
“Do Androids Dream of Electric Sheep?” è il titolo di un celebre romanzo distopico che nel 1968 dette alle stampe il grande scrittore statunitense Philip K. Dick. In italiano è stato banalmente tradotto con “Il cacciatore di androidi”, ma, al di là dell’essere stato lo spunto principale di “Blade Runner” di Ridley Scott, forse non si è mai riflettuto abbastanza sul senso profondo di quella domanda. È certamente una delle più dense e ambigue della letteratura del Novecento, e il suo significato va ben oltre la suggestione fantascientifica. In Dick, infatti, la domanda non è mai un vezzo: è un dispositivo filosofico vero e proprio. Non chiede davvero se le macchine sognino; chiede che cosa significhi essere umani quando i criteri dell’umanità diventano instabili, simulabili, artificiali. Non a caso oggi viviamo spesso in modo automatico, anestetizzato, mediato da dispositivi che regolano artificialmente anche gli stati d’animo.
Cosa c’entra tutto questo con “AlgoRitmo: lui e l’AI”, lo spettacolo appena andato in scena al Teatro Abeliano di Bari nel periodo natalizio, in quattro sold out consecutivi? C’entra eccome, se pensiamo che la messa in scena firmata da Raffaello Tullo e Martina Salvatore, con la regia di Marco Rampoldi, è a sua volta una fiaba distopica, incentrata sul rapporto tra l’essere umano e l’intelligenza artificiale (o, se preferite, con la tecnologia), e costruita attorno a un finale che lascia inquieti e ricchi di domande.

Considerando il talento autoriale di Tullo – dalla sua penna nascono tutti gli spettacoli della Rimbamband, oltre ai precedenti da solista “Contrattempi moderni” e “Sconcerto” – c’era da aspettarsi la consueta girandola di numeri in cui musica, poesia e teatro si fondono mirabilmente (qui lo spettacolo è scritto con Andrea Delfino). Ma stavolta, a sorreggere il tutto, ci sono due elementi fondamentali. Da un lato, una storia con una vera struttura drammaturgica, che prende per mano lo spettatore e non lo abbandona fino al termine; dall’altro, la presenza in scena, al suo debutto da “attrice totale”, di Martina Salvatore, letteralmente portentosa nella capacità di interpretare un robot umanoide che cita ironicamente Barbie (lei è Martie), ma che sa anche cantare meravigliosamente qualsiasi cosa, oltre a danzare e ballare con naturalezza. Come se fosse una passeggiata, su quegli stivali in latex rosa Barbie, con tanto di tacco tutt’altro che trascurabile.
La vicenda prende forma quando un uomo solo e smarrito riceve a casa uno scatolone misterioso: al suo interno c’è Martie, un androide dalle sembianze incredibilmente umane, programmato per apprendere con velocità sorprendente e per modulare il proprio comportamento attraverso un algoritmo sofisticato. Superata l’iniziale diffidenza, tra l’uomo e la macchina nasce un rapporto inatteso: Martie diventa assistente perfetta, compagna di vita e di musica, catalizzatrice di sogni dimenticati e desideri messi da parte.

In questo universo che contiene anche una forte componente autobiografica (Raffaello e Martina sono compagni di vita), i temi affrontati sono molteplici e tutti giocati nel consueto mix strabiliante di musica, poesia, incanto, magia e ritmo, capace di far ridere e, allo stesso tempo, di aprire uno spazio di riflessione autentica. Martie è lì per aiutare Raffaello in qualsiasi cosa – proprio come le intelligenze artificiali odierne – ma il cortocircuito nasce quando l’iniziale diffidenza di lui, affetto da una dipendenza compulsiva da smartphone, si coniuga con la sorpresa di lei nell’apprendere alcune, poche cose per cui vale davvero la pena vivere. Una di queste è la musica, costruita sui pilastri di melodia, ritmo e armonia: un assist straordinario per la scrittura di Tullo, che sfrutta questo canovaccio per l’intero spettacolo.
Si parte dalla classica, con l’Habanera dalla “Carmen” di Bizet e la “Danza delle spade” di Khachaturjan, per prendere confidenza tra i due. Poi arriva il valzer straussiano del “Bel Danubio Blu”, ma il melting pot dei generi è dietro l’angolo, con più di una risata: dal viaggio nelle canzoni popolari regionali alle incursioni nel pop, ben studiate per l’apprendimento musicale di Martie, come “Shape of You” di Ed Sheeran, mixata con “All That She Wants” degli Ace of Base.

«Fra un battere e un levare, questa è la felicità», dice Raffaello a Martie nel finale di un gustoso dissing. E tra i numeri più belli c’è davvero l’imbarazzo della scelta: la “Primavera” di Vivaldi che sfocia in “La filanda” di Milva, entrambe eseguite con i Soundbellows; l’esame di percussioni al Conservatorio di Raffaello, con “To the Gods of Rhythm” di Nebojsa Zivkovic; fino al numero strabiliante di Raffaello, che canta “One For My Baby (And One More For The Road)” a Martie, citando uno storico pezzo del grande comico britannico Dickie Henderson.
Identità, solitudine e il confine tra umano e artificiale sono temi che si incrociano più volte, mentre in controluce la dipendenza da smartphone ci inchioda ai nostri peggiori vizi contemporanei. Il tutto è trattato con un mix riuscitissimo di profondità e leggerezza, mentre l’irrompere del musical “All That Jazz” segna l’inizio della fine per la strana coppia uomo-androide. Ma lo snodo centrale, poco prima, è l’assolo incantevole di Martie su “What Was I Made For?” di Billie Eilish, brano contenuto nella colonna sonora di Barbie: siamo tutti lì a chiederci, con lei, per cosa siamo stati creati, in una domanda esistenziale che esprime smarrimento e ricerca del senso della vita.

«Morire non è così semplice», rassicura l’amministratore delegato della Quantum X, convincendo Raffaello ad abbonarsi a vita alla sperimentazione con l’androide, in cambio della condivisione di tutti i propri dati. A quel punto la favola non è più distopica, ma reale, attualissima. Siamo già tutti ingabbiati e “fragili”, come mai prima d’ora. Eppure si esce dallo spettacolo pieni di adrenalina e di riflessioni fondamentali per la nostra vita, non prima di aver applaudito a lungo due eccezionali protagonisti, per uno spettacolo-gioiello da non perdere.
Livio Costarella
Foto della Compagnia