
Mo’ ve lo dico, senza giri larghi: questa sconfitta non sorprende. Al massimo conferma. Conferma una sensazione che aleggiava già nell’aria, come quei cattivi presagi che arrivano prima ancora del calcio d’inizio. Sarà stata pure la sconfitta di Sinner a darmi il “la” alla giornata storta, sarà l’esperienza di chi col Bari convive da una vita, ma i segnali c’erano tutti. Il Bari che vince fuori casa e poi paga dazio in casa propria è una costante storica, quasi una legge non scritta. E infatti è andata così, puntuale.
Il Palermo è arrivato al San Nicola con la naturalezza di chi sa di poter vincere. Il Bari, al contrario, sa benissimo che sotto Monte Pellegrino non vincerà mai. E questa asimmetria mentale, prima ancora che tecnica, è tutta qui la differenza. Inzaghi alla vigilia dice “dobbiamo vincere” e vince. Da noi, in sessant’anni di panchine – da Pugliese a Renna, da Corsini a Materazzi, da Ventura a Conte, passando per Boniek, Tardelli, Colantuono e via discorrendo – ho sentito solo “prudenza”, “cautele”, “gara difficile”, “campo ostico”, “umiltà”. Perdere a Palermo è sempre rientrato nella normalità. Vincere, un’eccezione astronomica: una sola volta, uno striminzito 1-2 in Serie B, chissà per quale congiunzione celeste. Forse Santa Rosalia, in quell’occasione, ebbe un improvviso moto di simpatia e generosità per San Nicola. Anche Battiato, che però era di Sicilia greco-orientale e non fenicio-punica come lo è stata Palermo con i suoi codici mesopotamici di geometrie esistenziali ci avrà messo del suo, può darsi. Archimede, poi, avrà dato il consenso. O forse – per dirla con Borges – “il destino ama le simmetrie imperfette”, e quella fu una di esse, destinata a non ripetersi.
E poi c’è lui, Le Douaron. Un altro nome che entra di diritto nella lunga, interminabile black list delle “bestie nere” del Bari, accanto a Passalacqua, Totti, Iacovone, De Stefanis e a tutti quelli che, contro di noi, sembravano avere un conto personale da regolare. Benvenuto anche a Le Douaron, dunque: in Italia avrà segnato sì e no otto gol, metà dei quali al Bari. È una statistica che non sorprende nessun barese: è la vecchia maledizione, quella per cui il mediocre diventa implacabile e l’implacabile diventa leggenda, purché giochi contro di noi. E poi, diciamocelo: non era peccato che Pohjampalo dovesse rimanere a bocca asciutta? Peccato quel ragazzo, un golletto doveva farlo. E così è stato.
Peccato, perché il primo tempo non era stato indegno. Anzi. Il Bari aveva retto, aveva mostrato spirito, aveva dato segnali di vita. Rao aveva creato qualche grattacapo, la squadra non era remissiva, pur senza illudere nessuno. Anche perché, a dirla tutta, le occasioni del Palermo erano già state tante, segno che la diga teneva ma l’acqua premeva. E quando la pressione è continua, prima o poi qualcosa cede. A cominciare da Rao, segnale tipico del campionato-no.
La ripresa racconta la verità nuda. Quando il livello si alza, il Bari si abbassa. Quando la partita entra nella zona in cui servono qualità, mestiere, cinismo, il Palermo accelera e il Bari si perde. Da lì in poi il risultato prende una direzione inevitabile, come una pietra lavica dell’Etna che rotola verso la Valle del Bove. Viene in mente Sisifo, ma senza la possibilità di ricominciare ogni volta con speranza: qui il masso sembra scivolare sempre più giù, magari verso Catania.
Qui sta il nodo vero. Cesena aveva acceso un lumicino, più emotivo che reale. Per un attimo era sembrato che la porta della salvezza potesse socchiudersi, non spalancarsi, ma almeno riaprirla appena appena. Lo 0-3 di venerdì la richiude di colpo, riportando tutti esattamente dove si era prima, né più né meno che ai tempi di Vivarini e Caserta. Non c’è mai stato il cielo, semmai una breve illusione ottica. Come quei riflessi sull’asfalto d’estate che sembrano acqua e invece sono solo calore. O, per dirla filosoficamente, “ciò che pareva uno spiraglio era soltanto un inganno della luce”.
Longo, il mio omonimo, ha ridato spirito, e questo era indispensabile. Il Bari ora è più vivo, aggredisce, lotta, mostra una dignità che prima mancava. Ma lo spirito, da solo, non salva nessuno. Servono qualità ed esperienza. E qui torniamo al punto di partenza: a 24 ore dalla chiusura del mercato, con un DS a cui piace lottare e non arrendersi mai ma con poca esperienza sulle spalle, queste due cose non si vedono. Né in campo, né all’orizzonte. Pensare di salvarsi affidandosi alle incoscienze dei giovani – De Pieri, Stabile, Cavuoti, Cuni – è una speranza romantica, quasi pasoliniana, ma il calcio professionistico non vive di poesia. Tranne che per me vecchio romantico letterario del calcio. È come mandare Ulisse in mare aperto senza remi, confidando solo nell’astuzia.
Come scriveva Manzoni dandola in pasto a Don Abbondio, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. E il coraggio senza mezzi diventa solo testimonianza. I difetti strutturali restano tutti: una difesa fragile, un attacco che fatica a fare paura, una rosa costruita male in estate e rattoppata ora in emergenza. Ridursi alle ultime 48 ore di mercato per pescare i colpi giusti è un azzardo che raramente paga. Le altre si sono mosse per tempo, il Bari sembra vivere nel “come va, va”. Sembra che in società del Bari non importi nulla, nessuna preoccupazione, nessuna ansia, nulla.
I nuovi non sono giudicabili, gettati dentro una partita già compromessa, ma l’impressione è che non spostino gli equilibri. Il secondo tempo ha mostrato un Bari troppo piccolo per un Palermo che, per blasone e storia, non è superiore al Bari. Può vincere, sì. Ma surclassare, non lo si può accettare per definizione. E invece è successo. Ed è questo l’aspetto più umiliante per una tifoseria che da anni mastica amaro.
Ora c’è un trittico di partite alla portata. Se non arrivano punti lì, il rischio Serie C diventa qualcosa di più di un’ipotesi. Longo è l’uomo giusto per ridare anima, ma senza rinforzi veri di spessore e di qualità rischia di restare un bravo timoniere su una barca piena di falle. La salvezza è ancora teoricamente possibile, ma il tempo stringe e i segnali non sono incoraggianti. Kafka direbbe che il processo è già in corso, anche se nessuno ha ancora letto la sentenza.
Mo’ non resta che una domanda, semplice e crudele: basterà lo spirito, quando la qualità non c’è? La risposta, purtroppo, sembra già scritta.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari