Corpi in rivolta e la bellezza feroce di una danza che si fa verità: esplode sul palco del Teatro Piccinni di Bari l’anteprima assoluta di “Equilibrio Dinamico/Capitolo XV”

Esistono momenti in cui un percorso artistico smette di essere una semplice serie di debutti per diventare una dichiarazione d’identità. Quello che è esploso sul palco del Teatro Piccinni di Bari per l’anteprima assoluta di Equilibrio Dinamico/Capitolo XV non è stata una celebrazione di rito, ma una collisione frontale con la contemporaneità. La compagnia, che dal 2011 agita con intelligenza le acque della danza contemporanea sotto la guida di Roberta Ferrara, ha dimostrato che il traguardo dei quindici anni non è un punto di arrivo, ma un rilancio audace, lanciando una sfida al proprio pubblico attraverso una fisicità cruda e una precisione millimetrica che profumano di avanguardia europea.

L’identità di Equilibrio Dinamico oggi si legge nella capacità di assorbire linguaggi complessi e restituirli con rigore internazionale.

La serata ha aperto i giochi con Mahalaga Landscapes di Jill Crovisier, un’opera che ha vissuto al Piccinni una trasfigurazione fondamentale. Strappata alla sua genesi site-specific in Lussemburgo, la performance ha trovato nel teatro di tradizione barese una nuova, spigolosa dimensione. Qui si avverte un primo, netto scarto creativo: se le premesse evocavano il legame con la natura, la messa in scena ha restituito uno scenario industriale e metropolitano. È un perimetro dove i danzatori si muovono come ingranaggi di un rito urbano necessario quanto faticoso; un adattamento che toglie il fiato, dove la musica inedita scandisce i tempi di una sopravvivenza fatta di geometrie severe e istinti primordiali ritrovati tra le lamiere della modernità.

Ma il vero terremoto emotivo, quello che ha definito l’orizzonte d’azione della compagnia, è arrivato con il rework di People Used to Die. Affidandosi alla visione radicale del collettivo francese (LA)HORDE oggi alla guida del Ballet National de Marseille, Equilibrio Dinamico ha compiuto un gesto di sovvertimento politico e sonoro. La danza si è trasformata in un caos organizzato, un’architettura di corpi che mastica i linguaggi delle culture hardcore e li restituisce con una violenza estetica magnetica. Per comprendere la portata di questo lavoro, bisogna guardare alla natura di questi movimenti: il collettivo porta in teatro l’hakken, una danza frenetica nata nei rave olandesi degli anni ‘90 fatta di passi brevissimi e velocissimi che sembrano scariche elettriche, e il jumpstyle, una tecnica basata su salti ritmici e calci all’aria che richiede una coordinazione acrobatica estrema. È una danza che nasce dalla strada, dalla protesta e dal desiderio di liberazione giovanile.

Sotto i colpi di una musica aggressiva e martellante, i danzatori hanno abitato il limite estremo della resistenza fisica. E’ una frattura con il passato perché impone un linguaggio di strada nobilitato dal teatro, una velocità cinetica che rasenta l’esaurimento e che trasforma la poltrona in una barricata di rivolta. Questa rivolta non resta confinata sul palco, ma deborda in platea. Lo spettatore viene investito da una vibrazione che è allo stesso tempo acustica e muscolare: si percepisce il peso di ogni salto, il fiato corto della fatica, il sudore che si fa sostanza drammaturgica. Non c’è spazio per la distrazione; l’impatto visivo obbliga a una partecipazione viscerale, quasi brutale, che scuote le fondamenta del teatro.

Scegliere di acquisire in repertorio queste opere, grazie anche alla solidità produttiva difesa dal direttore generale Vincenzo Losito, significa per la compagnia rivendicare un ruolo di laboratorio vivente del futuro.  In questo spazio di ricerca, Equilibrio Dinamico trasforma il palcoscenico in una centrale elettrica di emozioni pure, dove non ci si limita a danzare, ma si sprigiona un’energia che investe chi guarda come un’onda d’urto. È un invito al pubblico a restare sveglio, a lasciarsi scuotere da una performance che non vuole spiegare il mondo, ma vuole farlo sentire in tutta la sua forza, senza filtri e senza sconti.

In questo senso, il lavoro di Equilibrio Dinamico sembra incarnare la celebre visione di Antonin Artaud, secondo cui l’arte deve essere una” peste”: un’esperienza che scardina le certezze, che obbliga il corpo a manifestarsi nella sua verità più nuda e che trasforma il palcoscenico in un luogo di metamorfosi necessaria.

Non si va a teatro per restare uguali a prima. L’energia sprigionata dai danzatori sotto le luci del Piccinni ci ricorda che “l’arte non deve essere un rifugio comodo, ma un incendio che ci costringe a sentirci vivi”.

In un’epoca dominata dal virtuale e dall’astratto, la scelta di Roberta Ferrara di puntare su una danza così fisica è un atto di resistenza: è il corpo che torna a reclamare il suo spazio, che urla la sua presenza attraverso il battito martellante dell’hardcore e l’esattezza chirurgica della” Tecnica”.

Cecilia Ranieri
Foto di @stefanosassophotography
dalla pagina Facebook della Compagnia

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