La fantasia di Stefano Benni ci ha fatto volare fino ad altezze vertiginose, passeggiare in mondi fantastici, ridere, piangere e riflettere: “Bene Benni“ ce lo ricorda in una serata che è memoria gioiosa della bellezza che ci ha regalato.

Una cosa che Stefano mi aveva detto più volte è che gli sarebbe piaciuto che la gente lo ricordasse leggendo ad alta voce i suoi racconti. Come alcuni di voi sapranno, Stefano era molto affezionato al reading come forma artistica, spesso accompagnato da musicisti (…) Se volete ricordarlo, vi invito in questi giorni a leggere le opere di Stefano che vi stanno più a cuore a chi vi sta vicino, ad amici, figli, amanti e parenti. Sono sicuro che da lassù, vedere un esercito di lettori condividere il loro amore per ciò che ha creato gli strapperebbe sicuramente una gran risata”. (Niclas Benni).

Barbara De Palma, Maria Pia Latorre, Vincenzo Mastropirro e Paola Santini hanno raccolto l’invito del figlio di Stefano Benni, scomparso il 9 settembre scorso, e hanno condiviso il loro amore per lo scrittore bolognese raccogliendo parole, sentimenti, musica ed emozioni in uno spettacolo, Bene Benni, che è in realtà un abbraccio carico di energia e ironia, fortunatamente privo di quella nostalgia polverosa che talvolta accompagna le commemorazioni.

La serata, svoltasi presso l’Associazione Nel Gioco del Jazz di Bari e introdotta da Francesco Paolo Romito (Il Venerdì Libertario), è stata un momento di festa, una gioiosa dichiarazione di eterna fedeltà. Sui nostri volti sono comparsi spesso ampi sorrisi, come capita agli innamorati che in una musica o in un verso ritrovano suoni e colori immagazzinati nella memoria, nel cuore, e comunque in uno di quei posti belli dell’anima.

Andrea Scanzi ha scritto che “con lui sognavi e volavi proprio da un’altra parte. Ci ha regalato i migliori mondi paralleli immaginabili”.

I “mondi” creati da Benni sono fatti di magie e disincanti, paradossi e complessità, e sempre – sempre! – carichi di profonda umanità. Benni è riuscito a tenere insieme comicità e critica sociale, ha mostrato il lato ridicolo del potere nelle gesta dei suoi antieroi. Ci ha fatto innamorare di personaggi buffi e malinconici, nei quali abbiamo spesso ritrovato un pezzetto di noi stessi. Ha raccontato il nostro tempo con tragica compassione attraverso invenzioni linguistiche, giochi di parole, salti vertiginosi tra i registri più disparati della scrittura.

Benni non è stato “semplicemente” un grande scrittore comico e satirico: è stato un grande scrittore (tout court). Aveva scoperto che la scrittura è “la possibilità di un’orchestra di tantissimi elementi” (così diceva) e nel tempo aveva imparato ad usarli, non tutti insieme ma ciascuno al momento opportuno.

Come un abile direttore di orchestra, nelle sue pagine è riuscito a passare da immagini giocose che dipingono rapidi affreschi (“La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri: si è innamorata ieri e ancora non lo sa”) a colori cupi e violenti (nella “Ballata della città dolente”, racconto in versi scritto in sedici parti, come un blues). Ha modulato la progressione verso il finale beffardo della tenerissima “Le piccole cose che amo di te” e ha sussurrato la malinconia amara dei versi che invitano a non disprezzare “il poco, il meno, il non abbastanza”. Con la stessa serietà ci ha raccontato il mito dei viaggi interspaziali e della Luisona.

Le sue opere sono state tradotte in trenta lingue, e hanno fatto innamorare lettori e scrittori (si pensi alla profonda amicizia con Daniel Pennac) .

Ciascuno di noi ha il “suo” Benni preferito, in quella infinità di testi, poesie, memorie di incursioni teatrali (considerate come naturali prosecuzioni della scrittura) che negli anni ci ha regalato. La sua produzione letteraria è generosissima, varia, multiforme.

Ma accanto alla genialità della scrittura, è giusto ricordare il rigore del pensiero, la ricerca continua di una corrispondenza tra noi stessi e le parole che pronunciamo.

Nelle interviste infatti parlava spesso dell’uso onesto del linguaggio come principio etico fondamentale, come comandamento morale.

Assomigliare alle parole che si dicono”, con una tensione costante verso una piena corrispondenza, perchè “quando hai pronunciato parole, hai assunto un impegno”. Perchè le parole non sono neutre: definiscono il nostro orizzonte etico, creano cioè la responsabilità etica del linguaggio e misurano il nostro grado di ipocrisia, inteso come profonda distanza tra il detto e il vissuto.

In “Bene Benni” le parole e la musica si succedono rapide sul palco, naturalmente inanellate e logicamente consequenziali.

I flauti di Vincenzo Mastropirro si alternano alla ballata di Barbara De Palma (Luna dove sei?), insieme a brani di De Andrè, Gino Paoli, Francesco De Gregori e Fabio Concato: speranze e disillusioni, libertà, unicità, e poi il manifesto finale, “Piazza Grande” di Lucio Dalla, dove “A modo mio, quel che sono l’ho voluto io” è così splendidamente aderente alla libertà di Stefano Benni, alla sua indipendenza da qualsiasi etichetta.

Si è parlato di abbraccio gioioso, di ricordo che non è commemorazione, di memoria viva e condivisa.

Il tempo di “Bene Benni” è tutto questo, e va oltre il concetto di spettacolo, perchè unisce il palco alla platea, gli attori al pubblico che si sente parte del racconto. Si crea un legame, un filo che unisce tutti e ciascuno: è amore profondo, è gratitudine per la bellezza che Lupo ci ha regalato, di cui forse non eravamo pienamente consapevoli. Questo breve viaggio tra pagine diverse per atmosfere, sentimenti e mondi disegnati con incredibile maestria, ha il pregio di farci toccare con mano (nella memoria del cuore) il talento geniale, ironico, surreale e assolutamente poliedrico di un grande scrittore.

Benni ci ha donato mondi in cui poter passeggiare per sempre. Questa serata ce lo ricorda con il suo stesso ironico, stralunato, surreale sorriso.

Imma Covino

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2 commenti su “La fantasia di Stefano Benni ci ha fatto volare fino ad altezze vertiginose, passeggiare in mondi fantastici, ridere, piangere e riflettere: “Bene Benni“ ce lo ricorda in una serata che è memoria gioiosa della bellezza che ci ha regalato.

  1. Francesco Paolo Romito Rispondi

    Grazie Imma Covino. La lettura di un dipinto. L’ascolto di una danza. Benni riusciva a raccontare ciò che appariva impossibile e paradossale. Tu ce l’hai reso comprrnsibile,desiderabile!

  2. Teresa Roselli Rispondi

    Ho assistito all’evento “Bene Benni” del 16 gennaio presso l’associazione “Nel Gioco del Jazz”. Gli interpreti hanno reso omaggio a Stefano Benni tenendosi ben allineati agli effetti dei suoi speciali messaggi di umanità sarcastica, satirica, paradossale e tollerante, attenti ai più deboli, che nonostante le sofferenze subite, irridono i potenti e gli arroganti.
    Imma Covino con questo commento ha cucito un gradevole tessuto per un abito perfetto, animato da ricerca costante, che rivela le forme della scrittura di Benni e l’enfasi di chi lo interpreta, senza celare ciò che ci sorprende e ci fa sorridere, perché è profondo il messaggio dell’artista quando ci affida strumenti di conoscenza e godimento della bellezza.

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