Quando il teatro realizza il suo sogno utopistico spiccando il salto verso un volo finalmente libero: Tindaro Granata ha portato al Teatro Mariella di Monopoli il suo “Vorrei una voce”, il monologo ispirato al percorso teatrale realizzato nella Casa Circondariale di Messina con le detenute di alta sicurezza

Uno stretto rapporto esiste tra i fiori e gli ergastolani: la fragilità, la delicatezza dei primi sono della medesima natura della brutale insensibilità dei secondi; ch’io abbia da raffigurare un forzato – o un criminale, – sempre lo coprirò di tanti e tanti fiori ch’esso, scomparendovi sotto, ne diventerà un altro gigantesco, nuovo.” (Jean Genet)

È del teatro ripensare, rifare, rinominare, l’identità liquida, plasmabile contro le cristallizzazioni e la chiusura di luoghi che sembrano senza possibilità di fuga. A me non interessano quelli che si sentono prigionieri in carcere, mi preoccupano di più quelli che pensano di essere liberi fuori dal carcere.” (Armando Punzo)

Non voglio e non posso portare in scena le mie ragazze del Piccolo Shakespeare di Messina, perché quello che abbiamo fatto dentro quel luogo di libertà che sta dentro un carcere è giusto che rimanga con loro e per loro. Delle ragazze mi porto i loro occhi, i gesti, le loro lacrime e i sorrisi. Grazie a loro racconto storie di persone che dalla vita vogliono un riscatto importante: vogliono l’amore, quella spinta forte ed irruente che ti permette di riuscire a sopportare tutto, a fare tutto affinché si possa realizzare un sogno.” (Tindaro Granata)

A volte una pièce ci prende, ci imprigiona, ci ammalia, ben prima che si levi il sipario. È innegabile che anche solo il racconto della genesi di “Vorrei una voce”, il monologo, vincitore del Premio Hystrio Twister 2025, scritto e interpretato da un ispirato Tindaro Granata a seguito del percorso teatrale realizzato al Teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina con le detenute di alta sicurezza, crei un clima di attese ed aspettative che – inutile nasconderlo – vanno oltre il mero spettacolo, così come è accaduto nella replica sold out tenutasi nella accogliente sala del Teatro Mariella di Monopoli. Poi il sipario si leva, scoprendo e definendo tutto il lavoro realizzato dall’artista siciliano con le recluse attraverso le canzoni della divina Mina cantate in playback (come fosse il vecchio gioco ancestrale che tutti, prima o poi, abbiamo realizzato davanti ad uno specchio), ed accade che lo spettatore venga irrimediabilmente catturato da una performance che non è solo teatro, inteso nella sua accezione più classica, non è una lectio magistralis, anche se potrebbe benissimo e compiutamente esserlo, non è un dibattito, non è un happening né un’improvvisazione, ma è, semmai, tutto questo assieme.

L’opera artistica di Granata, determinando di fatto l’esplosione o, meglio, l’implosione delle pareti di massima reclusione, si estrinseca in aperta ed incessante dissimulazione di una realtà che, incapace di evolversi, costringe, attraverso il caleidoscopio dell’immaginazione all’ombra dell’iconica Mina, ad un’altra, diversa e più alta visione, scevra dal voler perseguire esclusivamente sterili intenti rieducativi, lenitivi o rasserenanti nei confronti tanto delle detenute – quelle che non vogliamo nemmeno vedere, quelle che stanno sempre dall’altra parte, trascurate, dimenticate, abbandonate – quanto degli spettatori, invitando, se non costringendo, tanto le une quanto gli altri a scandagliare i più oscuri fondali della coscienza, precipitandoli e disperdendoli in un intricato dedalo inconscio, in modo che, soprattutto i secondi, possano comprendere che una prigione, pur essendo satura degli emarginati e dei reietti della nostra società, non è confrontabile con il carcere vero che è la società esterna, la stessa che ogni giorno ci ospita condannandoci ad una inesorabile contraffatta libertà.

