
La prima cosa che mi viene in mente è Franco Battiato: “Povera patria”. Solo che al posto di “patria” ormai metto “Bari”. Ascoltatela: troverete inquietanti analogie. Lui se la prendeva con i governanti romani, io invece con chi governa questa squadra e con chi va in campo e in panchina, perché qui non parliamo più di calcio ma di decadenza culturale, sportiva, emotiva.
Anche con Vivarini abbiamo visto il peggio del peggio. E guardate che non è semplice: riuscire a fare peggio del Bari di Caserta sembrava impresa titanica, quasi roba da tragedia greca. E invece loro, con una costanza degna di Kant, si impegnano quotidianamente nel peggiorare. Questa squadra oggi avrebbe difficoltà perfino contro le basse di Serie C e probabilmente rischierebbe pure la D. Il Catanzaro ha vinto in modalità epicurea: minimo sforzo, massimo risultato. Due golletti senza neanche infierire, perché sarebbe stato crudele umiliare una squadretta da Redentore come questo Bari. Bastava buttare una palla in area, tanto Nikolaou, Kassama, Vicari, Mané, Burgio, Meroni e compagnia bella hanno da tempo rinunciato all’idea di saltare. Un concetto semplice, elementare: la palla è alta, tu salti. E invece niente. Vergogna assoluta. Poi aggiungiamo Verreth, Braunoder, Gytkjær e Moncini, Cerri, Raro, Maggiore, presenti solo nelle distinte consegnate all’arbitro e assenti in campo. E dovrei anche fare finta di non vedere che uno dei “rinforzi” è stato Mané dal Team Altamura? Con tutto il rispetto per Altamura e per il povero ragazzo gettato nel Colosseo con i leoni pronti a divorarlo viso tra gli applausi della gente della Suburra, dei plebei e dei patrizi.
Il divario c’è stato eccome, ma non dettato dalla forza del Catanzaro quanto dalla decisione perentoria del Bari di non giocare. Sarebbe bastato il Giugliano di Capuano per vincere facile al San Nicola. Nessuno oggi è peggiore del Bari. Nemmeno il Pescara. Le altre, anche quando fanno ridere tecnicamente, almeno corrono, lottano, hanno dignità. Noi no. Noi siamo una centrifuga di “scappati di casa” incapaci perfino di fare solletico agli avversari. Una squadra che ormai ha trasformato il “San Nicola” in terra di conquista. Non si perde solo la partita: si perde dignità, identità, valore della maglia.
Il Catanzaro ha sfiorato l’80% di possesso. E meno male che si giocava a Bari, altrimenti arrivavano al 100%. Noi, niente: mai aggressivi, mai superiorità numerica, mai un segno di vita. Solo rassegnazione e impotenza. Un tiro di Rao (delusione enorme, entra in campo come uno che deve partecipare a un pic-nic, non a una battaglia) sferrato più per rabbia ed inerzia che con convinzione peraltro terminato dieci metri sopra la traversa, e uno di Bellomo, paradossalmente il meno peggio, centrale parato con facilità dal portiere avversario, tra i fischi sacrosanti di una tifoseria ferita. Fine del repertorio.
È una squadra che andrebbe rifondata dalle fondamenta, ma a gennaio sul mercato non trovi campioni: trovi convalescenti, reduci, gente che ha bisogno di un mese prima di camminare e altri due per farsi male di nuovo. Film già visti. Speriamo in Magalini? Sì, speriamo. Ma non illudiamoci: servirebbe un mercato da dieci. E con i De Laurentiis il concetto di “mercato da dieci” appartiene più alla metafisica che alla realtà.
Intanto il pubblico si spegne, lo stadio si svuota. Paradossalmente in Serie D c’era più entusiasmo e, triste dirlo, forse anche più qualità. Qui, oltre a Cerofolini, Dikmann e, con qualche ragionevole riserva, a Moncini, il resto può tranquillamente accomodarsi fuori. Ma al posto di chi? E soprattutto: chi verrebbe in una piazza così depressa? Senza aspettative se non quella, con ogni probabilità, di retrocedere? Qui servirebbe gente pronta alle battaglie, non anime vaganti.
Questa stagione è una Via Crucis senza luce. Il Bari oggi non sembra appartenere alla Serie B, non tanto perché sia meno dotato, ma perché gli manca anima, sangue, appartenenza. Polito le sapeva fare le squadre, bisogna ammetterlo anche a denti stretti. Qui invece c’è gente che non corre, non lotta, non suda, non si vergogna neanche un po’. E allora sì, alla fine Battiato aveva ragione: “Povera Bari”. Ma qui la musica non è poesia: è una marcia funebre.
Prepariamoci al bis con l’Avellino. Prepariamoci al peggio, cari amici.
Buon Natale
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari