La settimana sportiva: l’analisi di Mantova – Bari

Scrivo in prima persona perché questo Bari, nel bene e nel male, me lo sento addosso come un cappotto fradicio che non riesci a toglierti. E fa freddo, pure dentro.

Dopo Cesena, e dopo quei primi sessanta minuti col Palermo, avevo pensato – ingenuo io – che non fosse cambiata la musica, ma almeno qualche nota sì. Invece era solo una stonatura. Un do diesis minore settimo stonatissimo, sbagliato, cupo, uno di quelli che rimbombano e ti restano nelle orecchie. Il solito Bari, insomma. Quello che ti illude per mezz’ora e poi ti presenta il conto, sempre salato.

La vittoria di Cesena, a rivederla oggi, somiglia terribilmente a quelle altre vittorie misteriose di questa stagione, ivi incluso quell’altro misterioso pareggio di Chiavari: partite vinte e pareggiate prendendo pallonate, resistendo per miracolo, come contro Mantova, Padova, lo stesso Cesena all’andata. E siccome, come scriveva Giambattista Vico, “la storia è un corso e ricorso”, prima o poi tutto torna. Se ti salvi a pallonate una volta, al ritorno perdi. E perdi male. Al 94’. Così funziona la vita, non solo il calcio.

Perdere a Mantova, però, è un’altra cosa. Lì, in terra virgiliana, convivono serenamente con la bassa classifica. Non fanno drammi, non vivono di illusioni. A Bari no. A Bari una sconfitta così è un’apocalisse, un cataclisma emotivo, sociale, quasi antropologico. Era uno scontro diretto da vincere, punto. Una di quelle partite che valgono doppio. E invece siamo qui, di nuovo, a parlare di una resa senza appello.

Dopo una mezz’ora decorosa – un gol annullato, uno buono, un paio di occasioni senza cattiveria – il Bari è sparito. Un’ora abbondante senza mettere il muso oltre la metà campo contro la penultima in classifica. Questa sarebbe la squadra che dovrebbe salvarsi con undici nuovi arrivi di gennaio. A me è sembrato piuttosto un pugile suonato, con le braccia basse, in attesa del colpo finale.

E il colpo è arrivato. Al 94’. Un cazzotto allo stomaco che spalanca le porte dell’inferno. Se devo scegliere un girone dantesco, questo Bari mi sembra già nel sesto cerchio, quello degli eretici: chiusi in sepolcri infuocati, colpevoli di aver creduto a dottrine sbagliate. Qui la dottrina sbagliata è pensare che ci si possa salvare senza qualità, senza forza, senza uomini veri.

Al Martelli, in riva al Mincio che disegna i tre laghi, mentre loro corrono e osano e cambiano, noi tremiamo. Il secondo tempo del Bari è un’offesa al calcio: un solo tiro di Cuni, debole, telefonato, poi il nulla. Difesa bassa, paura, interventi goffi, gambe molli. Mantovani in ritardo, Cistana pure, Pucino evaporato. A centrocampo il deserto: Braunöder falloso anche quando non serve, graziato dai cartellini; Verreth inutile, salvo un assist vincente che resta un’isola nel vuoto. Vento nel vento per dirla alla Battisti.

Una squadra raggomitolata su se stessa, come dita dei piedi strette in un mocassino di due numeri più piccoli. Non riesci nemmeno a toglierti la scarpa, figuriamoci a reagire.

Longo prova a cambiare, a respirare un po’. Ma non cambia niente. Anzi, arriva il KO. E poi, a fine gara, la frase che pesa come un macigno: “li ho visti in ginocchio, fisicamente”. Parole chiare, oneste, e proprio per questo spaventose. Perché se non stai in piedi, al di là delle responsabilità, della tattica e del carisma dell’allenatore, dove vai?

Qui non è pessimismo, è realtà. Il Bari non è stato capace nemmeno di fermare una diretta concorrente. Bocciatura netta. Nel secondo tempo il Mantova sembrava di un’altra categoria come tutte le squadre che incrociano il Bari, siano esse Pescara, siano esse Venezia, Giugliano, Pontedera o Renate. E se a Mantova non tocchi palla per quarantacinque minuti, è difficile anche solo immaginare una salvezza.

Il mercato doveva essere l’unica via d’uscita. Ma il campo è impietoso: Odenthal regge cinquanta minuti, poi si spegne. Gli altri appaiono spaesati, imprecisi, inconsistenti. Come dice un vecchio proverbio che non sbaglia mai, “si raccoglie solo ciò che si semina”. E qui si è seminato poco, e pure male.

Il Mantova vince perché osa. Il Bari si accontenta del pareggio senza averne i mezzi. Sul gol decisivo ci sono colpe evidenti, ma il problema è strutturale: centrocampo schiacciato, nessuna ripartenza, nessuna qualità. È un film già visto, il Bari che aspetta il gol avversario, come ai tempi più bui.

Colpisce il confronto dei cambi: i loro incidono, i nostri no. Puoi cambiare allenatore, ma se il materiale è questo, non vai lontano, anzi retrocedi. E vedere ancora Braunöder in campo è un pugno nello stomaco, non per accanimento personale, ma perché è il simbolo di errori che partono dall’alto. Pochi soldi – ammesso che siano stati spesi – e spesi male. Centrocampo povero, attacco che non punge, difesa che sotto pressione crolla.

Anche la matematica è cattiva: pensare a sei vittorie, otto pareggi e solo tre sconfitte sembra esercizio di fantasia. E se lo stesso Longo ammette che la squadra non si regge in piedi, la domanda è una sola: da dove si riparte? Per dirla alla barese come si diceva una volta ai tempi di Alberti e Zavettieri prima della remuntada: “Ma addò avìm’a scì ke kessa squàdre?” Quando bastavano quattro o cinque giocatori veri, non una rivoluzione sterile.

Febbraio, con partite ravvicinate, non aiuta nemmeno a lavorare sulla condizione. Nell’ultima mezz’ora loro correvano, noi no. Se pure i giocatori normali diventano imprendibili, il quadro è completo.

Si spera nei nuovi, che entrino in condizione. Altrimenti è davvero finita. Perché il rischio retrocessione non è più un’ipotesi, ma una possibilità concreta. E non per sfortuna, ma per logica conseguenza.

Virgilio, che da queste parti è di casa, scriveva: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”, ovvero “Felice chi riesce a capire le cause delle cose”. Qui le cause sono fin troppo chiare. E fanno male.

E no, davvero no: non posso credere che i salvatori del Bari debbano essere i panchinari della Juve Stabia e uno operato di appendicite arrivato direttamente da Mantova in infermeria a Bari, nè tanto meno da un ignoto giocatore proveniente dalle categorie inferiori europee. Questa, permettetemi, è una favola che a Bari non attacca. Mo’ pure le favole ci siamo giocati.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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