
Se vuoi far ridere, prendi dei personaggi qualsiasi, mettili in una situazione drammatica, e fa’ in modo di osservarli sotto un’angolazione comica (il comico è una rifrazione naturale di un dramma). Ma soprattutto, non lasciare che dicano o facciano nulla che non sia strettamente determinato dal loro carattere, prima, e dall’azione, poi.
Così scriveva Georges Feydeau a suo figlio, tracciando il confine, sottile ma preciso, tra la farsa e il vaudeville, in quella differenza di prospettiva che privilegia nel primo caso l’osservazione puntigliosa di personaggi reali gettati in situazioni ridicole, nell’altro l’intreccio del racconto, con fili che si imbrogliano progressivamente per poi dipanarsi nel finale. In poche righe il drammaturgo francese (1862-1921) definisce anche le linee essenziali di uno stile che gli permise di raccogliere in vita un grandissimo successo (superando il famosissimo Eugène Labiche) ma che solo nel tempo lo ha riconosciuto tra i gioielli del teatro comico francese, indicandolo infine come un precursore del teatro dell’assurdo.

E in effetti va detto che Feydeau possiede l’occhio meraviglioso dei grandi osservatori. Con la cura meticolosa che è “propria dei maniaci” (diceva di lui Cocteau) sceglie i propri personaggi tra le persone della piccola e media borghesia, li pone in situazioni comuni, banali ma vere, ne sottolinea l’incoerenza e l’inconsapevole comicità. Poi pianifica situazioni e intrighi, con andamento stravagante e spigliato, usando un linguaggio ricco, muovendo i suoi attori sul palcoscenico quasi fossero danzatori, con un’attenzione al ritmo e alla presenza scenica che fa pensare ad una coreografia studiata per un balletto, a gesti scritti come su un pentagramma.
La Compagnia Te.Ti. Teatro dei Titani è giovanissima, avendo debuttato solo nel dicembre 2024 con la commedia di Neil Simon “A piedi nudi nel parco”, ma solida e robusta è la professionalità degli attori che ne fanno parte, conosciuti negli anni passati in quel crogiuolo di talenti che è la Compagnia Diaghilev, dove li abbiamo visti crescere e maturare. Dopo il debutto, li abbiamo applauditi in “Scherzi” di Cechov, e ora li ritroviamo in questi due atti unici di Feydeau, Dove vai tutta nuda? e A me gli occhi (rispettivamente del 1911 e del 1897) riuniti sotto il titolo di Folies, pièce andata in scena all’Auditorium Vallisa di Bari.

Antonio Carella, Altea Chionna, Alessandro Epifani, Francesco Lamacchia e Mario Lasorella (rigorosamente in ordine alfabetico) dimostrano ancora una volta maturità, presenza scenica, capacità di seguire la velocità spesso vorticosa del testo, e soprattutto riescono a rendere il comico e a suscitare la risata camminando con equilibrio sull’orlo del grottesco senza mai cadervi. Si fermano un attimo prima che i loro personaggi diventino maschere, e li conservano autentici, reali. Ottima in questo senso la drammaturgia che snellisce il testo e la regia collettiva, che tra l’altro sottolinea ed esalta il movimento scenico degli attori, punto fermo delle messe in scena del drammaturgo francese. E poi una grande sinergia, che rende davvero difficile evidenziare la recitazione dell’uno o dell’altro. Al di là delle indubbie capacità dei singoli attori, qui come anche nei precedenti lavori è il gruppo che funziona. E non capita spesso.

Ma dicevamo dei due atti unici.
Nel primo, la giovane e avvenente moglie di un deputato crea scompiglio e imbarazzo nella vita e nella carriera politica del marito per la sua singolare e stravagante abitudine di girare per casa (e presentarsi ai visitatori) in lingerie. Lui è furibondo, ma lei non se ne cura, rivelando una innocenza che appare autentica, e che ricorda in qualche modo la Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza”. Probabilmente il suo comportamento decreterà la rovina della carriera politica del marito (o il suo successo, chissà!) ma la grazia e la totale mancanza di volgarità fanno sì che non si possa non amarla. La comicità qui, per quanto determinata dal ritmo trafelato degli eventi, non scaturisce soltanto dalle situazioni ma anche dal linguaggio, anzi dal torneo dialettico in cui i coniugi si lanciano per sostenere ciascuno le proprie ragioni. Altea Chionna e Mario Lasorella sono i protagonisti, con Epifani, Carella e Lamacchia nei ruoli di contorno.
Completamente diversa l’ambientazione di A me gli occhi, che mette in scena una storia antica come il teatro: il servo furbo che vuole farsi beffa del padrone. Alessandro Epifani è un agiato cinquantenne che sta per fidanzarsi con una ragazza di ottima famiglia (Altea Chionna), ma il suo servitore (Antonio Carella) farà di tutto perchè ciò non accada. Usando l’ipnosi, da tempo ormai soggioga a sua insaputa il suo padrone, che lavora al suo posto, e un eventuale matrimonio farebbe saltare la comoda e vantaggiosa (per lui) routine. I suoi esperimenti verranno infine scoperti dal padre della sposa (Lasorella), che casualmente è un luminare della materia.

Feydeau non ha compassione per la società del suo tempo. La osserva, ne scopre le ipocrisie e le racconta con la forza di un fustigatore, ma usando l’arma dell’ironia. Folies , nell’allestimento visto in Vallisa, rende perfettamente l’atmosfera del testo originale, mantiene freschezza e ritmo, e racconta con efficacia e spietatezza un preciso contesto sociale, usando quel linguaggio comico che non scrive semplicemente una pagina di “teatro allegro”, ma scruta minuziosamente la società francese di fine Ottocento, raccontandone i vizi attraverso personaggi assolutamente concreti e reali ancorchè avviluppati in situazioni intrigate e complesse.
Lunga vita alla Compagnia dei Titani e alla sua passione. Speriamo che si lancino sempre in nuove sfide, percorrano nuove strade, parlino nuovi linguaggi.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia