
Mio padre era un bufalo è il nuovo romanzo di Francesco Mila, scrittore e sceneggiatore, nonché autore di Piperita (Fandango Libri, 2021), che ha ricevuto il premio Procida-Elsa Morante nel 2022.
Ambientato nella periferia romana dei primi anni 2000, il romanzo racconta la storia di Maurizio e del figlio Luciano, un bambino di dieci anni, rimasti soli dopo che la moglie li ha lasciati. Al centro della narrazione c’è il rapporto complesso tra padre e figlio: Maurizio, ex pony express, ora disoccupato, percepisce un assegno di invalidità ed è in attesa di un processo per aggressione nei confronti di un pakistano. Una vita ai margini, dunque, che sembra precludere sogni e speranze di salvezza.
La voce narrante è quella di Luciano, che ci offre un ritratto intenso e crudo della sua infanzia, senza retorica. Il bambino cresce facendo i conti con un padre che sperpera denaro al gioco e che spesso cade in stati di ubriachezza tali da impedirgli di prendersi cura di sé e del figlio. Nonostante la sua giovane età, egli conosce già la dolorosa assenza della madre, il degrado della loro abitazione e del quartiere, i rapporti precari con l’assistente sociale e le attenzioni inopportune di Alberto, un amico del padre.
Tuttavia, Luciano è un bambino che se la sa cavare, forse perché è cresciuto in fretta o forse perché l’istinto di sopravvivenza riesce sempre a farci diventare più forti e più resilienti di quanto possiamo immaginare. E mentre osserva il padre con i suoi comportamenti autodistruttivi, lui cercherà di salvarsi da quell’inferno, da quel caos che lo circonda, da quello spazio tossico, pur amando teneramente suo padre, seppur malato, imperfetto, irrisolto, fragile, capace di amarlo e, allo stesso tempo, di fargli del male.
Così, attraverso gli occhi del bambino e la sua capacità di narrare in modo a volte crudo, a volte spaesato, a volte poetico, entriamo in questo racconto che ha il sapore della sconfitta sociale e del devastante senso di precarietà.
Proprio perché è Luciano a raccontarci la sua storia, il linguaggio scelto da Mila è semplice, talvolta gergale, a tratti immaturo, ma fluido, mentre la narrazione – con un ritmo perlopiù serrato e incalzante – appare sempre realistica e verosimile alla realtà delle periferie urbane.

È un romanzo che coinvolge, che cattura anche per questo, perché i bambini dovrebbero giocare con i loro coetanei e vivere spensieratamente, senza assenze da elaborare, case da riordinare o pasti da preparare. Leggendo il sorprendente romanzo di Mila, invece, ci imbattiamo in una situazione di degrado sociale, culturale ed economico che ci impone una riflessione profonda su quanto queste realtà siano diffuse, molto più di quanto siamo portati a immaginare.
Luciano emerge quindi come un piccolo eroe, che affronta le sfide quotidiane con coraggio e intelligenza, riuscendo a crearsi spazi di salvezza e protezione in un mondo duro, spazi in cui anche la semplice immaginazione può salvare.
Ed è per questo che il lettore lo segue con apprensione e affetto, perché non si può non amarlo e non preoccuparsi per lui, soprattutto nei momenti più forti e cruciali della narrazione, mentre ci si domanda se e quando questo piccolo grande uomo sarà mai risarcito dalla vita.
Mio padre era un bufalo potrebbe essere letto come un romanzo che trova le sue origini nel romanzo verista, dato che l’autore racconta la vita dei più deboli, degli emarginati, dei “vinti”, con realismo, in modo schietto e crudo, concentrando la narrazione sulla realtà sociale e sulle condizioni economiche che determineranno il destino dei protagonisti. La periferia romana diventa così il teatro delle tristi vicende che accompagnano i personaggi del romanzo nella loro travagliata vita.
Ecco perché, alla fine, ci si rende conto di quanto possa essere fragile e terribile l’infanzia quando un bambino deve confrontarsi con una realtà così dura. Ma Luciano ci insegna che, anche tra le macerie, la forza di un giovane cuore può trovare spazi di resistenza. La sua storia ci fa capire, infatti, che crescere in fretta non significa mai perdere la capacità di sognare e di sperare in un futuro migliore.
“La scatola di legno dove tiene i soldi è ancora dentro la cassettiera. Dentro ci sono centocinquanta euro: me li prendo, ne trovo un altro po’ nel comodino. Prima, quando mi ha trascinato qui davanti, non me n’ero accorto: c’è la foto di mamma, dentro, che mi guarda. La lascio lì e me ne vado. Quando devo passare davanti a lui, rallento, faccio girare la testa piano, per guardarlo.
Dorme, sui vetri, come su un letto di stelle.”
Ornella Durante