Il battito di un’anima nuda: la verità di Alda Merini frantuma il silenzio del Teatro Piccinni e conquista il pubblico della Camerata Musicale Barese

Spesso si entra a teatro preparati ad accogliere la bellezza come un ospite garbato. Ci si siede e si cerca in scena uno specchio per rintracciare un frammento di sé stessi nei personaggi; tuttavia, ci si scherma dietro una distanza di cortesia, come a voler proteggere quella cornice invisibile che ci ripara dall’urto di verità, rendendo l’opera un oggetto da ammirare per non ferirsi troppo.

Al Teatro Piccinni, invece, per lo spettacolo “Mentre rubavo la vita ” – evento che ha inaugurato la seconda parte della 84a stagione della Camerata Musicale Barese – quella soglia di sicurezza svanisce nel tempo di un respiro. La sensazione è quella di essere risucchiati dentro una stanza viva. Gran parte di questo effetto lo si deve al magnetismo di Monica Guerritore che, insieme a Giovanni Nuti, permette a quella storia tormentata e bellissima di srotolarsi sul palco come un tappeto di vita nuda. L’attrice domina la scena con una gestualità fatta di movimenti lenti, quasi ipnotici, che sembrano scolpire l’aria e dare sostanza drammatica a ogni nota. Pur cimentandosi nel canto in una veste diversa dal consueto, il suo timbro vocale infonde nei versi una verità teatrale assoluta, trasformando ogni strofa in un respiro vivo.

È in quella dimensione, trai gesti lenti e quel fumo sottile, che pare di scorgerla, la poetessa, nel rituale di una sigaretta accesa sul palco. Quel fumo non è solo scena, ma un velo che si squarcia per rivelare l’atmosfera dei Navigli: vi si ritrova la nebbia di Milano, quel grigio poetico e ovattato che avvolgeva la sua casa, confondendo i confini tra il mondo esterno e il buio interiore della sua stanza. Quel fumo rende tangibile il battito di una donna che ha saputo offrire la propria esistenza come un fatto spoglio, portando addosso i segni di una sofferenza che non fu scelta, ma ferita inferta dal tradimento di un internamento forzato.

In quell’inferno del manicomio, dove si tentò invano di spegnere la sua voce, la sua poesia è stata per lei “un grande ditale per ricucire il cuore”: un atto di resistenza artigianale in cui la parola rammenda con cura i lembi di un’anima lacerata dall’orrore e dall’abbandono. Sono i frammenti di un’anima che ha conosciuto la fame di affetto e la crudeltà del rifiuto, trasformando ogni cicatrice in un’eco universale. La sua urgenza di esistere è rimasta così intatta, custodita nel segreto dei suoi versi per tornare a risplendere oggi attraverso questo rito di canti e calici.

La poesia della Merini affiora come una preghiera che frantuma il cemento della realtà. Le sue metafore sono lame e carezze: riecheggiano quegli “amplessi che non hanno profumo”, dove il corpo cerca l’altro ma trova solo un vuoto gelido. Ed è quel “bacio simile a un vetro”, un istante di bellezza purissima e tagliente che ferisce proprio mentre promette amore. Da queste ferite si leva il volo di quella “piccola ape furibonda”, un’immagine che racchiude l’essenza più autentica della sua ispirazione. Non è un’opera rassegnata, ma una creatura mossa da una furia feconda, un’urgenza d’amore e di parola che non conosce sosta; è il moto perpetuo di un’anima che vola di emozione in emozione portando con sé il polline di una vitalità che nessuna sbarra ha mai potuto contenere. Quella furia non è rabbia, ma la forza inarrestabile della poesia che deve uscire ad ogni costo, capace di scavalcare ogni recinto per posarsi finalmente sul cuore di chi ascolta.

In questo processo, le composizioni di Giovanni Nuti sono essenziali: sono l’impalcatura emotiva su cui poggia l’intera architettura dello spettacolo. Le sue musiche abitano le parole con una forza quasi mistica, dando ritmo a un’anima che ha cercato Dio proprio nell’abisso della sua follia. Non c’è freddezza accademica in questo incontro, ma il ritmo viscerale supportato dalla perizia dei musicisti in scena. La loro esecuzione è vibrante e rigorosa, capace di tradurre ogni nota in un’emozione tangibile che spinge chi ascolta oltre i confini del palcoscenico.

È lì, in quel contatto così diretto, che accade l’imprevisto: ci si accorge che in quegli abissi non c’è un’alienazione incomprensibile, ma il distillato della nostra umanità. È l’essenza pura, ciò che resta dopo aver tolto ogni superfluo, per lasciar emergere la verità nuda dell’essere umano. Solo attraversando la sua follia la libertà più assoluta si è potuta compiere, permettendole di arrivare alla sua genialità e di trovare in quegli abissi, la sua voce più vera.

Spesso l’essere umano vive imprigionato in gabbie invisibili con la paura costante di affogare. Chi, invece, ha abitato quelle profondità, possiede la libertà suprema del naufrago: lei ha smesso di cercare la nave e, proprio in quella perdita totale, ha smesso di temere l’abisso. Mentre comunemente si passa la vita a cercare di restare a galla aggrappati alle proprie insicurezze, lei ha imparato a nuotare nell’immenso. È proprio in questa immersione totale che si scopre la verità più profonda, perché una volta che l’anima ha imparato a volare sopra il proprio dolore “il mare non può farle del male”. L’abisso smette di essere una minaccia e diventa l’unico elemento in cui essere davvero liberi. Il male non può più nulla contro chi ha già attraversato il fondo e ne è riemerso illuminato.

In questo ronzio ostinato si compie il miracolo dell’opera: la sofferenza cessa di essere un isolamento forzato. Attraverso la poesia, il dolore smette di essere una prigione privata e diventa dolore umano. In quel preciso momento le pareti gelide della sofferenza individuale si sgretolano, aprendo un orizzonte sconfinato dove le lacrime di uno si specchiano in quelle dell’altro. La fragilità diventa un filo invisibile che ci lega tutti. La forza di Alda non parla più solo della sua vita, ma dà voce ai nostri silenzi, trasformando la solitudine in un incontro dove nessuno si sente più solo, ma parte di un unico immenso battito di vita che non si lascia piegare da niente. A sipario chiuso, resta la certezza che non è la luce a salvare, ma la dignità di chi ha saputo trasformare l’abisso nel proprio canto di libertà.

Cecilia Ranieri
Foto di Fausto Fiore

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