
Fino a poco tempo fa, Immacolata aveva due certezze: “nella vita le donne devono sapersi accontentare”, e poi: “lo scorfano è un pesce infame”.
Il primo caposaldo della sua esistenza è un mantra che le è stato ripetuto e istillato quotidianamente, fin da ragazzina, da sua madre e da sua nonna. Buona e tranquilla, con poche (e immediatamente sedate) ribellioni, ha camminato a testa bassa, ha soddisfatto aspettative familiari e sociali, si è adattata alle convenzioni imposte, ha represso ambizioni e desideri. La violenza psicologica è stata sottile e forse non del tutto consapevole: Immacolata è stata educata a sentimenti possibili e a comportamenti consoni all’ambiente in cui viveva.
Arrivata intorno ai trent’anni, cioè ad un’età prossima all’attribuzione del temutissimo ruolo di signorina grande (zitella, per i non autoctoni), ha “fortunatamente” sposato Tonino, detto Capadipesce, pescatore con un curioso tic e sprovvisto di parole; né bello, né affettuoso, ma utile a darle un ruolo riconoscibile e socialmente accettabile nella vita del suo piccolo paese del profondo sud.
Ma si diceva anche di un altro principio, e cioè che “lo scorfano è un pesce infame”. E in effetti proprio lui (in un modo assurdo e bislacco) ha reso Immacolata vedova smarrita e inconsolabile.

Comincia fuori dal palcoscenico, con le urla disperate per la morte del marito, come una perfetta prefica, il monologo di Elisabetta Aloia, Sfiorata la tragedia. Ma ci è scappato il morto! andato in scena al Teatro Van Westerhout di Mola di Bari, nell’ambito della ricca Stagione Teatrale 2025-26.
Il lamento straziato di Immacolata, i suoi abiti neri col velo pesante che le copre il volto: tutto è pienamente coerente con ciò che deve essere il dolore di una giovane donna rimasta sola in un paesino del Meridione: piange le virtù (vere o presunte) di Tonino, ripercorre la storia del loro incontro, la quotidianità della vita coniugale, le abitudini e le fissazioni, i silenzi e le disillusioni.
Ma accade anche, nel procedere del racconto, che quasi inconsapevolmente la donna ripercorra la sua vita, guardandola forse per la prima volta con occhi diversi, in una autorivelazione progressiva. Riaffiorano l’ironia e quel senso del ridicolo (evidentemente sopiti, ma non persi) che le permettono di vedere le cose nella loro verità e (talvolta) assurdità. Nasce una nuova consapevolezza, una forza gentile ma titanica, capace di farla ri-fiorire, ri-nascere, ri-vivere.

Immacolata non è una di quelle guerriere indomite che combattono sulle barricate per la loro libertà, ma ha custodito nel suo cuore il desiderio.
Immacolata si ripercorre e si riscopre, e ricomincia ad amarsi.
Nasce così la volontà ferma e decisa di non lasciarsi sfuggire un’occasione di felicità, il desiderio di percorrere una strada sconosciuta ma scelta liberamente e non imposta. Nasce il coraggio che le farà dire con fermezza (ma anche con dolcezza): “È la vita che passa e mi chiama, e io rispondo alla vita”.
I due mantra che la mente, la pelle e il cuore sembravano aver assorbito si sono dissolti: non sempre le donne devono sapersi accontentare e, soprattutto, non sempre lo scorfano è un pesce infame.
Proprio lui, che all’inizio del monologo è il destinatario dell’invettiva della donna velata e inconsolabile, nelle battute finali viene infatti riconosciuto quale strumento inconsapevole ma prezioso di una liberazione inattesa, e infine celebrato e ringraziato.

Elisabetta Aloia, non solo interprete ma anche autrice dello spettacolo, non è nuova a temi forti, importanti e delicati: la condizione della donna nel Mezzogiorno, l’emancipazione femminile, le pressioni e le discriminazioni sociali e psicologiche, e poi il riscatto e il coraggio del cambiamento.
Il suo è Teatro che denuncia, sollecita, scuote.
Sfiorata la tragedia. Ma ci è scappato il morto! si inserisce coerentemente in questo percorso di impegno sociale, ma gode anche del dono di una scrittura intensa e leggera, tragica e ironica (e autoironica), drammatica e sarcastica, assolutamente non verbosa.
È un soliloquio intimo, capace di raccontare un doloroso processo di liberazione con levità e tenerezza. Si ride, e tanto, con una risata a volte amara, altre volte liberatoria.
La Aloia ha la capacità di passare agevolmente da un registro all’altro, mantenendo un ritmo sostenuto dall’inizio alla fine. Un monologo non breve e piuttosto impegnativo, in cui la padronanza della scena è sempre forte.

Quando ringrazia il pubblico in sala, che applaude a lungo e con affetto, invita tutti a sostenere il lavoro dei giovani autori e attori locali e indipendenti, a dare loro spazi e occasioni.
Siamo d’accordo con lei, e auspichiamo una sempre maggiore attenzione ai talenti del territorio. Ma il nostro applauso, questa sera, è un gesto che semplicemente premia un bel testo, una messa in scena convincente, e soprattutto una professionalità e una passione che dal palcoscenico sono arrivate fino a noi, forti e palpabili.
Imma Covino
Foto di Lucia Ponte e Giuseppe Aversa