Nelle scarpe delle altre: Antonella Genga ha portato sul palco del Teatro Abeliano di Bari il coraggio di essere ogni donna

Siamo abituati alla travolgente verve comica di Antonella Genga e a quel talento innato nel suscitare la risata che l’ha resa un volto caro al grande pubblico. Lo spettacolo “Cànte e cùnte a 100 a 100 – Storie ordinarie di donne straordinarie” andato in scena al Teatro Abeliano di Bari, non tradisce questa natura, ma la eleva, portandola a misurarsi con un insieme denso di storie, musica ed emozioni vissute.

Il racconto si sviluppa in un’alternanza di pezzi interpretati e momenti cantati in cui l’artista recupera il vernacolo, le storie popolari e i canti antichi, sottraendo all’oblio un patrimonio oggi spesso trascurato. In questo fluire, l’ilarità non è mai un semplice intrattenimento: l’ironia diventa una lente d’ingrandimento. Come nella satira più alta, la comicità non è il fine, ma lo strumento per scardinare la realtà e mostrarne le pieghe più nascoste. Il riso disarma il pubblico, lo attira a sé per poi consegnargli, quasi a tradimento, una riflessione profonda. È un velo che, una volta sollevato colpisce lo spettatore con un’evidenza che non lascia scampo, perché dietro il brio del momento emerge tutta la verità della vita reale.

In questo passaggio continuo tra il sorriso e il dramma, il suo corpo istrionico e la sua versatilità diventano protagonisti. Con naturalezza, la Genga trasforma il pubblico in un confidente e il palcoscenico in un focolare, reggendo l’intera scena da sola in un monologo polifonico. Lo spazio è essenziale: un leggio, una sedia e diverse calzature sparse, simboli di destini sospesi. L’artista inizia il racconto calzando le proprie scarpe, per poi sfilarle e indossare di volta in volta, quelle che simboleggiano le esistenze altrui. In ogni cambio di passo il mutamento è totale: cambia la postura, cambia il ritmo della voce, l’intenzione dello sguardo. Poggiando i piedi laddove molte donne hanno camminato, sofferto e peccato, lei assume su di sé il peso di quei destini dove ogni paio di scarpe è un universo in attesa.

La prima a prender vita è la sua: non apre semplicemente lo spettacolo, ma prende il suo posto in prima fila insieme alle altre, diventando corpo e pelle di ogni storia, senza filtri. Non è solo una narratrice: è la matrice, l’anima che le contiene tutte. In questo cammino, risulta strabiliante la sua interpretazione dei canti popolari: una sorpresa che colpisce per precisione tecnica e per un pathos capace di evocare atmosfere ancestrali, portando con sé l’eco di un tempo lontano. Sostenuta dalle musiche di Michele Masotti, danza seguendo con magnetico carisma di oscillazioni sonore, le sue movenze sembrano quasi voler cullare il canto stesso, come se il suo corpo fosse lo scrigno di un’antica memoria. È un gesto che asseconda ogni respiro della melodia, ora vibrante ora dolente, in una cornice strepitosa dove voce e corpo ricamano nell’aria un sentore di memoria di popolo mai recisa.

In questo rito di immedesimazione, le scarpe diventano il varco per accedere a mondi diversi. La Genga attraversa con agilità registri opposti. Si passa dalla figura tragica della donna sfinita, consumata da una fatica a cui non è mai stato concesso il diritto di fermarsi, laddove il dramma vira nel grottesco attraverso la figura di un marito vacuo, la cui colpa più grande è l’incapacità di dare valore, o anche solo di accorgersi del sacrificio di chi gli sta accanto. Si arriva alla vedova che, al cimitero, trasforma l’onore verso il defunto in un obbligo verso lo sguardo altrui, intrecciando il mormorio delle preghiere al pettegolezzo di paese. A questo tono si aggiunge quello di Tonia Speranzosa, la cui vita è talmente assorbita dai turni di lavoro da riconoscere ormai il marito solo dall’odore, avendo perso nel logorio quotidiano, la possibilità di costruire una propria dimensione intima. Fa eco a questo vuoto la storia di quella sposa sognatrice che aveva affidato ogni battito all’amore romantico come forma di riscatto, per poi ritrovarsi consumata interiormente e piegata dal peso di una vita che ora grava interamente sulle sue spalle in un matrimonio rivelatosi una solitudine a due, il suo racconto segna il passaggio netto e doloroso dall’incanto della passione all’indifferenza del marito. Il ritmo cambia bruscamente con Marietta Scubidù: le basta impugnare uno spolverino e sistemare una fascia tra i capelli per trasformarsi in quella portinaia spassosa e verace. Tra un ammiccamento e l’altro, Marietta ostenta il suo ironico “non vedo, non sento, non parlo” mentre in realtà lei sa tutto, avendo appoggiato l’orecchio alle porte. Rivela che ciò che avviene nelle case è l’esatto opposto di quello che i condomini ostentano all’esterno. Con le sue espressioni irresistibilmente divertenti sbeffeggia l’ipocrisia di chi predica bene e razzola male arrivando a colpire nel segno quando sogghignando maliziosa, infilza “la timorata di Dio che poi fa i figli senza il marito”.

Ma è nel quadro finale che lo spettacolo raggiunge la sua vetta più potente. Antonella Genga ora indossa un paio di scarpe dorate ed eccentriche dai tacchi altissimi, facendosi interprete totale di un dialogo straziante tra madre e figlio: un prodigio di sdoppiamento in cui l’attrice abita simultaneamente entrambi i cuori, prestando corpo e voce a due anime diverse in un unico respiro. Al piccolo che, con candore, le chiede perché quelle donne restino sole al freddo della notte attorno al fuoco, lei risponde avvicinandosi al leggio. Qui usa l’espediente della fiaba per entrare nel mondo del bambino: attraverso quel tono incantato, non racconta un mestiere, ma rivela il dramma interiore e l’umanità di chi è stata costretta dalla vita a certe scelte. È il suo modo per seminare una verità che il figlio potrà comprendere solo un giorno, quando sarà grande. Ma la magia della narrazione si spezza quando, terminata la lettura, la donna invita il piccolo a dormire perché per lei è già arrivato il momento di andare a lavorare. In quel congedo intriso di tenerezza si svela l’amara verità. Lei è una di quelle donne, una di quelle che restano nell’ombra della notte, proprio come all’inizio era una voce tra le altre: la stessa anima che ha abitato ogni storia raccontata e che ora si ricongiunge a quel coro universale di donne rivela di essere parte della loro stessa essenza. Una chiusura di una potenza devastante, che lascia la platea in un silenzio sospeso per poi farla esplodere in un applauso vigoroso e liberatorio. Un tributo necessario, l’imperativo di riconoscere in ogni storia l’inviolabile dignità di un’esistenza che esige il diritto di essere guardata senza giudizio e onorata con il più profondo rispetto.

Cecilia Ranieri
Foto dalla pagina Facebook dell’Artista

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1 commento su “Nelle scarpe delle altre: Antonella Genga ha portato sul palco del Teatro Abeliano di Bari il coraggio di essere ogni donna

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