
Siamo a Venezia nei primi del Settecento nell’Ospedale della Pietà, dove vive Cecilia, assieme ad altre orfane: è lì che ha imparato a leggere, a scrivere e soprattutto a suonare uno degli strumenti più melodiosi, il violino. La bravura della “putta” Cecilia, che di giorno incanta e strabilia con i suoi virtuosismi e la notte scrive, alla mamma mai conosciuta, lettere piene di domande e di dubbi sulla sua esistenza, spicca su tutte. I giorni passano grigi finché non arriva “Don Antonio” Vivaldi, insegnante di musica che diventerà poi suo confidente e protettore, rendendola primo violino nel gruppo delle giovani donne che, però, hanno già un futuro ben delineato: quello di attendere ricchi mecenati che decidano di sposarle, quasi come “sfizio”, arricchendo, cosi, il loro palmarès ed accrescendo il loro ego sfrenato.
Ma non Cecilia. Il suo essere libera e musicista per una propria necessità espressiva stride con le “regole” di quella società; così decide, dopo diversi momenti bui e difficili, di rivoltarvisi, senza l’aiuto alla fine del suo “maestro”, che non ha il coraggio di ribellarsi a tutto questo, essendo, a differenza della giovane, molto sensibile alle lodi, e la lascia inevitabilmente sola nella sua scelta finale.

“Primavera” si discosta completamente da “Gloria!”, film che potrebbe ricordarlo per ambientazioni e perché sono entrambe opere prime che raccontano di musiciste in un periodo in cui il talento femminile era considerato inferiore; Damiano Michieletto, regista teatrale affermato sia in Italia che in Europa (Scala di Milano, Royal Opera House di Londra, Opera di Parigi) nella sua “Primavera” riesce ad avvicinare la figura di Vivaldi a quella di Cecilia, rendendo il loro rapporto quasi irresistibile.
Il film mostra anche la genesi de “Le quattro Stagioni”, il capolavoro di Vivaldi che accompagna e cadenza ritmicamente la pellicola, agendo da contrappunto: con l’arrivo di Vivaldi e la sua musica viene quasi sconvolta la pace di queste ragazze, che possono conoscere il piacere della bellezza, della conoscenza, della vita e della passione ,salvo, alla fine, rivelarsi per loro come una bellissima “maledizione”, perché la condizione femminile in quel periodo era di sudditanza e forte remissione.

Bellissima fotografia di Daria D’Antonio, collaboratrice da anni di Paolo Sorrentino, che ha attinto a fonti pittoriche del Settecento per illuminare gli ambienti quasi del tutto con delle candele; Gaspare De Pascoli, dopo “Duse”, ha avuto il compito di scenografare gli ambienti opprimenti e tetri, mentre Maria Rita Barbera, che vanta collaborazioni con Bellocchio, Moretti e Mazzacurati, ha cucito gli splendidi e pomposi abiti.
Degni di nota sono le interpretazioni dei due protagonisti: il poliedrico e bravissimo Michele Riondino e l’astro nascente Tecla Insolia, già vincitrice di un David di Donatello con “L’arte della gioia” e apparsa anche in “Familia” (film che rappresenterà l’Italia come miglior film straniero nella corsa agli Oscar); affiancano il duo principale l’intensa Valentina Bellè, Stefano Accorsi, Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi.
Ritmo, suspence, intensità crescente: tutto crea energia, vita in modo semplice, mai scontato, ma cercando di parlare allo spettatore e coinvolgendolo nel clima di quel periodo e facendone rivivere, a suon di musica, le sensazioni, le emozioni, i dolori.
Samantha Pinto