
“Una passeggiata in punta di piedi”: così Vito Signorile racconta il percorso di riflessione, studio e sperimentazione scenica da cui scaturisce Pirandello Abstraction. Un viaggio fatto sicuramente con amore e rispetto, che ha portato sul palco del Teatro Abeliano due atti unici (tratti dalla produzione teatrale e novellistica) dell’autore siciliano, L’uomo dal fiore in bocca e Male di luna, in scena il 17 e 18 gennaio, con Loris Leoci, Nicola Conversano, Antonella Liso e Agata Paradiso.
Filo conduttore dei due racconti scelti è quel misto di smarrimento, impotenza e disperazione dell’uomo davanti alla malattia e alla morte.
E poi la solitudine: perchè solo è l’uomo dal fiore in bocca (che Pirandello non gratifica neppure di un nome), e solo è Batà, protagonista del secondo racconto.

È proprio la capacità di raccontare sentimenti che travalicano il tempo e lo spazio a rendere Pirandello profondamente moderno, contemporaneo alle istanze dei cuori, geniale narratore delle intime contraddizioni e sfaccettature dell’animo umano, spietato nella descrizione delle sue miserie, e tuttavia capace di trattenere il giudizio, insuperabile nell’architettura del racconto e nello svolgimento della storia. Le parole sono spesso viatico di sentimenti ulteriori e complessi, e nelle sue pagine (e sul palcoscenico) accade spesso che le emozioni più forti non siano gridate, ma abbiano una incredibile forza legata ad un gesto, ad una pausa, ad un silenzio.
Non serve dunque, a mio parere, una riscrittura che porti modernità o attualizzi, ma può essere interessante una rilettura che tenti di illuminare angoli preziosi e nascosti, o sottolinearne il senso e il significato. Scavare, più che ristrutturare. Riportare alla luce la bellezza autentica, più che cambiarne i colori.
Se le due pièce appaiono accomunate dal sentimento di sconfitta dell’uomo di fronte al destino, che contro di lui sembra accanirsi come per un dispetto beffardo e compiaciuto, diverso è il modo in cui dolore e disperazione abitano i cuori dei protagonisti, e diverso è il colore della luna che incombe su entrambe le storie.
Non importa che sia rarefatta e avvolta da una nebbia sottile, o rossa come se grondasse sangue: è lei che segna i giorni, è a lei che guardano con timore gli uomini. Sfacciatamente crudele, come un orologio segna implacabilmente il tempo che passa e il destino che si compie.

Loris Leoci è L’uomo dal fiore in bocca (dolce espressione per un male che lo sta uccidendo!). La sua recitazione ha una surreale leggerezza, che lo porta a raccontare una terribile tragedia senza mai caricare il gesto o la parola, quasi come se raccontasse restando un passo indietro rispetto alla sua stessa vita. Perfettamente calato nel non luogo (una stazione, luogo di passaggio per antonomasia, come di passaggio siamo noi stessi nella vita del mondo) e nel non tempo (una notte nebbiosa), il suo personaggio cresce nel corso del racconto per svelamento, intensità e dinamismo. Quella che all’inizio sembrava ricerca di dialogo con l’avventore occasionale (Nicola Conversano) diventa ben presto monologo in cui si mescolano ironia, sarcasmo, dolore e composta (ancorchè profonda) disperazione. La vita che sfugge lo porta ad aggrapparsi all’esistenza degli altri, di coloro che vivono da inconsapevoli possessori di un bene prezioso. Il mondo che gli si sgretola dentro ha bisogno per resistere di ancorarsi ai gesti, ai profumi, a piccole cose che improvvisamente diventano importanti.
La staticità iniziale, che in apertura del sipario ci costringe ad adeguare il nostro respiro al respiro lento dell’uomo, diventa ben presto movimento teso, compresso. Emergono rabbia e insofferenza, che nascondono l’impotenza, e tuttavia alimentano un disperato tentativo di ribellarsi, se non al destino, almeno al modo in cui, secondo le convenzioni, sarebbe consono “vivere” mentre la morte si avvicina. Rifiutare persino il conforto di chi è intorno sembra allora essere l’unico, l’ultimo gesto di libertà, mentre lontano si scorge una nera figura che, muta, scruta e attende, e alla fine danza con l’uomo (Antonella Liso: la moglie, la morte?).

La luna chiara, rarefatta e avvolta da una leggera foschia, che illumina la scena del primo atto unico, si fa rossa come il sangue in Male di luna, e incombe crudele sulla vita di Batà. Forti sono i colori e forte è la musica che incalza viscerale e selvatica (firmata dallo stesso Signorile, che anche qui riscrive e dirige).
Nicola Conversano è Batà, creatura di disperata tristezza, che le notti di luna piena trasformano in un animale violento, e che sotto quella luna ne sopporta a fatica l’assalto. La sua malattia incomprensibile e irrazionale diventa immagine del male, genera l’esclusione sociale, l’isolamento, il terrore e il ribrezzo di Sidora (Agata Paradiso), datagli in sposa da una madre (Antonella Liso) preoccupata solo di assicurarle un futuro economicamente vantaggioso.
E tuttavia Pirandello ancora una volta spariglia le carte, confonde l’architettura appena composta, trasforma i personaggi da vittime in carnefici, e da carnefici in vittime. Se l’amaro compromesso proposto dallo stesso Batà cambia gli equilibri e offre una via di fuga dolorosa (il prezzo da pagare per tenere accanto a sè Sidora), la forza beffarda della luna in quintadecima sembra infischiarsene dei progetti che gli uomini si affannano a concepire. Le basta avvolgere ancora una volta il corpo dell’uomo perchè crolli quello che sembrava un nuovo corso della storia. Questo accade nelle pagine pirandelliane, che chiudono con il ribrezzo di Saro nei confronti di Sidora, pronta a consumare l’adulterio. Ribrezzo per la sua insensibilità e pena profonda per Batà, che urla e si contorce sotto la luna piena. Nulla è come sembrava dover essere. Nulla è come gli uomini avevano progettato.

Vito Signorile sceglie un finale diverso, con Sidora che tesse la tela verbale della seduzione, e chiude il sipario con la giovane che raggiunge l’amante.
Pur rispettando questa rilettura, continuo a preferire la versione originale, più in linea con l’idea secondo la quale nulla può l’uomo di fronte al destino che, per quanto illogico e crudele, dirige i suoi giorni, e li colora secondo la sua volontà, decretando ancora e sempre l’impotenza dell’essere umano e la sua fragilità.
Uno spettacolo in cui si legge un amore profondo unito alla cura del gesto, della luce e del suono. Una passeggiata in punta di piedi per riscoprire, cogliere, rimirare il tesoro prezioso delle pagine pirandelliane.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook del Teatro Abeliano