
Per la stagione della Camerata Musicale Barese è andato in scena “Parlami d’amore”, un viaggio musico-teatrale nato dai ricordi di Costanza Diquattro e affidato alla sapiente regia di Pino Strabioli.
Nello spettacolo si respira un’aria marcatamente felliniana: la messa in scena possiede una profonda portata onirica che richiama la poetica di Amarcord, trasformando il ricordo in una proiezione plastica, a tratti deformata ma intensamente umana. In questo scenario si muove Mario Incudine, in un abito scuro essenziale dal quale, però, spiccano con forza dei calzini rossi. Un dettaglio cromatico potente che in questo clima evocativo, assume lo stesso valore simbolico della sciarpa per Fellini: un segno distintivo di vitalità e di poetica follia. Sotto lo sguardo del pubblico, il palcoscenico del Teatro Piccinni si presenta subito in tutta la sua ricchezza.

La presenza dell’Orchestra della Magna Grecia impone all’aria del teatro un peso diverso: non è un suono che esce dalle casse, ma che nasce dal legno dei violini e dal metallo dei fiati. Una dimensione concreta dove non esistono basi né finzioni. Il sostegno di una strumentazione reale trasforma la musica in un’energia che arriva addosso, un calore autentico capace di avvolgere le parole e caricarle di un’emozione che solo la materia pulsante sa dare. Pezzo dopo pezzo, il ricordo viene ricostruito davanti agli occhi degli spettatori creando un’intensità che trasloca dal palco alla platea accorciando ogni distanza. Proprio qui l’artista siciliano tratteggia, con un gessetto bianco, i contorni di una radio su una scatola di legno nera. Un gesto rituale che dichiara l’origine di tutto. Quello che si ascoltava veniva da lì, da un mezzo che il regime utilizzava per imporre un ordine rigido. Eppure, in quel clima severo, la musica restava l’unico spazio capace di offrire sollievo. Se il potere controllava le parole, non riusciva però a imbrigliare la libertà della melodia.

In questo contesto il protagonista si conferma un interprete di altissimo livello, capace di elevare il materiale storico attraverso una performance che, nella sua essenza più profonda, risulta interamente cantata a suonata. La sua voce non decora semplicemente le melodie, ma ne rivela il senso, passando dal sussurro di una nostalgia privata al graffio della satira. Questa fisicità vocale diventa il vero baricentro della serata, sapientemente inframmezzata da gag e momenti di teatro puro. In tale alternarsi tra spartito e scena irrompe – trascinato su una pedana a rotelle come un bagaglio ingombrante della storia – il fantoccio di Vittorio Emanuele III; alto quanto un bambino e bloccato sulla sua base, quello che la satira ribattezzò sprezzantemente “Sciaboletta” viene fatto scattare in un saliscendi meccanico tra le note di Faccetta nera, un movimento ripetuto, colpo di genio che priva il sovrano della sua autorità: il monarca svanisce per lasciare il posto a un oggetto da fiera, un pupazzo manovrato che guizza a comando invece di guidare una nazione.

Ogni brano diventa una porta aperta che si spalanca su un aneddoto, un frammento di cronaca, una riflessione improvvisa. Al pianoforte e alla fisarmonica, Antonio Vasta dà il ritmo all’interprete mentre intona Signorinella pallida, Firenze sogna e Torna a Surriento. Il momento si fa struggente quando la scena incontra il sacrificio patriottico attraverso i versi di Luigi Mercantini in “Una madre veneziana al campo di San Martino”, la cui ricerca dei figli Attilio ed Emilio richiama simbolicamente i martiri del Risorgimento, offrendo un momento di verità umana che stride con i discorsi eroici del regime.

Il teatro respira la storia fermando il tempo in una riflessione profonda prima di scivolare nel fascino di “A mezzanotte va la ronda del piacere”. Ma il clima muta improvvisamente quando la radio declama la guerra: l’allegria di Voglio vivere così e il sentimento di Profumi e balocchi lasciano il posto al bando della dichiarazione di guerra e al graffio di Lili Marlene. Proprio qui emerge la vera forza dell’operazione: le canzoni proposte non sono semplici reperti bellici, ma icone sonore radicate così profondamente nel nostro DNA culturale da risultare familiari ancora oggi. Una potenza transgenerazionale fatta di melodie che superano il tempo, riconosciute e canticchiate anche dai più giovani dopo quasi un secolo: segni indelebili del nostro patrimonio.

Il ritmo cambia ancora con la scena della veglia funebre, dove il rituale antico di sistemare il defunto nel salotto di casa viene stravolto in chiave grottesca. Il momento diventa esilarante quando il poliedrico mattatore coinvolge il Maestro Walter Sivilotti. Lo ricordiamo così in un contrasto irresistibile: lui, la cui mansione principale è dirigere con rigore l’orchestra, si presta al gioco e accetta di interpretare il morto. Un’immagine spiazzante che fa ridere di cuore: il Maestro, con il rosario tra le mani viene trasformato in un “morto in piedi” su quel podio che un attimo prima gli era servito per guidare i musicisti. Un sussulto di leggerezza prima di affrontare l’eredità della storia, rappresentata dall’accostamento tra Giovinezza e Bella ciao, due canti che segnano l’arco temporale di un’epoca, il passaggio brutale dal regime alla conquista della Libertà.

Giunti verso il finale, si percepisce chiaramente che il pubblico è diventato una spugna emotiva: per tutta la serata ha assorbito la tristezza della storia, il peso del regime, la nostalgia per quelle canzoni che raccontavano ciascuna una storia di vita vissuta e la scarica di adrenalina della musica. L’animo di chi siede in platea è ormai colmo di una bellezza antica, che è sostanza viva, che appartiene alle nostre radici e che ha saputo far piangere e far ridere. Quando parte Tanto per cantà Incudine scende tra la gente e pare che tiri con sé il fantasma buono di Petrolini per farsi, insieme a tutti i presenti, un’unica voce esplosiva.
Fellini diceva che il passato non è un museo polveroso, ma un circo vivo, a tratti grottesco e a tratti dolcissimo. I nostri ricordi non devono stare fermi sotto una teca di vetro ma hanno il diritto di ridere, di piangere e di esibirsi ancora.
Cecilia Ranieri
Foto dalla pagina Facebook della Camerata