La sregolatezza senza genio si chiama velleità: lo sa e ne fa tesoro la Compagnia Diaghilev con “Letteratura” di Arthur Schnitzler andata in scena presso l’Auditorium Vallisa di Bari

Quella dell’artista viene sempre definita una condizione dorata, privilegiata. Sarà vero per i ricchi di famiglia, ma la realtà è un’altra: dietro la sregolatezza mascherata da genio, si nasconde molto poco talento.

Come fare dunque, con la velleità, che questo sistema prova a disattivarlo, e talora ci riesce, altrimenti non ci spiegheremmo perché chi propina mediocrità, ottiene successo?

A riflettere con leggerezza sulla velleità e sulla voglia di arrivare ci prova “Letteratura” di Arthur Schnitzler, trasposto dalla Compagnia Diaghilev presso l’Auditorium Vallisa, nell’ambito della stagione Teatro Studio 2025/26. Con la regia di Paolo Panaro, in scena assieme a Marianna De Pinto e Francesco Lamacchia.

La vicenda narrata, tratta dalla raccolta Ore Vive del celeberrimo drammaturgo austriaco, è quella di Margarete, ricca borghese viennese che vive inconsapevolmente il suo status di cacciatrice di dote. Di fatti, ottenuto il divorzio dal primo marito, ricco cotoniere, Margarete frequenta un circolo di artistoidi a Monaco, fino a quando sopraggiunge l’amore per Klemens, compassato barone, che le chiede di sposarlo, a patto che Margarete abbandoni ogni aspirazione artistica. Il dialogo si fa sempre più difficile, e come se non bastasse, a complicarlo ulteriormente, dal periodo a Monaco sopraggiunge Gilbert, un ex di Margarete, spiantato quanto borioso, a chiederle di scappare con lui in Italia. Il curioso triangolo dovrà allungarsi tra ambizioni, status sociale, fuochi tiepidi o mai sopiti.

Schnitzler rivive in una visione di borghesia che ha superato i bovarismi flaubertiani e tende molto più la mano a un altro mostro sacro suo coevo, Shaw, in uno schema che vive anche nelle sue opere più celebri. Ad approfondire i piani, vi è il talento artistico, sedicente o inesistente, che Margarete paventa e che il suo piccolo mondo non vuole riconoscerle, e non è chiaro dove finisce la sincerità e inizia il compromesso, quello che le chiede di abbandonare ogni rilevanza pubblica, di artista, e di donna, per abbracciare lo status di baronessa.

La Compagnia mantiene un ritmo brillante in scena, con Panaro, da regista, interprete e capocomico, una spanna sopra, regalando attimi in cui si ride con un po’ di amaro, all’angolo della bocca, soprattutto perché il testo si concede divagazioni nella condizione artistica dei nostri giorni.

Qual è il limite della mediocrità, e dove risiede? L’ambizione è un male guaribile, o necessario?

Beatrice Zippo
Foto dal sito della Compagnia

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