La domenica sportiva: l’analisi di Cesena – Bari

Non è sempre notte. Anche quando sembra che il buio si sia messo comodo, il giorno, prima o poi, arriva. A volte tardi, per questioni astrali, di maree e di lune storte, roba che forse Battiato avrebbe saputo raccontare meglio di chiunque altro. Ma arriva. E sabato, per il Bari, è sorto un chiarore che da tempo mancava.

La vittoria in Romagna nasce anche dalla fortuna, inutile girarci intorno. Quella stessa fortuna che tante volte aveva voltato le spalle ai biancorossi, soprattutto quando si erano ritrovati in superiorità numerica senza mai saperla sfruttare, anzi finendo spesso beffati. Stavolta no. Stavolta la sorte ha guardato dalla parte giusta, regalando una gioia a chi era sugli spalti e a chi, da casa o dai social, aspettava da mesi un motivo per esultare. Restano, come sempre, quelli pronti a infierire quando si perde e a sparire quando si vince: una costante di certi baresi, generalmente tifosi di altre squadre di Champions o di Europa League, che non vale nemmeno la pena commentare, ma che va almeno registrata.

Onestà impone di dirlo: il Cesena di Mignani avrebbe meritato molto più di quanto raccolto. Non una vittoria di misura, ma una goleada, per gioco, intensità e mole offensiva. Sedici tiri nello specchio, almeno sei occasioni limpide, senza contare le conclusioni “sporche” che hanno comunque costretto Cerofolini a vestire ancora una volta i panni del protagonista. Senza di lui, probabilmente, oggi parleremmo di tutt’altro e la classifica sarebbe ancora più impietosa.

Ma il calcio, come la storia, non si scrive con i “se”. E sarebbe altrettanto disonesto negare i meriti del Bari. Non solo carattere e gestione, non solo la mano di Longo dalla panchina. Sabato si è visto qualcosa di diverso: nello spirito, nell’approccio, nella capacità di soffrire, ma soprattutto nella voglia di proporsi. Un Bari che ha messo il naso più volte nell’area avversaria, ha segnato due gol e ne ha sfiorati altri, cose che fino alla partita con la Juve Stabia sembravano appartenere a un’altra stagione, o a un altro sport. Fino ad allora avevano sempre prevalso torpore e rassegnazione.

Sabato no. Sabato l’elettrocardiogramma di una tifoseria clinicamente piatta ha dato finalmente qualche sobbalzo. Poco, ma vero. E tanto basta, per ora.

I limiti, però, restano. Questa vittoria non li cancella, semmai li nasconde sotto il tappeto dell’ingresso “1” del San Nicola. Prima o poi qualcuno dovrà sollevarlo, magari in quest’ultima settimana di mercato, portando gente pronta, non nomi da panchina fissa o da infermeria. L’esordio di De Pieri dal primo minuto non è stato casuale: un messaggio chiaro di Longo all’ambiente. Qui servono uomini affamati, giovani magari acerbi, ma disposti a sporcarsi le mani. De Pieri non ha giocato la partita della vita, ma è stato dentro la gara come un oplita spartano che non guarda in faccia gli ateniesi eleganti: combatte e basta. Del resto, Sparta e Atene non si sono mai amate, e la guerra del Peloponneso insegna che spesso vince chi resiste, non chi incanta.

C’è poi il tema di una rosa ridotta all’osso e di giocatori ormai fuori dal progetto. Vicari che ha alzato bandiera bianca, Castrovilli, assente da ogni lista sia da quella degli infortunati, sia da quella relegata in tribuna pur da convocato, è il segnale più evidente: all’appello di Longo – “chi sale sul carro da battaglia lo dica” – qualcuno non ha risposto. Avventura finita per il buon Gaetano, forse anche per limiti fisici che non consentono un rientro immediato. Lo stesso discorso vale per chi ha tradito le attese – Partipilo tanto per essere chiari -. Poi ci sono quelli ibridi ancora in rosa ma a rischio per motivi tecnici o caratteriali. Bellomo, ad esempio, cuore e grinta non mancano, ma l’abitudine a protestare su ogni contatto lo rende inaffidabile in una fase in cui servono soldati disciplinati, non eroi solitari. Un’espulsione per un fallo tattico può anche essere messa in conto; una per nervosismo o orgoglio mal gestito, no. In questo Bari non ci si può permettere di restare in dieci per le parolacce.

