Otto repliche sold out del capolavoro di George Bizet “Carmen” con la didascalica regia di Stephen Medcalf e la straordinaria direzione di Jordi Bernàcer hanno chiuso la trionfale Stagione 2025 della Fondazione Teatro Petruzzelli

Ritengo che la Carmen di Bizet sia uno chef-d’oeuvre nel pieno significato del termine, cioè una di quelle poche cose destinate a riflettere in sé, al più alto grado, le aspirazioni musicali di un’intera epoca.” [Pyotr Ilyich Tchaikovsky]

Come rende perfetti una tale opera! Nell’udirla si diventa noi stessi un «capolavoro». Io mi sento diventar migliore quando questo Bizet mi parla. Il mio udito si sprofonda in quella musica; ne percepisco le origini; mi par di assistere alla sua nascita e tremo davanti ai pericoli che ci accompagnano a qualunque audacia; mi trovo incantato dai felici ritrovamenti che Bizet stesso ignora.” [Friedrich Wilhelm Nietzsche]

Chi è Carmen? O, meglio, cos’è Carmen? In cosa è racchiuso il fascino della tragica parabola di questa antieroina nata dalla penna di Prosper Mérimée nel 1845 e resa immortale dal genio di George Bizet che, componendo su libretto, alla cui stesura partecipò anch’egli, di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, creò la sublime Opera, messa in scena per la prima volta nella disastrosa serata del 3 marzo 1875 a Parigi? La risposta a queste domande, a mio modesto parere, è sempre e solo una: Passione, la Passione fatale che tutto travolge.

Di certo, ad una più approfondita ed erudita lettura, si possono trovare le ragioni di un successo che non conosce tregua innanzitutto negli elementi di novità apportati dallo stesso Bizet rispetto agli autori che lo avevano preceduto, tra cui non possiamo non annoverare l’acquiescenza dell’Opera ai dettami del verismo con quella finalmente reale e per nulla laccata rappresentazione dei ceti sociali più bassi, ma anche e soprattutto in quegli inediti innesti di recitato nel mezzo del bel canto, che, di fatto, ne fanno probabilmente il primo musical della storia, mentre una visione forse più epidermica, ma comunque avvincente, può – a ragione – arrestarsi semplicemente nell’esaltare le sublimi melodie create dal compositore parigino, pagine che hanno vinto la sfida con il tempo divenendo immediatamente riconoscibili in ogni parte del globo terrestre. Ma può bastare?

Forse conviene tornare ancora una volta alle – davvero tante – parole che un conquistato Nietzsche dedicò alla gitana spagnola: “Ah, finalmente l’amore, l’amore ritradotto nella natura! Non l’amore di una vergine superiore, bensì l’amore come fatum, come fatalità, come destino, cinico, innocente, crudele e – appunto in ciò – natura! L’amore che nei suoi strumenti è guerra, nel suo fondo è odio mortale dei sessi! Io non conosco altro esempio dove la tragica ironia che costituisce il nocciolo dell’amore sia stata espressa con tale severità, con formula così terribile come nell’ultimo grido di José: Oui, c’est moi qui l’a tuée, Carmen, ma Carmen adorée!

Chi tra gli uomini non si è mai compenetrato nella amara sorte di Don Josè? E chi tra le donne, pur celandolo come il più audace dei segreti, può dire di non aver mai invidiato Carmen per quel riuscire ad estrinsecare il suo lato oscuro attraverso la propria altera personalità, la sua sfacciata femminilità, la sua inarrestabile passionalità? Eccola: Carmen è tutta lì. La sua animalesca passione ci travolge, sempre, anzi oseremmo affermare che il solo avvicinarci al capolavoro di Bizet ci renda ogniqualvolta volontari e potenziali arbusti in trepidante attesa di essere travolti da quel fiume in piena; amiamo, quasi aneliamo farci investire da quella passione, riempircene i sensi, forse anche per affrontare il grigiore dei nostri giorni.

