
Premetto subito che quello che state leggendo è un piccolo esercizio “plutarcheo”: sto cioè mutuando, con una certa dose di ironia e spirito critico, il modello delle Vite Parallele di Plutarco, mettendo a confronto due figure del nostro presente – Roberto Rossi e Giorgia Meloni – non tanto per giudicarle “moralmente”, ma per evidenziarne differenze di stile, di ruolo, di linguaggio e, permettetemi, anche di spessore culturale.
E qui una seconda premessa personale e doverosa: non sono un giurista, non frequento le aule dei tribunali e non ho competenze specialistiche in materia di ordinamento giudiziario. Con tutta onestà intellettuale posso dire di essere solo un cittadino informato, che legge, ascolta, riflette e prova a usare la testa. Non possiedo verità rivelate, ma ho diritto a un’opinione consapevole, come ogni cittadino che sa quantomeno leggere e scrivere (e capire) che non delega completamente il pensiero agli slogan.
E ora Plutarco può entrare in scena.
Da una parte abbiamo Roberto Rossi, stimato Procuratore della Repubblica. Uno che, invece di recitare battute da palcoscenico, preferisce ragionare; invece di caricare gli animi, prova a spiegare; invece di fare propaganda, distribuisce volantini per dire: attenzione, questa riforma non rende più giusto lo Stato, rischia solo di rendere più forte la politica e più debole la magistratura. Non urla, non sbraita, non fa sceneggiate. Parla di Costituzione, di equilibrio tra poteri, di tutela dei cittadini contro le “angherie del potere”. In sintesi: uno spessore culturale e giuridico che non ha bisogno di effetti speciali.
Poi Plutarco gira pagina ed entra Giorgia Meloni.
Qui il tono cambia, diciamo così, leggermente. Siamo di fronte a una Presidente del Consiglio che continua a propinarci comizi a metà tra Alberto Sordi ne “Il Vedovo”, l’osteria verace e un set felliniano dove la politica diventa spettacolo, teatralità, coro da stadio di curva e battuta pronta. E naturalmente nessuno della sua area politica trova “inopportuno” che il Capo del Governo faccia comizi di parte, salti al ritmo di “chi non salta comunista è”, trasformando il ruolo istituzionale in un varietà permanente. Anzi, va tutto benissimo.
Il problema, si sa, è il Procuratore che distribuisce volantini.
E arriviamo alla questione centrale: questo referendum, tutto sommato, si può riassumere così: vogliamo che alla fine sia la politica a giudicare o preferiamo che continui a farlo la magistratura? Per la destra la risposta è chiara: meglio la politica.
Per una larga parte della società civile, invece, la magistratura – con tutti i suoi difetti, errori, storture umane, come in qualunque ambito – deve rimanere indipendente. Perché se sbaglia un giudice esistono strumenti di controllo; se sbaglia un politico che nel frattempo si è messa anche in tasca il controllo sulla giustizia, allora buona fortuna a tutti.
Io, nel mio piccolo, senza laurea in diritto costituzionale, guardo un po’ la storia degli ultimi trent’anni. Riforme fatte davvero per il bene del popolo? Poche, pochissime, forse nessuna. Quelle di questo governo, poi, sembrano più pensate per consolidare potere che per migliorare diritti. E quando personalità del calibro e dell’esperienza di Nicola Gratteri avvertono che questa riforma è pericolosa, io non salto sulla sedia gridando al complotto: semplicemente ascolto. E mi fido di chi conosce la giustizia dall’interno, non di chi la tratta come un oggetto politico da piegare ai propri scopi.
Il mio NO, quindi, non nasce da una venerazione cieca della magistratura. Non ignoro che esistano problemi, storture e persino gravi squilibri nell’esercizio dell’azione penale. Non sono ingenuo e non sono un “tifoso”. Ma proprio perché sono consapevole di tutto questo, non posso accettare una riforma che appare più come un attacco agli equilibri costituzionali che come un tentativo sincero di migliorare la giustizia.
Perciò, in questa mia piccola “Vita Parallela”, vedo da un lato una figura che difende i cittadini spiegando e mettendo in guardia, e dall’altro una leader che preferisce l’applauso da comizio alla sobrietà istituzionale.
E, da cittadino normale, scelgo di stare dalla parte dello Stato di Diritto, non dello Stato di partito.
Per questo, serenamente ma fermamente, dico NO.
Cadetto di Guascogna