
Ci sono apparenze che possono fare comodo, e stereotipi che, adeguatamente cavalcati, possono fare da paravento a realtà scabrose, talora agghiaccianti. Ad esempio, il bianco è associato alla purezza, per secoli si sono stigmatizzate le spose in là con gli anni, o finanche non vergini, perché non portassero l’abito bianco, quando invece (e poi dici che ai corsi da madrina di battesimo non si impara niente), il bianco della sposa in chiesa sta ad evocare il battesimo e il debutto nella comunità, un po’ come debuttanti in miniatura, al relativo ballo. Anche la femminilità è legata allo stereotipo della virtù e della purezza, che spesso nasconde l’infantilizzazione, la ridicolizzazione e la deumanizzazione del pensiero femminile e femminista.
Su tutte queste elaborazioni si gioca l’apparato visuale (by Giuseppe Di Morabito) dello spettacolo “Anche in casa si possono provare emozioni forti” di e con Caterina Filograno, appartenente a una generazione di professioniste del teatro giovani, ma competenti, sensibili e soprattutto determinate. Sul palco, a Filograno si accompagnano Gloria Busti, Francesca Porrini, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi, in una produzione Sardegna Teatro | Teatro Stabile di Torino e Teatro Nazionale | Teatri di Bari.
Un racconto autobiografico, quello della Filograno, popolato da archetipi femminili molto forti: la Matriarca, una nonna più memorabile per il pugno di ferro che per il guantone da forno; la Madre, una terra inospitale e sfuggente; la Zia, che più che una narrazione femminile alternativa offre una specie di carillon in cui si muove con grazia compulsiva, pur senza muoversi davvero; la Sorella, che è saltata fuori dal quadretto famigliare in cui Caterina sembra aver trovato un disequilibrio controllabile, ma che ad esso non può che ritornare.
Tutte le vicende che si susseguono la vita di chi cresce in mezzo alle donne si dipanano, si intrecciano, spiegano la fatica di crescere, e quanto crudele possa essere l’amore di un nido in cui gli uomini muoiono o devono fuggire via, diventando un ricordo tutto sommato rinunciabile. Tutto, però, vestite di bianco, dalle crinoline che irrigidiscono i movimenti, alle piume che dietro la leggerezza nascondono la rapacità, ai pizzi e al tulle che sono sì frivolezza, ma possono confondere la vista, fino alle perle, che nella credenza popolare sono lacrime, di cui da adulte possiamo fare trofeo.
Al bianco dei costumi si contrappone il rosso dei drappi che calano dalla scenografia e gestiscono i movimenti di palco: rosso come le mestruazioni, come il parto, come la prima notte delle brave spose, come la violenza.
Anche il bianco, sì, sa essere violento, in Giappone è addirittura il lutto. Anche una donna può liberarsi delle virtù, raccontarsi e farsi autentica, e questo spettacolo è qui per confessarcelo.
Beatrice Zippo
Foto dal sito di Teatri di Bari