Con questi presupposti, può apparire chiaro il disappunto – invero più che sommesso – nell’aver potuto rintracciare solo una minima parvenza di quel sentimento nella messa in scena che ha trionfalmente concluso l’annuale Stagione Lirica della Fondazione Teatro Petruzzelli con il tutto esaurito fatto registrare già in prevendita per tutte le otto repliche; eppure, la comunque pregevole regia di Stephen Medcalf, spostando l’ambientazione di questa nuova produzione e nuovo allestimento scenico, commissionato dalla stessa Fondazione Petruzzelli, dall’originario 1820 agli anni ’40 della Spagna franchista, ponendola al termine della guerra civile e subissandola di chiarissimi riferimenti, più che alla citata Novella di Mérimée, al capolavoro di Ernest Hemingway “Per chi suona la campana”, avrebbe dovuto aggiungere pathos all’azione, mentre, al contrario, l’ha resa oltre misura didascalica, talmente monocromatica che nemmeno gli abiti ideati da Tom Rogers e Jamie Vartan riuscivano ad imprimerle vivacità. Ed il – crediamo voluto – senso di oppressione che aleggiava veniva completato dalla scenografia, sempre di Vartan, che indulgeva nella maestosità del rotante enorme cilindro centrale, che – all’occorrenza – diventava manifattura dei tabacchi, osteria di Lillas Pastia (interpretato da un simpaticissimo Tony Marzolla), covo dei contrabbandieri sulle montagne, grazie all’utilizzo degli affascinanti quanto pertinenti video di Leandro Summo, ed, infine, Arena della Corrida situata su quella Plaza de Toros di Siviglia eletta a luogo teatro dell’annunciato femminicidio; la smodata imponenza delle scene, peraltro, costringeva le coreografie di Lynne Hockney a dover fare di necessità virtù, potendo godere per lo più esclusivamente di un relativamente piccolo spazio.

La regia di Medcalf riusciva tuttavia a far registrare più di un punto a suo favore, grazie principalmente all’apporto del disegno luci di Simon Corder, soprattutto nella capacità di realizzare dei veri e propri quadri di rara bellezza, particolarmente incantevoli nelle scene di insieme, e dei magnifici chiaroscuri che arrivavano a fotografare – o, meglio, a radiografare – le più recondite emozioni dei protagonisti, scandagliandone lo spirito; sintomatica, in tal senso, l’apparizione di Don Josè nell’ultimo atto, lasciato per lungo tempo in un buio indefinito, esattamente come – ne siamo certi – la sua disperata anima in quel frangente.

Non vi è però alcun dubbio che l’assoluto punto di forza di tutta la rappresentazione si potesse identificare nella direzione dell’ottimo Jordi Bernàcer, che ha fatto risplendere di luce accecante l’Orchestra del Teatro Petruzzelli, cui faceva eco l’ottima prestazione del Coro della stessa Fondazione nonché del Coro di voci bianche Vox Juvenes, rispettivamente magnificamente preparati da Marco Medved ed Emanuela Aymone: sarebbe bastato il solo ascolto dell’esecuzione del mitico Preludio e dei tre splendidi Intermezzi per rappacificarsi con il mondo e per dimenticare, per un solo fuggente istante, la follia che ci investe in questi tempi così oscuri; l’ensemble barese ha donato alla sua esecuzione un’aura lirica, elegante, raffinata, addirittura intima, che scavava nel nostro profondo, regalandoci indimenticabili momenti di vera suggestione che ci restituivano alla nostra stessa umanità.

Purtroppo non all’altezza delle aspettative si sono rivelate le performance del cast, se si eccettua una magnifica Tetiana Miyus nel ruolo di Micaëla, voce limpida quanto salda, dotata di grande musicalità e, soprattutto, capace di coinvolgere il pubblico sino all’emozione più pura, artificio che non riusciva alla Carmen di Maria Kataeva, nonostante fosse dotata del phisique du role che le avrebbe consentito di essere perfettamente sovrapposta all’eroina bizetiana. Francesco Meli, di certo, non si discute; il suo Don Josè è ormai una garanzia, ma – azzardiamo – forse proprio a causa di questa ormai acquisita sicurezza, non riuscivamo a rintracciarvi tutti gli slanci interpretativi che alla vigilia auspicavamo, tranne che nel ricordato tragico ultimo atto, in cui finalmente il tenore si superava. Nessun guizzo, invece, per l’Escamillo di Adrian Sâmpetrean, mai sortito da una prestazione a dir poco lineare. Nelle nutrite figure di contorno, da ricordare Irene Molinari (Mercédès) e Sabrina Sanza (Frasquita), ma anche Domenico Colaianni (Dancairo) e Christian Collia (Remendado), che assieme a Grazia Berardi (una venditrice), Antonio Muserra (uno zingaro), Mariano Cipriani (una guida) e Tommaso Nicolosi (Andrés) contribuivano al successo della serata, salutata da vere ovazioni del pubblico.

Si riparte il 21 gennaio 2026 con la nuova Stagione d’Opera che si aprirà con l’irrinunciabile appuntamento con “La Cecchina” del nostro Niccolò Piccinni.

Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione della Fondazione

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