Se è vero che viviamo per perderci e per ritrovarci, allora possiamo affermare senza tema di smentita che l’esperienza di vita, prima ancora che teatrale, che ha ‘investito’ l’autore in un momento in cui si sentiva esso stesso ‘costretto’ nella sua realtà (“non credevo più in me stesso e in niente; non so come sia successo: un giorno mi sono svegliato e non mi sono sentito più felice, né di fare il mio lavoro né di progettare qualsiasi altra cosa” dirà nel prologo dello spettacolo), sia andata – e continui ad andare ancora oggi – ben oltre l’iniziale utopistica dichiarazione di intenti di lavorare con le detenute “per farle rivivere, sognare, ritrovando una femminilità perduta”, divenendo, infine, sublime catarsi, superba seduta psicanalitica collettiva, illuminante rito iniziatico, percorso di rinascita e riscoperta, viaggio di smisurata bellezza oltre le nostre stesse oniriche paure, ardita discesa agli inferi dell’umana introspezione ma, anche e soprattutto, sublime risalita ‘a riveder le stelle’, verso quella libertà e quel sogno che la mente non riesce ancora a concepire, forse a causa delle gabbie – per lo più dorate – che ci siamo costruiti addosso quasi senza accorgercene e che ora ci impediscono di respirare, di vivere, di mostrarci nudi, liberi, puri, ma che è già presente in quello stesso primordiale comune anelito.

Ma se, come diceva Genet, “il giardiniere è la più bella rosa del suo giardino”, Tindaro, grazie ad un monologo necessario, di rara bellezza, che tutti dovrebbero vedere e sentire almeno una volta nella vita per imprimerlo nel cuore e nell’anima, diventa un gigante, un faro, un insostituibile operaio di una vigna ben più grande, immensa, sconfinata, una guida che si sacrifica offrendosi quale magnifico capro espiatorio non solo dei peccati galeotti ma anche e soprattutto della nostra acclarata cecità, in un incessante blackout emotivo che non concede alcuna ipotesi di astrazione; sul palco del Teatro Mariella non c’è solo l’Artista che tanto amiamo e che qui fa del suo gesto e della sua voce il perfetto strumento per descrivere le passioni delle sue sfortunate antieroine, lasciandosi attraversare se non abitare da loro, ma c’è l’Uomo, con le sue ferite laceranti, i suoi solchi, i suoi mostri, i suoi fantasmi, le sue paure, le sue aspettative, il suo desiderio di rinascere, di risorgere.

Ripercorrendo proprio la visionaria poetica genetiana secondo cui “una creazione che non abbia all’origine l’amore è inconcepibile”, il teatro di Granata, pur non concedendo sconti né tantomeno scappatoie ma sconvolgendo e sovvertendo i legami tra realtà e finzione, tra pena e redenzione, tra segregazione e libertà, si fa dono incondizionato, totale, compiuto, abbraccio infinito da cui appare impossibile staccarsi, messaggio in bottiglia nelle turbolenti maree dell’esistenza, grido troppo a lungo strozzato che ora prorompe in tutta la sua forza deflagrante, cicatrice impressa a fuoco sulla pelle delle protagoniste e del loro mentore e di quanti hanno avuto ed hanno la fortuna di seguirlo in questo viaggio iniziatico; la sua Arte è sangue, sudore, lacrime, vita e, appunto, amore, amore allo stato puro, che si rivela nell’attimo esatto in cui consente alle ‘sue ragazze’ – e a noi, spettatori, con loro – di spiccare l’audace salto verso quello che potrebbe apparire un infinito baratro e che, al contrario, è il primo passo verso un volo finalmente libero, trasformandoci tutte e tutti in angeli tornati alla loro essenza più luminosa proprio nel momento della caduta, finalmente consapevoli che, come faceva dire l’‘arcangelo’ Peter Gabriel ai suoi Genesis, “we’ve got to get in to get out”.

Pasquale Attolico
Foto di Masiar Pasquali dal web

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