
C’è un’oscurità vibrante quasi tangibile, nell’adattamento curato da Stefano Angelucci Marino e Rossella Gesini del capolavoro di Marco Denevi “Rosaura alle dieci” andato in scena al Teatro Abeliano di Bari. Sul palco non sfila solo un giallo argentino, ma la vicenda profonda di una umanità senza patria, sospesa tra le radici italiane e la terra polverosa di Buenos Aires.
Questo spettacolo segna, per chi scrive, un ritorno a un universo familiare, quello già esplorato recensendo “Stefano” di Armando Discepolo. Ritrovare gli stessi interpreti in questo nuovo lavoro permette un confronto prezioso: pur trattandosi di firme distanti nel tempo, emerge una coerenza cristallina nell’indagine sull’anima dell’emigrante. Se nel lavoro di Discepolo il fulcro era il naufragio dell’artista nel fallimento, qui il protagonista, Camilo Canegato, incarna un’alienazione ancora più intima e viscerale.
La cifra stilistica di questa messinscena risiede in una sfida interpretativa estrema: affidare l’intera coralità del racconto a soli due attori. I protagonisti compiono un vero e proprio rito di metamorfosi scenica: al centro dello spazio, un tavolo e cinque sedie diventano l’unico perimetro della realtà, un’architettura instabile che muta con il procedere dell’indagine. In questo impianto scenico, la Buenos Aires del 1955 non è un semplice fondale, ma una presenza nervosa che amplifica lo smarrimento dei singoli. È un’epoca di fratture dove il regime di Perón volge al termine e la tensione si avverte nell’aria, un caos esterno che si specchia in quello interiore dei personaggi. L’azione fisica assume un valore simbolico prepotente: ogni volta che una figura entra nel flusso narrativo, il tavolo viene spostato, ribaltato, poggiato ora sulle gambe ora sul piano. Le sedie trascinate e riposizionate per ridisegnare lo spazio, segnano il confine di una nuova verità. Questo dinamismo è la chiave che permette agli interpreti di moltiplicarsi e dare corpo a voci diverse, frantumando la storia in prospettive che si sovrappongono e si contraddicono, invitando lo spettatore a ricomporre i frammenti del racconto.
In questo clima si muove Camilo Canegato, una figura kafkiana che ricorda da vicino lo smarrimento di Gregor Samsa: un uomo che sembra rimpicciolirsi fino a scomparire, soffocato dalla propria timidezza e da un senso di inadeguatezza che lo divora. La sua invisibilità non è una questione politica, ma una condizione intima. Camilo-mite pittore e restauratore- è un “insetto sociale” che cerca una via d’uscita dalla propria insignificanza tra le mura della pensione La Madrilena. In questo microcosmo di sguardi, egli non si limita a immaginare Rosaura, ma ne edifica l’esistenza attraverso un rito epistolare meticoloso di cui è, segretamente, l’unico artefice. Ogni mercoledì, puntuali alla stessa ora, quelle lettere rosa arrivano alla pensione: un appuntamento col destino che Camilo indirizza a sé stesso. È un congegno perfetto che trasforma l’ombra in uomo: per gli inquilini della Madrilena, lui inizia finalmente a esistere solo perché qualcuno da qualche parte gli scrive. Ma la mano che scrive è la sua: la stessa mano capace di riportare in vita la bellezza di un quadro antico, qui si applica nel tentativo di restaurare la propria immagine agli occhi del mondo.
In queste lettere, Camilo plasma una Rosaura ideale: una donna di una bellezza eterea, quasi aristocratica, una creatura angelica e colta che lo ama incondizionatamente. È una proiezione di nobiltà, il sogno di una vita “alta” che il restauratore non potrà mai toccare con mano. Rosaura diventa così il nome di una illusione necessaria, un appuntamento fisso con una vita che non possiede, ma che ricostruisce con la stessa perizia con cui tratta le tele, cercando in quella corrispondenza il diritto di essere finalmente guardato. È il suo unico modo per esistere in un mondo che lo ignora. Tuttavia, in questo impianto scenico, ogni personaggio possiede una voce che mente e dice la verità allo stesso tempo, lasciando il pubblico nel labirinto di un puzzle difficile da completare.

