“La città dei vivi” di Nicola Lagioia, nella trasposizione teatrale di Ivonne Capece andata in scena al Teatro Kismet di Bari, narra una Roma che di eterno ha solo la morte

In quel gigantesco teatro che è il mondo, Roma, da sempre, costituisce un palcoscenico incommensurabile. I suoi numeri storici e antropologici sembrano preesistere alla creazione del mondo, la sua anima sembra quella di un buco nero, che assorbe i vivi fino a confonderli con i morti.

Questa dinamica quasi astrale, Nicola Lagioia l’ha descritta nel suo fortunato “La città dei vivi”, un lavoro gestato a lungo, dopo lo Strega conseguito con “La ferocia”.

La vicenda è quella dell’omicidio Varani, avvenuta al decimo piano di un palazzo nel Quartiere Collatino, a Roma, all’inizio del marzo 2016. Per chi non ha nota la storia, Varani, 23 anni, era un operaio che di sera diventava “ragazzo di vita”, una fenomenologia dello spirito cara a Pasolini, al prezzo della vita. Nei giri di festini a base di droga e alcool, aveva conosciuto Marco Prato, carismatico PR con disturbi della personalità, il quale a sua volta, a Capodanno, aveva conosciuto Manuel Foffo, studente tossicodipendente. Entrambi figli della Roma bene, avevano intrecciato un’amicizia, forse una frequentazione, al culmine della quale organizzarono un festino di tre giorni, decidendo, nei fumi delle sostanze, di uccidere una persona, per vedere l’effetto che faceva. E la scelta ricadde su Varani, sconosciuto a Foffo, che fu seviziato, torturato e infine ucciso con cento tra coltellate e martellate. Il processo si concluse con una condanna di trent’anni per Foffo, confermata in ogni grado di giudizio, mentre Prato si suicidò in prossimità della prima udienza.

Nicola Lagioia ne ha fatto un crocevia di tutto ciò che può significare la città di Roma. Lo spettacolo teatrale, liberamente ispirato al romanzo, è una produzione Elsinor, Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli e Teatro di Sardegna, con la regia e la drammaturgia di Ivonne Capece. Sul palco, Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi e Cristian Zandonella. La messinscena al Teatro Kismet fa parte del cartellone 2025/2026 Rinascenza, a cura di Teresa Ludovico e Gianni Forte.

Pur abbandonando la ricostruzione documentaristica offerta nel romanzo, lo spettacolo conserva la visione di Roma già nella prima immagine: un padre che siede in guisa di lupa, ai cui capezzoli si abbeverano Prato e Foffo, figli dei vizi che li hanno avvelenati finanche dal primo latte. Anche la frase di esordio, detta da Andreotti, è l’esergo del romanzo.

Di lì, i riferimenti al lavoro di Lagioia seguono un binario che obbedisce ad altri scambi. Dalle figure dei padri, che poi è un padre singolo che interpreta sia quello di Foffo che quello di Prato, che assumono una valenza centrale ai fini della spiegazione dello sfacelo, ai profili psicologici dei protagonisti della vicenda, che si annodano un po’ di più alle origini del male e un po’ meno ai postumi dell’omicidio, che viene ritratto in maniera stilizzata. O, più che in maniera stilizzata e simbolista, i deliri sono narrati con le distorsioni, gli alti e i bassi, le peculiarità del trovarsi a non essere presenti a se stessi. È lì che i fallimenti personali di Foffo vogliono trovare una giustificazione, è lì che il fascino perverso di Prato sembra irresistibile.

Così come nella scenografia, che stratifica i marmi del Canova, di Michelangelo e del Bernini con i luridi elettrodomestici e il piumone dove Varani fu ritrovato, il piano della vita e della morte, della storia e della cronaca si confondono, si invertono, si compenetrano, finanche l’effigie di Papa Giulio II della Rovere si capovolge e i vivi si intrattengono in quadri di gusto caravaggesco. Le scene attorno al rapporto tra i personaggi si svolgono altrove, proiettate su un video, tra “color che son sospesi”. Inesorabile, a Roma, che i vivi non si occupino dei morti, sembra il corso naturale delle cose. Il problema sorge quando è la morte a occuparsi dei vivi, in un contesto megalopolita dove chiunque diventa qualunque.

Quasi due ore di spettacolo, di un tramonto e di una notte che non sembrano vedere mai l’alba.

Beatrice Zippo
Foto dal sito di Teatri di Bari

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