Bari si riprende il suo Piccinni: la Fondazione Teatro Petruzzelli ha inaugurato la Stagione lirica 2026 e le celebrazioni per il tricentenario dalla nascita del sommo compositore con una memorabile messa in scena de “La Cecchina o sia la buona figliola”

“Quest’opera si distingue non soltanto dalla musica di altri maestri ma anche da quella di altre opere del Piccinni. Nella ‘Buona figliola’ regnano, dall’ouverture sino alla fine, verità, proprietà di colori, varietà ed originalità; ogni aria e ogni brano sono perfetti nel loro genere, cosa che non si può certo sempre affermare per altre opere italiane, e tutto l’insieme è così ben collegato che nessuna parte può essere separata o spostata senza che l’opera ne risenta.” [Pierre Louis Ginuenè]

Tre anni per riportare l’opera di Niccolò Piccinni all’antico splendore, riannodando i fili del controverso quanto irrisolto rapporto tra il sommo compositore e la sua città, ricucendo le ferite e colmando i solchi fino ad annullare le distanze e le discordanze tra il passato ed il presente della musica, infilandosi nelle inutili discrepanze determinatesi negli anni per allargarne le fenditure sino a farne entrare luce abbagliante e, infine, vincerne totalmente le resistenze sino a frantumarle, distruggendo false etichette e puerili classificazioni assegnate nel tempo da quanti non riescono ad andare oltre una didascalica, se non didattica, conoscenza e comprensione dell’immenso patrimonio che abbiamo ereditato dal nostro più illustre concittadino: è la mission dello straordinario progetto di celebrazioni per il tricentenario dalla nascita di Piccinni che il Sovrintendente della Fondazione Teatro Petruzzelli Maestro Nazzareno Carusi, grazie anche a Nicola Grazioso, Luigi Fuiano e al Professor Dinko Fabris, ha avviato nei giorni scorsi e che giungerà a compimento nel 2028 con la messa in scena di “Atys”, passando per l’allestimento, nel 2027, di “Zenobia” e per tutta una serie di eventi che hanno già avuto un primo estrinsecarsi nel concerto “Piccinni, e brilla il genio!” cui hanno preso parte la splendida Rosa Feola, l’ensemble di strumenti antichi Cappella Neapolitana ed il Coro del Teatro Petruzzelli diretti da Tony Florio. Avremo tempo e modo di occuparcene e di gioirne.

Ma oggi è d’obbligo dedicare tutta la nostra attenzione alla magnifica inaugurazione della Stagione lirica 2026 che il novello Sovrintendente ha giustamente affidato al nuovo allestimento della Fondazione lirica pugliese – il primo in assoluto realizzato tra le mura del Politeama barese – in coproduzione con la Fondazione Teatro Massimo di Palermo, dell’Opera che viene universalmente riconosciuta come il capolavoro del genio barese, “La Cecchina o sia la buona figliola”, il dramma giocoso che Piccinni compose su libretto di Carlo Goldoni esaltando, con le sue melodie, quel nuovo genere di scrittura che, di fatto, aveva abbattuto il divario fra opera seria ed opera buffa; nelle pagine create dal grande drammaturgo per l’opera lirica, sempre intrise, come nel suo stile, di doppi sensi e giochi di parole che le rendono divertentissime e gustosissime ancora oggi, affidate a protagonisti che, senza eccessi caricaturali, agivano evidenziando risvolti psicologici che derivavano dalla coscienza della loro estrazione sociale, si poteva cogliere, come forse mai in precedenza in questo settore, un grande rispetto per l’impegno compositivo dei musicisti, così da evitare qualsivoglia prevaricazione della parola sulle note. E se ciò non piacque agli autori ed ai cantanti dell’epoca, che sul freddo ed in larga parte inutile sfoggio di virtuosismi fini a se stessi avevano costruito il loro successo, il pubblico salutò l’avvento del dramma giocoso in modo entusiastico, divenuto addirittura trionfale proprio con Cecchina.

Goldoni si era innamorato del romanzo Pamela di Samuel Richardson, traendone prima la commedia Pamela nubile ed infine un’Opera buffa, La buona figliuola, messa in scena con scarsissimo successo nel 1757 nella versione musicata dal validissimo Egidio Romualdo Duni, originario di Matera che, dopo esser stato maestro di cappella alla Basilica di San Nicola a Bari, aveva fatto fortuna in quel di Parigi. Il trionfo arrise il soggetto goldoniano solo quando nel 1760 il libretto capitò tra le mani sapienti di Niccolò Piccinni che realizzò in modo definitivo quel connubio perfetto tra musica e parole che è giunto sino a noi e che spinse addirittura Giuseppe Verdi ad acclamare in Cecchinala vera prima opera buffa”; grazie al comune lavoro dei due Maestri, l’opera lirica tornava finalmente ad essere valutata dal pubblico e dalla critica come teatro vero e proprio, in cui si dava peso anche all’entusiasmo degli interpreti ed alla loro voglia di accostarsi alla macchina spettacolare, regalando ai fautori di quel prodigio un successo travolgente ed inarrestabile, al punto che in tutta Europa furono intitolati all’eroina goldoniana caffè e locali pubblici (anche Bari non è stata immune da questo ‘omaggio’) ed addirittura si lanciò una moda nell’abbigliamento femminile detta appunto ‘alla Cecchina‘, avvenimenti che stridevano fortemente con l’incompreso intento goldoniano di partorire una delle sue impietose invettive non solo verso la collettività a lui contemporanea, preoccupata delle frivolezze e delle apparenze piuttosto che dei contenuti, ma anche – non sappiamo quanto consapevolmente, ma, di certo, profeticamente – nei confronti di ogni società a venire, la nostra – lasciatecelo dire all’evidenza dei fatti – sopra tutte.

Il medesimo afflato goldoniano anima oggi di certo la splendida regia di Daniele Luchetti, apprezzatissimo autore cinematografico che, al suo battesimo nel mondo della lirica, è riuscito a realizzare una messa in scena di bellezza tale da farci amabilmente temere per lui che possa essere investito dal medesimo ‘morbo dell’impossibilità di superarsi’ che colpì Orson Welles all’indomani della realizzazione della sua opera prima. Quello che la regia di Luchetti ha generato, lapalissianamente strizzando l’occhio alla ‘Trilogia della villeggiatura‘, un altro insuperabile capolavoro goldoniano, è un vero miracolo che riconcilia con l’essenza stessa del Teatro lirico e la cui visione andrebbe imposta a quanti credono di potersi impunemente accostare a questo genere; non dimentico della grande lezione strehleriana, Luchetti dimostra tutta la sua visionaria saggezza nel dare la sua particolare lettura della nota vicenda familiare ed amorosa che Goldoni volle ilare e leggera quanto cinica e spietata nello stesso tempo, facendo sì che lo spettatore possa essere trasportato nel turbine di emozioni che trasformeranno l’animo e la mente della protagonista, che prenderà infine coscienza della sua natura e della sua reale discendenza familiare nel travagliato lieto fine, caro all’autore veneziano, che inaspettatamente riconciliava la morale con i sentimenti.

Il regista romano ne realizza un adattamento assolutamente convincente e vincente, a cui non solo auguriamo ma, senza dubbio di smentita, pronostichiamo un folgorante e prolungato trionfo, in quanto riteniamo che possa essere riproposto in altre realtà teatrali, ponendosi come un’assoluta pietra miliare tra le rappresentazioni piccinniane del passato e finanche del futuro; distante da rivisitazioni attualizzate e pregne di comicità aggressiva che esonda nell’assurdo farsesco solo per soddisfare quel bisogno di ridere – o di far ridere – di pancia che sembra tutti abbiano, la Cecchina di Luchetti, pur restando vicina, senza troppi stravolgimenti, all’originale, diverte con intelligenza e centra il bersaglio costruendo un meccanismo perfetto, dai ritmi sostenuti ma leggeri, potendo soprattutto contare su di una felicissima analisi introspettiva che pare volerci mettere davanti ad uno specchio, in modo tale che non sia possibile non accostare – grazie anche a geniali espedienti come l’utilizzo in scena di un moderno monopattino elettrico – l’allegra brigata dei villeggianti alla nostra società, in continuo movimento eppure perennemente immobile, apparentemente ricca eppure miseramente povera, piena di ogni cosa eppure irrimediabilmente vuota, in tal modo disvelando il malcelato intento di “ridere castigando i costumi”, di rilevare e sottolineare quel legame pernicioso, quella liaison dangereuse che vede nella borghesia dipinta da Goldoni il ritratto fedelissimo e doloroso delle origini e dello stato della nostra borghesia.

