel Hanpton nel 1939. Non sono mancati anche brani (I left my heart in San Francisco) che avevano visto, a suo tempo, l’ingaggio di Quincy Jones come arrangiatore, o quello che è stato il suo brano di maggior successo, “What a difference a day makes”, che le valse il Grammy Award nel 1959. Straordinario (e interminabile) l’ultimo brano del concerto, il blues “You’ve been a good old wagon”, con un delicato bis con “Stormy Weather”.

A parte Mike Rubini, tutti gli altri musicisti sono espressione della Scuola di Musica del Pentagramma, dove sono cresciuti e dove ora svolgono il loro compito di docenti. Una compagine qualificata per una serata piacevolissima. Devo sempre pensare che dietro questi bei progetti, sia ancora presente lo zampino del nostro caro Guido Di Leone, per una serata speciale.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro