La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Juve Stabia

Non era semplice aggravare una situazione già profondamente compromessa, eppure il Bari, nel bene e soprattutto nel male, riesce sempre a smentire ogni limite. L’ennesima sconfitta casalinga ha certificato un nuovo, triste primato: peggiorare ciò che sembrava già irrecuperabile. La Serie C non è più un’ipotesi lontana, ma una realtà che si staglia davanti agli occhi con crudele chiarezza.

Lo stadio, sempre più vuoto, è il primo segnale tangibile di una frattura profonda. Anche gli abbonati hanno smesso di venire: non per disamore, ma per sfinimento. Come se su questa stagione fosse stata posta una pietra tombale. Il Bari appare risucchiato in un girone infernale ben preciso, quello dell’Antinferno dantesco, riservato agli ignavi: anime “sanza ’nfamia e sanza lodo”, condannate non per grandi colpe ma per l’assenza di scelta, di coraggio, di volontà. Ed è qui che oggi sembra vagare il Bari, privo di identità, carattere e professionalità, incapace di decidere se lottare o arrendersi, fermo in un immobilismo che è già una condanna.

Ed è doveroso chiarirlo subito: non è il caso di sparare sulla croce rossa. Non lo è mai, e tanto meno adesso. In tanti lo fanno, soprattutto quei baresi tifosi esclusivamente delle strisciate (non “tendegnore” né doppio fedisti” perché è un lessico che non mi appartiene) che emergono puntuali nelle disgrazie del Bari, pronti a infierire mentre le loro squadre vincono e collezionano trofei. Io no. Io mi limito, con il cuore a pezzi, a descrivere la realtà per quella che è, senza infierire e senza sparare colpi. Raccontare i fatti non è godere del disastro. A chi si rifugia nel compiaciuto “io l’avevo detto”, verrebbe da rispondere parafrasando Guccini: “se avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto e le attuali conclusioni…”, ma senza scendere nella cattiveria gratuita. Ognuno accetti serenamente ciò che è: chi tifa altro lo faccia apertamente, senza impartire lezioni morali dalle macerie.

Il dramma vero, però, nasce da lontano. Decenni di improvvisazione, mediocrità e paura di investire hanno progressivamente ridimensionato il Bari. Quando si poteva costruire qualcosa di importante attorno a giocatori esplosi in biancorosso, si è preferito venderli per fare cassa. Così il Bari è rimasto una provinciale senza ambizioni, mentre altre realtà considerate minori – Chievo, Atalanta, Udinese, Palermo, Sassuolo – investendo con continuità hanno assaporato l’Europa o almeno hanno saputo salire e scendere tra Serie A e B (vedasi il Lecce), regalando sogni ai propri tifosi. A Bari, invece, si è pagato e si continua a pagare questo fio, allontanando intere generazioni, oggi più propense a seguire le strisciate in televisione. E adesso ci mancava anche la maledetta multiproprietà che, pur volendo osare, tarpa le ali all’ambiente.

Oggi la classifica non lascia spazio a interpretazioni: penultimo posto, con il rischio concreto di diventare ultimi stasera se il Pescara dovesse battere il Modena. Nessuna illusione è consentita, perché questa squadra non offre prospettive. I numeri raccontano una verità impietosa: il Bari è la peggiore squadra del campionato. Viene regolarmente surclassato da chiunque, anche da squadre modeste che contro i biancorossi diventano improvvisamente “grandi”, uscendo dal campo col petto gonfio e i tre punti in tasca.

Il campo mostra una squadra che non sa difendere, non sa costruire a centrocampo e non sa cosa fare del pallone. In attacco si dorme, mancano carattere, grinta e sacrificio. Il Bari è sceso da tempo dalla nave che avrebbe dovuto condurlo almeno ai playoff e si è rifugiato in una scialuppa di salvataggio che ora sembra affondare sotto il peso dell’incapacità e della resa.

Emblematico l’errore ingenuo di Braunoder, il fallo di mano in area che spalanca la strada alla Juve Stabia. Da quel momento gli avversari gestiscono la gara con ordine, sfiorando il raddoppio e trovando in Cerofolini l’unico vero argine. E il Bari? Nulla. Nessuna reazione. Ed è qui che l’amara ironia diventa inevitabile: qualunque squadra al mondo, anche quelle delle isole oceaniche più sperdute, anche improbabili formazioni dell’Antartide o della Groenlandia, persino squadre amatoriali nate per hobby, quando subiscono un gol hanno una reazione istintiva. Il Bari no. Resta immobile, passivo, a subire. Solo nel secondo tempo si intravede un accenno di ripresa, talmente sterile da non produrre neppure un tiro in porta. Se questa è una reazione, allora è davvero meglio far calare il sipario.

Le scelte di Vivarini alimentano la confusione. Si giocano tutte le carte tranne Moncini, convocato ma nemmeno in panchina: l’ennesimo mistero, mascherabile con le solite giustificazioni, ma che racconta una verità semplice, l’allenatore non lo vede. Non che Moncini sia il salvatore della patria, ma almeno è uno che può trasformare in oro l’unica occasione che gli capita, come un re Mida effimero. Vivarini sa che il suo tempo è finito e che anche un pareggio non gli avrebbe salvato la panchina, mentre la società resta ancora una volta silente.

Nemmeno nelle gestioni più discusse del passato si era visto un immobilismo simile. Dopo la cinquina di Empoli sarebbe servito un repulisti tecnico e dirigenziale immediato. Invece si è preferito tacere. Ora si naviga nell’incertezza: confermare Vivarini, richiamare Longo con il dente avvelenato che non lo farebbe lavorare in modo sereno, tornare su Caserta o affidarsi a Michele Anaclerio così come fu per Giampaolo due anni fa. Tutto è possibile, tranne una linea chiara. Tenendo presente però che non sempre potrà capitarci un Ternana remissiva. Una volta è Natale, insomma.

Le dichiarazioni ottimistiche dell’allenatore suonano come una beffa. Parlare di squadra “vista bene” è un’offesa all’intelligenza dei tifosi, di quelli che hanno abbandonato lo stadio e dei pochi, stoici, rimasti. Il campo dice la verità: una squadra scarsa, senza orgoglio, che sembra non sapere nemmeno dove gioca. Serve una scossa devastante, altrimenti la retrocessione sarà inevitabile.

Qualche singolo si salva, come Pucino, ma il resto è desolazione: nuovi innesti relegati in panchina, Cistana spaesato che invece di difendere rincorre le farfalle sul prato, Rao – l’unico capace di saltare l’uomo – ignorato, scelte incomprensibili. Le responsabilità sono condivise tra dirigenti, giocatori e società. Il silenzio della proprietà, con il Napoli in Champions e il Bari che scivola verso la C, è una vergogna difficile da accettare.

A metà gennaio, con una squadra penultima e rinforzi solo sulla carta, la sensazione è che la retrocessione sia stata messa in conto. Nessuno tutela i tifosi, sottoposti a una lenta violenza psicologica. Il calcio a Bari sembra essersi spento. In passato si è retrocessi, ma sempre in piedi. Mai così, mai con questa resa.

L’unica strada sarebbe intervenire subito, con un cambio in panchina e almeno sei giocatori di categoria, pronti, sani e di esperienza per tentare una salvezza che oggi appare quasi un miracolo. Se non lo si farà, allora sarà legittimo pensare che la volontà di retrocedere esista davvero.
Ed è questo, più di ogni sconfitta, a fare più male. Ed il timore nonché il sospetto, tenuto conto che non si sborserà un euro, la serie C è ormai una certezza. Salvo miracoli.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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