E se l’attualità della tematica goldoniana è senza dubbio il motore della versione luchettiana, parimenti non si può non lodarla per una indiscutibile leggerezza di mano settecentesca, per limpidità di sfondo, per essenzialità e felicità di linguaggio visivo e, infine ma non per ultima, per la grandiosa architettura teatrale costruita grazie al fondamentale apporto delle magnifiche scene di Alessandro Camera e dell’altrettanto impareggiabile disegno luci di Marco Filibeck, che nei quadri dell’ultimo atto raggiungono e addirittura superano la perfezione, cui non possono non aggiungersi i coloratissimi quanto accattivanti costumi di Massimo Cantini Parrini e le convincenti quanto essenziali coreografie di Florence Bas.

Qui abbiamo una compagnia eccellente che recita il dramma giocoso della Buona Figliuola, con musica impareggiabile. La Corte, la città n’è incantata, ed io con gli altri, anzi di più”, scriveva da Vienna il grande poeta Pietro Trapassi, in arte Metastasio, a suo fratello Leopoldo il 28 maggio del 1764; così, se ci è consentito, scriviamo anche noi, conquistati dalla carica emotivamente positiva sprigionata dal pentagramma, qualità innegabile che non ha tardato a manifestarsi grazie alla felicissima direzione di Stefano Montanari, direttore stabile del Teatro, che, ancora una volta, ha fatto volare ad altissima quota l’Orchestra del Petruzzelli, accentuandone le ormai inoppugnabili ottime doti con una lettura della pagina piccinniana che si dimostrava coinvolgente ed accattivante, caleidoscopicamente colorata e brillante, perfettamente realizzata nei rapporti tra la buca ed il palco, le cui distanze venivano annullate anche grazie alla prestazione dell’ottimo cast risultata semplicemente fantastica, capace di una sintonia perfetta e di un livello qualitativo di assoluto pregio che faceva sì che tutti gli interpreti raccogliessero giustissime ovazioni. Cecchina trovava una sublime interprete in Francesca Aspromonte, dalla voce molto disinvolta, brillante, duttile e agile scenicamente, perfetta anche fisicamente nel ruolo della protagonista, amante ricambiata del Marchese della Conchiglia, l’ottimo Krystian Adam, ma osteggiata dalla sorella di questi, la Marchesa Lucinda, interpretata da una bravissima Ana Maria Labin, spesso applaudita a scena aperta al pari delle magnifiche Michela Antenucci e Paola Gardina, nei ruoli rispettivamente delle servette Sandrina e Paoluccia, Francesca Benitez, un Cavaliere Armidoro come da tradizione en travesti, Christian Senn nel ruolo del servo Mengotto e Pietro Spagnoli, pregevolissimo nei panni del goffo, fanfarone ed ubriacone soldato “tetesco di Germania” Tagliaferro.

Il bel diletto d’un vero affetto, no non si veda mai terminar” cantano i protagonisti dell’Opera nel finale; ebbene, facciamo nostri i medesimi auspici tanto per la neonata Stagione lirica quanto per le celebrazioni in onore del compositore barese della Fondazione Teatro Petruzzelli, certi che, con questi presupposti, la nostra speranza non verrà tradita. Viva Piccinni.

Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla
per gentile concessione della Fondazione

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