Il Cesena ha dominato a lungo, e a ogni pallone che pioveva in area barese correvano brividi lungo la schiena. Sembrava che, prima o poi, i romagnoli dovessero affondare i biancorossi sotto una valanga di gol, in stile Empoli. E invece, a differenza di altre vittorie precedenti – misteriose, quasi inspiegabili, ottenute con due tiri e mezzo in porta e una pioggia di pallonate subite – il Bari ha giocato davvero, molto in difesa, poco a centrocampo, e discretamente in attacco. Ha creato, ha osato, ha segnato due volte. Questa è la differenza.

Si sono rivisti anche i “fantasmi”. Nikolaou, senza eccellere, ha avuto il coraggio di inventare l’assist per Moncini, di testa, una scena che fino a poche settimane fa sembrava fantascienza, anzi fantacalcio. Verreth ha messo una pezza decisiva su un cross che avrebbe potuto spalancare il gol a Shpendi. Nulla di straordinario, ma segnali di vita. Come Rao, finalmente sbloccato, o Dorval, capace di affondi personali nel secondo tempo.

La mano di Longo si è vista: cambi giusti, partita preparata con intelligenza. Primo tempo di sofferenza pura, secondo tempo di coraggio e di tentativi, dopo mesi di deserto offensivo. Restano le carenze nella costruzione del gioco e un centrocampo spesso in affanno, ma almeno c’è una squadra viva. Mediocre, forse, ma viva. E nel calcio, come nella guerra, è una condizione necessaria.

Si sono persi due mesi con Vivarini, bravo allenatore ma non motivatore. La cinquina di Empoli era stata un segnale chiarissimo. Non era solo colpa sua, certo, ma il cambio era inevitabile. Oggi il Bari ha avuto fortuna, tanta, e solo millimetri hanno evitato il gol del Cesena. Ma la fortuna, dice Virgilio, audentes fortuna iuvat: la sorte aiuta gli audaci. E il Bari, sabato, lo è stato.

Cerofolini è stato il migliore in campo. Senza di lui, probabilmente, questa squadra sarebbe ultima. Anche Gytkjaer, pur senza incidere, ha mostrato impegno, per vedere un glo, probabilmente, occorre ancora tempo ma non lo si può aspettare a lungo però, qui occorre gente che la butta dentro. Lo spirito è quello delle squadre che lottano per non retrocedere: poche qualità, tanta battaglia, e la capacità di meritarsi anche un pizzico di buona sorte. Una vittoria pesante per la classifica e per il morale.

Longo appare all’altezza di Bari anche fuori dal campo: comunicazione sobria, volti meno cupi, parole misurate, senza enfasi inutile. In una piazza così, serve anche questo.

Prima di sabato il Bari sembrava una scialuppa uscita dal Titanic: bucata, alla deriva, in una bonaccia ingannevole che lo stava portando lentamente verso l’inferno della Serie C. Finalmente, invece, si è rivisto un mare mosso. Pericoloso, sì, ma vivo. Un po’ come Azzurra all’America’s Cup del 1983: magari non vincente, forse nemmeno competitiva fino in fondo, ma capace di accendere speranze semplicemente restando in regata.

Non so come finirà. Forse sarà tardi, forse no; la classifica fa ancora paura. Ma oggi finalmente vedo un’anima, una vela issata da un colpo di vento all’improvviso, pronta a tappare le palle della scialuppa e tornare a navigare nella tempesta, aspettando che passi. E, in fondo, come scrive Kavafis, “Sempre devi avere in mente Itaca”. Perché il viaggio conta, ma senza una meta, anche il mare più calmo diventa una condanna.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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