La pazzia risplende in ogni luogo come il sole: al Teatro Piccinni di Bari si rinnova il successo de “Il medico dei pazzi” di Eduardo Scarpetta con la regia di Leo Muscato

All’ingresso in sala il palco del Teatro Piccinni di Bari accoglie gli spettatori con un enorme collage di manifesti sbiaditi degli anni ‘70 e ‘80 del secolo passato e sulla sinistra la riproduzione in stampa di Marco Cavallo, una scultura di legno e cartapesta realizzata nel 1973 all’interno del manicomio di Trieste, simbolo dei desideri e dei sogni dei pazienti. Quest’opera, nella realtà alta 4 metri e di colore azzurro, è diventata un’icona nella lotta per chiudere i manicomi, contribuendo alla promulgazione della Legge Basaglia nel 1978. A Napoli e in Campania il dibattito sulla chiusura dei manicomi fu particolarmente acceso: psichiatri come Sergio Piro promossero attivamente il cambiamento, aprendo i reparti e sperimentando forme di cura comunitaria, mentre la trasformazione dell’ex manicomio “Leonardo Bianchi” procedeva tra difficoltà e resistenze. Anche la stampa, con giornalisti come Ciro Paglia, ebbe un ruolo decisivo nel denunciare lo stato degli ospedali psichiatrici e nel sostenere la riforma. È questa la cornice in cui il regista Leo Muscato ha deciso di presentare la sua versione della farsa scritta nel 1908 da Edoardo Scarpetta O miedeco d’e pazze, collegando in maniera brillante e intelligente temi sempre attuali nel teatro, come la riflessione sul sé e sulla percezione della società rispetto al singolo, ad una rivoluzione epocale in ambito medico e sociale.

E allora ecco che diventa facile per lo spettatore capire che la vicenda si svolge proprio all’alba della Legge Basaglia, negli anni in cui i pantaloni a zampa convivono con i primi vagiti dell’opulenta moda degli anni ‘80 e a Napoli – città in cui tutta la farsa si svolge – le sigarette “con e senza bollo” vengono offerte agli acquirenti senza troppi problemi di sorta. Nel bar tabacchi di Michelino, interpretato da Luigi Bignone il giovane Ciccillo, Giuseppe Brunetti, è disperato: ha contratto forti debiti di gioco con Nicolino O’ Guantaro e suo zio, Felice Sciosciammocca, accompagnato dalla moglie, sta arrivando in città dal paese per vedere il frutto dei loro sacrifici e della enorme quantità di denaro che lui e Concetta, ereditiera di un allevamento di maiali, hanno elargito al nipote Ciccillo per farlo laureare in medicina e aprire una clinica privata. Ma Ciccillo ha lasciato l’università da un pezzo e le ingenti cifre arrivate da Roccasecca sono servite a ripianare i debiti di gioco del ludopatico nipote.

Che fare allora per continuare a vivere (e giocare!) a Napoli e non far scoprire la menzogna agli zii? Ciccillo decide di far credere ai due ingenui provinciali che la pensione dove vive (e dove non paga il fitto ormai da settimane) sia una modernissima clinica psichiatrica nata proprio per mettere in pratica le idee e le indicazioni di Franco Basaglia sulla cura dei malati psichiatrici. Zio Felice, curiosissimo di assistere ai traguardi della scienza e di suo nipote vuole a tutti i costi visitare la “Pensione Stella” dove un caleidoscopico gruppo di “pensionanti” decide di relazionarsi con l’ingenuo, spaventato ed esotico ospite. Felice Sciosciammocca incontra una galleria di figure straordinarie, ossessionate da problemi che a loro sembrano insormontabili e che li fanno vivere in un perenne stato di agitazione ed eccitazione.

Fra loro c’è Michele Sanguetta, interpretato da Michele Schiano Di Cola, un uomo eccessivamente ingenuo a cui qualcuno ha fatto credere che reciterà la parte di Otello in una matinée, e che studia ossessivamente una parte che non è in grado di sostenere: quando, sguainando la spada chiede a Felice “Chi sono?” questi risponderà senza esitazione “Il dieci di spade!”
C’è Enrico Pastetta, interpretato da Francesco Maria Cordella, un musicista geniale e squattrinato, che suona per strada e cerca un compagno con cui dividere la fatica; Antonio Fiorillo interpreta un ex vigile urbano, detto “il Maggiore”, licenziato a causa della sua obesità e abbandonato anche dalla moglie, che viene tampinato da Giggino ‘o scrittore, Giuseppe Rispoli, uno scrittore che straccia ogni riga che batte a macchina; una madre esuberante in cerca di marito per una figlia troppo timida, rispettivamente interpretate da Alessandra D’Ambrosio e Arianna Primavera, cerca di combinare il matrimonio tra la giovane e don Felice; e infine un direttore zelante, Giorgio Pinto, che cerca di tenere in ordine una pensione che, a un certo punto, sembra davvero sul punto di esplodere, svelerà a don Felice la vera verità.

La scenografia ben congegnata nei cambi di scena e le musiche originali assolutamente intonate alla farsa accolgono e supportano un cast muscolare e plastico estremamente affiatato, la commedia è ritmata, gli attori vivono il palco con grande senso dei tempi comici. Se il protagonista, Felice Sciosciammocca interpretato magistralmente da Gianfelice Imparato, attore di grande esperienza e spessore, dà carattere a tutta la pièce, è grazie anche al grande lavoro di tutta la compagnia in cui ogni personaggio spicca ed è ben caratterizzato. Sono personaggi forti, precisi nelle loro manie e nelle loro nevrosi, sembrerebbero pazzi sul serio se tra le molte, moltissime risate, tra le lacrime e i sussulti di risa, non ci fermassimo a pensare che quei pazzi siamo (anche) noi, alle prese con le nostre fissazioni, le nostre insicurezze, le nostre paure.

E quando la commedia arriva al finale, quando don Felice, sconsolato, capisce che il suo amore paterno è stato messo alla berlina, è lì che cadono le maschere e Ciccillo è solo un giovane che non riesce ad essere all’altezza delle aspettative degli altri, che l’ingenuo attore vorrebbe solo sentirsi visto da qualcuno, che il vigile urbano è un uomo solo, tradito, alle prese con un corpo che non ha scelto, che non capisce, ma che deve gestire, che Giggino ‘o scrittore ha paura di uscire nel mondo con le sue parole e che la mamma che vuole far maritare una figlia troppo timida vorrebbe solo avere un po’ di tempo e spazio per sé. Il testo, seppur scritto più di un secolo fa, risulta attuale proprio per la scelta degli argomenti, ma va dato grande merito al regista pugliese Leo Muscato, di essere riuscito a sublimare i temi della farsa con una intelligente, profonda, precisa e riuscita ricerca di un gancio con la realtà politica e sociale italiana contemporanea.

Simona Irene Simone
Foto della Compagnia

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