La forza visiva dello spettacolo risiede nel suo codice estetico. Le maschere antropomorfe di Brina Babini e Brat Teatro ci conducono nel quartiere della Boca. Quei volti fissi, ispirati ai murales popolari e all’eredità degli emigranti italiani, privano lo spettatore di ogni riferimento rassicurante. È’ una condizione universale: la maschera aderisce ai volti come una seconda pelle, rispondendo a una profonda necessità narrativa. In un mondo dove la verità è soggettiva e violenta, questo velo serve a preservare l’essenza che pulsa sotto la superficie; uno scudo protettivo che permette all’umanità dei personaggi di restare intatta, celandola agli sguardi esterni per evitarne la ferita. La fissità dei lineamenti contrasta con la vitalità dei corpi, creando icone immutabili che nascondono anime intente a non soccombere. Ma se la maschera è il confine tra l’io e il mondo, la figura di Rosaura rappresenta lo sconfinamento definitivo nell’irrealtà. La sua natura di finzione assoluta viene sancita da un’azione scenica chiarificatrice: l’attrice tiene tra le mani i burattini di Rosaura e Camilo e li fa parlare tra di loro, svelando apertamente la finzione di un amore che è solo un gioco di fili invisibili. In questo sdoppiamento, i protagonisti appaiono come creature prive di autonomia, simulacri che dichiarano la propria inesistenza. Anche l’interprete, muovendosi successivamente come una bambola sottolinea quanto l’intera vicenda sia un teatro nel teatro. Per un uomo solitario e timido come Camilo, Rosaura ha lo stesso peso di un’ombra amica: è la compagna nata per lenire il dolore, un amore finto che fa bene al cuore perché non può tradire. Come chi si innamora di un’astrazione, Camilo modella questa armonia ideale per non sentirsi più solo, sottraendola alla sporcizia della realtà. Se Rosaura diventasse reale, il sogno svanirebbe; egli insegue un incanto immutabile per sopravvivere al peso di un’esistenza che lo schiaccia.
Tuttavia, quando la realtà bussa alla porta della pensione, l’incanto si frantuma e il miraggio svanisce brutalmente. La Rosaura reale, Marta Correa, non è l’angelo delle lettere, ma il suo tragico e violento opposto: una donna sbiadita, segnata dalla povertà, che porta addosso i segni di una vita randagia e difficile. In lei non v’è traccia della grazia aulica sognata dal protagonista; Marta porta addosso i riflessi di una vita subita, un’abitudine alla provocazione che si mescola a una stanchezza maliziosa e disperata. È questo porsi così terreno e sfacciato a dissacrare l’altare di perfezione tracciato dal sogno di Camilo.
In questo scontro, l’illusione collide con il vero nel modo più feroce: l’immagine eterea si schianta contro una presenza carnale e spigolosa, trascinando l’intera vicenda in un abisso Noir che culminerà nell’omicidio. È il crollo definitivo; quella “bellezza perfetta” non può reggere l’urto di una condizione così esplicita, di una creatura che ha dovuto fare del proprio corpo l’unico scudo contro la miseria.
Nelle battute finali, quando queste figure fittizie sembrano ormai cristallizzate nel dramma, avviene l’ultimo atto di svelatura: gli interpreti si tolgono fisicamente la maschera. Questo gesto rompe ogni proiezione e il ritorno al volto nudo mostra, finalmente, quell’umanità rimasta fino a quel momento sommersa, nella sua nuda e fragile verità.
L’adattamento di Angelucci Marino e Gesini scava così nel profondo del concetto di attenzione e obbligo morale caro a Simone Weil, filosofa amatissima da Denevi. È un richiamo potente a quel dovere verso l’essere umano che non ammette condizioni: un obbligo che resta intatto anche quando l’individuo non ne è consapevole. In questo confronto finale con la realtà, cadono gli schermi e restano solo quei volti che, al di là di ogni finzione, nascondono anime intente a non soccombere. Non c’è bellezza che non abbia in sé qualche macchia di dolore: è la crepa in cui respira l’anima.
Cecilia Ranieri
Foto di Cecilia Ranieri