
Il fanatismo è più antico dell’islam, del cristianesimo e dell’ebraismo, più antico di ogni stato o governo, d’ogni sistema politico, più antico di tutte le ideologie e di tutte le confessioni del mondo. Il fanatismo è, disgraziatamente, una componente onnipresente della natura umana; un gene perverso, se volete chiamarlo così.
In Contro il fanatismo, Amos Oz afferma che “Il fanatismo precede le fedi e le ideologie; è una radice arcaica, un gene perverso e onnipresente nella natura umana, come ci ha ammonito Amos Oz nelle sue riflessioni. Se tale deriva appare come una componente inalienabile dell’essere, sorge spontaneo un interrogativo: esiste un antidoto che ci consenta di distinguere l’umano dal non umano? La risposta giunge proprio dalla voce dello scrittore israeliano: contro ogni declinazione dell’intolleranza, il solo rimedio possibile risiede nella letteratura.“
È stata forse la ricerca di questa risposta a condurmi al Teatro Kismet di Bari per l’inaugurazione della rassegna “Umano non Umano” 2026, ideata e curata da Nicola Lagioia. Sul palco, a dialogare con il direttore artistico, sedeva Paolo Giordano: entrambi legati alla Puglia, chi per nascita chi per puro amore, è stato un incontro tra due Premi Strega che ha saputo trascendere la formalità dell’evento pubblico. Il dialogo si è aperto con il richiamo al suo esordio folgorante “La solitudine dei numeri primi”, da studiosa e insegnante di matematica, fui a suo tempo immediatamente incuriosita da quel titolo così scientifico; eppure, riascoltandolo oggi, emerge con forza come Giordano, con il suo “rigore da studioso di fisica”, sia riuscito nell’impresa straordinaria di emozionarmi, trasformando architetture numeriche in un romanzo pregno di sentimenti. D’altronde, è una convinzione che porto con me nel mio lavoro: laddove molti vedono solo dei numeri, chi conosce profondamente la matematica scopre un mondo di relazioni e connessioni con tutta la realtà. In questo senso, risuonano attualissime le parole di Chiara Valerio in La matematica è politica: “La matematica è un esercizio di democrazia perché, come la democrazia, si fonda su un sistema di regole condivise. Studiarla significa imparare che la verità non è un dogma, ma il risultato di un ragionamento che tiene conto dell’altro e del mondo.”
Questa capacità di vedere legami invisibili e di restare fedeli a un metodo critico ha guidato anche la parte più densa dell’incontro. Testimoni di un presente che muta in forme oscure, Lagioia e Giordano hanno mantenuto quel distacco necessario alla salvaguardia dell’intelletto. Una riflessione di Giordano tratta dal suo saggio Nel contagio mi ha riportato alla “solitudine forzata” del Covid-19, citando un testo che considero una lettura necessaria: “Spillover” di David Quammen.
“Siamo stati noi a generare le condizioni adatte alla diffusione di nuove malattie, scovando i virus nei loro habitat naturali e offrendo loro un’occasione unica per diffondersi nella nostra specie. […] La prossima grande pandemia? Non è una questione di ‘se’, ma di ‘quando’. Le dimensioni della popolazione umana, la rapidità dei trasporti e lo sconvolgimento degli ecosistemi rendono la cosa inevitabile. In un certo senso, queste malattie sono il riflesso di ciò che siamo e di ciò che facciamo.“
Queste parole ci ricordano che anche il virus non è un nemico esterno, ma la risposta biologica a un equilibrio che noi stessi abbiamo spezzato, come il fanatismo. Per l’intera durata dell’evento è aleggiato l’interrogativo sul confine tra l’umano e il non umano, trovando nella letteratura l’unica risoluzione autentica. La scrittura si è confermata come l’estrema difesa poiché ci impone l’esercizio etico di immedesimarci nell’altro; la lettura, lo strumento per ricercare risposte che la realtà, da sola, non sa più offrire. Anche questa occasione, l’incontro al Kismet si è trasformato in una rara testimonianza di umanità. Ciò che resta è l’immagine di due intellettuali capaci di trasformare l’incertezza in un terreno fertile per il racconto, ricordandoci che la parola condivisa e il legame sincero rimangono i nostri ancoraggi più solidi.
Non posso che aspettare con curiosità e interesse il prossimo incontro della rassegna con Paola Caridi, il 19 febbraio.
Maurizia Limongelli