
Di fronte alle ultime uscite di Donald Trump, viene quasi da rimpiangere i tempi in cui l’imperialismo si vergognava almeno un po’ di se stesso e si nascondeva dietro conferenze di pace, risoluzioni ONU e ipocrisie multilaterali. Oggi no: oggi basta salire sull’Air Force One, guardare giù verso i ghiacci, contare pinguini, balene e foche e dichiarare che “abbiamo bisogno della Groenlandia”. Come se fosse un gigantesco igloo lasciato incustodito, una proprietà immobiliare con vista iceberg e bonus strategico incluso.
Dopo aver deciso che il presidente del Venezuela poteva essere trattato come un latitante di provincia – con tanto di taglia, giurisdizione inventata e golpe benedetto a distanza – Trump ha scoperto un nuovo hobby: il Risiko artico. La logica è sempre la stessa, semplice e brutale come un esercito esquimese armato di fiocine contro i droni: io sono il più forte, quindi decido io. Il resto del mondo? Un dettaglio folcloristico, come le renne o gli esquimesi nelle brochure turistiche.
Qui non siamo di fronte a un dibattito giuridico raffinato, ma alla versione geopolitica della celebre battuta del film Il Marchese del Grillo: “io sono io e voi non siete un …”. Applicata alla politica internazionale, la frase diventa dottrina strategica: il diritto internazionale non serve, l’ONU è un club di chiacchiere, i trattati valgono finché non intralciano i miei affari. Se domani un presidente decide che i ghiacci gli appartengono, allora via: si pianta la bandiera a stelle e strisce tra un igloo e una foca e il problema è risolto.
La cosa tragicomica è che tutto questo viene presentato come “realismo”. Ma il realismo di Trump non è quello di chi guarda il mondo per com’è: è quello del bullo che scambia la forza per legittimità. Dire che il diritto internazionale “non esiste” perché viene violato equivale a dire che le leggi non esistono perché qualcuno ruba. È un ragionamento infantile, buono forse per una rissa da bar, non per governare un pianeta già sull’orlo del collasso.
Il punto non è difendere Maduro o santificare governi autoritari: il punto è capire che se ogni potenza si arroga il diritto di sequestrare, giudicare, sanzionare o annettere ciò che vuole, allora il mondo torna alla legge del più forte. E quella legge non l’hanno mai pagata i leader in giacca e cravatta, ma i popoli: quelli che vivono sotto le bombe, quelli che diventano migranti, quelli che finiscono stritolati tra sanzioni e “missioni di sicurezza”.
In questo teatro dell’assurdo, l’Europa, invece di urlare come dovrebbe, balbetta. A parole – chi più chi meno – difende l’integrità territoriale della Groenlandia – e meno male – ma nei fatti l’UE appare come un pinguino spaesato sul pack che spera di non essere notato. Ancora più imbarazzante è il – quasi totale – silenzio complice su quanto accaduto in Venezuela, dove il golpe “democratico” è stato accolto con sorrisi e strette di mano. L’Italia, con Giorgia Meloni, se da una parte si è allineata all’Europa nel pieno rigetto dell’annessione della Groenlandia, dall’altra si è mostrata in sintonia perfetta con l’oppressore (reo – nell’indifferenza più assoluta – di aver ucciso ottanta esseri umani, tra militari e civili, nell’attacco venezuelano), vale a dire dura con i deboli, comprensiva con i forti, soprattutto se parlano inglese americano.
Intanto dalla Groenlandia arriva una risposta che suona fin troppo civile per i tempi che viviamo: rispetto, dialogo, diritto internazionale. Lo dice il primo ministro Jens Frederik Nielsen dall’interno del suo igloo, come se ricordasse al mondo che non tutto è in vendita, nemmeno sotto i ghiacci eterni. E persino il premier britannico Keir Starmer ha trovato il coraggio di dire l’ovvio: no, la Groenlandia non è un bottino di guerra.
Ma Trump va avanti, imperterrito, convinto che basti evocare la “sicurezza nazionale” per giustificare qualsiasi fantasia di annessione. Oggi la Groenlandia, domani chissà: magari presentata come una nobile liberazione dall’opprimente tutela nordica di Copenaghen, trasformata per l’occasione in un regime autoritario da abbattere tra un igloo e un blocco di ghiaccio, con tanto di esercito esquimese disarmato e cerimonia ufficiale tra le balene. Del resto, se il diritto è un’illusione, allora tutto è possibile.
Ed è proprio questo il punto più inquietante, dietro la satira e il sarcasmo: quando si accetta l’idea che la forza venga prima delle regole, non si sta smascherando un’ipocrisia, la si sta sostituendo con qualcosa di peggiore. Un mondo in cui ogni Trump può sentirsi Marchese del Grillo globale non è più “realista”: è semplicemente più pericoloso. E a congelarsi, alla fine, non saranno i ghiacci della Groenlandia, ma le speranze di chi ancora crede che pinguini, popoli e confini non siano giocattoli nelle mani del più forte.
Cadetto di Guascogna