La settimana sportiva: l’analisi di Carrarese – Bari

Il 2026 del Bari si apre nel modo peggiore: un’altra sconfitta, l’ennesima, e una classifica che non concede più spazio alle illusioni. Terzultimo posto, affiancato alle due liguri, col Mantova che gioca oggi e che potenzialmente, se dovesse vincere, ci relegherebbe all’ultimo posto, e una discesa che somiglia ormai a una caduta libera, senza paracadute né appigli. Commentare questo Bari è diventato come spiegare l’inesplicabile: non siamo davanti a una squadra che lotta, perde e retrocede per limiti, ma a un organismo spento, una “non-squadra”, un gruppo di calciatori che non combatte, non corre, non interpreta il campo. Un cast involontario di comparse, e la trama è un horror ripetuto, quello in cui sai già chi muore, solo che qui il copione non cambia mai.

La stagione lo ha mostrato fin dall’inizio: cinque gol incassati a Empoli nel debutto di Vivarini, la famosa “manita” che sembrò un avvertimento e invece era già una sentenza. Da allora quattro punti in sette partite – numeri che non ammettono difese – e prestazioni che peggiorano ogni settimana. Contro la Carrarese, squadra modesta e persino intimorita all’avvio, sarebbe potuto maturare un passivo da quattro gol. Gli apuani hanno smesso di infierire solo perché hanno capito che non ce n’era bisogno: bastava poco per stendere il Bari e portare via i tre punti. Un “gol sbagliato – gol subito” scritto nelle stelle, anticipato dall’occasione divorata da Gytkjaer e consumato con quel pallone rimpallato in area, che nessuno ha saputo spazzare come neanche una squadra di Promozione.

Dopo lo schiaffo, il vuoto. Un vuoto simile a quello de “La Storia Infinita”, un Nulla che avanza e divora ogni frammento di identità. Non un cross decente, non un assist, non una verticalizzazione. Il centrocampo gira a vuoto, l’attacco vive di speranze mai tradotte in movimenti, la difesa si scioglie al minimo soffio d’aria. Il cross di Braunöder finito in alto sulle vette delle Alpi Apuane a graffiarne i marmi grezzi, oltre tutto e oltre tutti, è la fotografia perfetta del Bari: un gesto che vorrebbe essere calcio professionistico e invece si perde nelle nuvole.

La rosa è costruita male, male assortita, piena di nomi più pesanti sulla carta che in campo: Gytkjaer, Nikolaou, Vicari, Partipilo, Castrovilli, Verreth, Maggiore, Cerri, Meroni, Pagano, Antonucci, Burgio, Kassama, Braunöder, perfino i giovani Mavraj e Colangiuli, incapaci di portare quella fame che dovrebbe essere naturale. Smontarli tutti è impossibile: sono troppi e nessuno fuori da Bari sembra disposto a scommettere su di loro. Paradosso ulteriore: singolarmente non sono gli ultimi arrivati, e una squadra con questi curriculum dovrebbe almeno galleggiare lontano dalle sabbie mobili. Eppure ogni sabato sembrano decidere di non giocare. Speriamo davvero che si retroceda in C, malauguratamente, per demeriti propri e non per altri sciagurati avvenimenti già passati da Bari. Perchè mai nella mia vita ho assistito ad una squadra che deliberatamente decide di non giocare anche in virtù del fatto che, teoricamente, sulla carta – come ho già detto -, non sembrano gli ultimi arrivati.

Cistana, a sorpresa, è l’unica nota positiva, o meno negativa se vogliamo, – mobile, pulito, coraggioso – ma è un altro simbolo amaro: se fosse stato sano a luglio, non sarebbe mai arrivato a Bari a gennaio. Come dire: ciò che funziona qui è arrivato solo perché altrove non era utilizzabile. Senza dimenticare i due ragazzini dell’Inter parcheggiati in panchina niente di meno che a Castellammare di Stabia: e questi sarebbero i rinforzi? Due panchinari vesuviani ed uno che ha giocato solo 16 minuti a La Spezia da inizio torneo?

Intanto i tifosi guardano e non reagiscono più. Non c’è veleno, non c’è rabbia, non c’è contestazione sistematica. C’è sonno, rassegnazione, quel silenzio che arriva solo quando la speranza ha smesso di respirare. In passato Bari ha vissuto stagioni simili e sono finite malissimo; il timore è che anche stavolta ci sia qualcosa di più della scarsezza, come se la resa fosse programmatica.

Vivarini lo ha ammesso senza giri di parole: “Siamo in stato di guerra, che non lascia presagire nulla di buono”. Una dichiarazione che pesa come una pietra tombale: se persino l’allenatore parla così, quanto resta da aspettare prima che qualcuno agisca? Una società lucida – l’ha detto la cronaca – avrebbe già messo in discussione la guida tecnica. Qui, invece, nessuno muove un dito. Nemmeno davanti all’evidenza: le tre vittorie ottenute finora sono arrivate con due tiri e mezzo a partita e duecento tiri in porta subiti. Fortuna, non struttura.

E mentre Bari si contorce, le avversarie lottano: Sudtirol ed Entella vincono gare sporche, la Sampdoria si salverà – per storia o per convenienza – lo Spezia probabilmente troverà la strada anche perchè Donadoni non può mai retrocedere. Il Bari no: non ha pedigree, non ha santi in paradiso, non ha interlocutori che contano in Lega. E chi è privo di protezioni paga sempre il conto pieno.

Sullo sfondo, aggravante delle aggravanti, c’è il silenzio della Filmauro. Nessun rinforzo, nessun segnale, nessun intervento. Napoli non guarda più verso Bari. La multiproprietà è diventata una gabbia: il Bari non può essere aiutato davvero, ma non può nemmeno essere liberato. È trattenuto non per amore, ma per ostinazione, come quegli oggetti che si conservano solo perché non si sa che farne, non perché servano ancora. Le parole di Aurelio De Laurentiis al Senato risuonano oggi come una profezia oscura: “Così rischia di fallire di nuovo.” Sembrano i rintocchi delle campane di John Donne: non chiedere per chi suona, perché suona per te.

Il Bari è stretto tra due forze che lo soffocano: da un lato una stagione nata dal nulla a luglio, costruita in fretta e male, che ora presenta un conto inesorabile; dall’altro un proprietario che non vuole mollare ma nemmeno investe per salvarlo. Il mercato di riparazione, già segnato da difficoltà e dinieghi, sembra un corridoio cieco più che una via di fuga.

Si è ormai imboccato il sentiero che porta in C: resta solo da capire se somiglierà al Cammino di Compostela, dove qualche miracolo può ancora accadere, o se sarà una strada diritta, buia e senza deviazioni, come in un vicolo morto, verso una retrocessione che rischia di aprire di nuovo la porta più spaventosa di tutte: quella del fallimento.

E allora, citando Shakespeare, “ciò che deve accadere, accadrà”.
Solo che questa volta nessuno potrà fingere di non aver visto il finale già scritto.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari per gentile concessione

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