
Dopo aver debuttato al Teatro Piccinni di Bari nell’ambito della Stagione teatrale comunale, l’Anonima G.R. ha regalato all’AncheCinema di Bari una meritatissima serie innumerevole di sold out con il suo nuovo lavoro “Due in una mutanda”, una commedia in pieno ‘stile Anonima’, che diverte molto, ma il cui testo, pur essendo lapalissianamente affidato anche all’improvvisazione degli interpreti, risulta frutto di un serio lavoro di scrittura che lo porta ad affondare nelle contraddizioni dell’esistere, non rinunciando mai a guardare in faccia la complessità dell’essere umano, in una realtà altrettanto caleidoscopica e multiforme.
Al centro della storia ci sono due gemelli siamesi, Biagio e Ketty, che, dopo una vita condivisa in ogni aspetto, decidono, finalmente, di separarsi. Non solo per un’esigenza medica, ma per assecondare bisogni primari e universali: l’affetto, la fisicità, l’autonomia, la possibilità di esistere come individui distinti, o, più semplicemente, per non dover più condividere quell’avvilente quotidianità, rappresentata proprio dall’indumento intimo in comune (da cui il titolo), neutro, né maschile né femminile e, per questo, oggetto inibente e soffocante. Un intervento chirurgico rischioso e costoso li condurrebbe, così, verso una sorta di seconda nascita, verso la possibilità di non coincidere sempre con l’altro.

La decisione di separarsi, costringe però i protagonisti ad “incontrare il mondo”, un mondo che è, a sua volta, teatro, abitato da maschere: medici senza scrupoli, imbonitori e affabulatori pronti a circuire quelli che ritengono “inermi” o “incapaci”. Il passaggio segreto che consente loro di affacciarsi alla realtà, senza esibire forzatamente la propria peculiarità di gemelli siamesi, è rappresentato dal mondo dei social, luogo ambiguo di visibilità e mascheramento. È attraverso questo varco che il loro appartamento si apre a una galleria di personaggi improbabili: deliziose signorine, scrittori strapazzati dalla vita, trafficanti senza scrupoli. Ne nasce una girandola di situazioni comiche, di equivoci, di incontri e scontri, in cui la comicità non è mai fine a se stessa, ma diventa strumento di smascheramento e porta con sé il dubbio, soprattutto in Ketty, che si chiede se sia ancora il caso di affrontare l’operazione di separazione e uscire dalla comfort zone dove, in fondo, l’unica stranezza da sopportare è la mania per le “riproduzioni” di Biagio, passatempo apparentemente innocente.

Due in una mutanda non porta in scena il vittimismo, ma al contrario, smonta con ferocia gentile la presunta superiorità dei furbi. Qui vale una legge antica: chi di spada ferisce, di spada perisce. Gli “inermi” osservano, apprendono e crescono cosicché gli abili manipolatori inciampano nella propria arroganza. La struttura narrativa dello spettacolo ricorda quella del romanzo di formazione, in cui il confronto con l’altro, anche quando grottesco, cinico o opportunista, diventa passaggio necessario verso una maturazione che sancisce una possibile, ma soprattutto sorprendente, integrazione.
La regia di Dante Marmone, non spostando mai, anche nei momenti più ilari, l’obiettivo dalla riflessione sul diritto all’esistenza individuale, all’identità e al desiderio, ha accompagnato con ritmo e intelligenza questa narrazione a più livelli; gli attori, prima fra tutti la splendida Tiziana Schiavarelli, irrinunciabile sodale di Marmone, e poi Brando Rossi, Azzurra Martino, Antonello D’Onofrio e Gennaro Santoro, hanno offerto un’interpretazione solida, brillante, disinvolta, dimostrando grande affiatamento e intelligenza scenica, riuscendo a gestire, magistralmente, piccoli, ma necessari, momenti di metateatro.

Gli spettatori che hanno riempito la sala si sono molto divertiti. Ma la leggerezza non ha mai escluso la riflessione su temi a noi vicini: lentezza della sanità, ambiguità, diritto alla felicità e alla identità, rendendola accessibile, necessaria, condivisa.
È il teatro che fa il suo mestiere più autentico: raccontare la commedia umana, con tutte le sue contraddizioni, mentre il pubblico ride e, senza accorgersene, pensa.
È il teatro e noi non possiamo farci nulla. Per fortuna.
Vicky Berardinetti
Foto di Mara Salcuni
dalla pagina Facebook dell’AncheCinema