
“Tutto ha inizio sempre da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi. La vita è un giuoco, e questo giuoco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede.” (Eduardo De Filippo)
“Eduardo, mio padre, credeva nella parola e in quel teatro capace di farla vivere, di renderla concreta in scena affascinando il pubblico con la sua poesia. Il suo teatro, come ha spiegato lui stesso, trovava del resto spesso aiuto proprio nell’intuizione della scrittura poetica. Dalla simbologia e la sintesi di un verso poteva nascere la soluzione per sviluppare una scena che sul momento non riusciva a risolvere, dall’immediatezza di quel genere di lavoro poteva anche uscire un tipo di linguaggio, un modo di esprimersi necessario per costruire un personaggio.” (Luca De Filippo)

Anno 2015. Luca De Filippo dirige ed interpreta “Non ti pago”, riprendendo la famosissima commedia scritta da Eduardo nel 1940 e messa in scena per la prima volta dalla Compagnia “Teatro Umoristico I De Filippo” con protagonisti lo stesso Eduardo ed il fratello Peppino. Quando la Compagnia arriva a Milano, Luca, che naturalmente si era riservato il ruolo principale che era stato di papà Eduardo, annuncia di doversi operare per una discopatia e si fa sostituire da Gianfelice Imparato. Le repliche milanesi vengono salutate da un successo strepitoso: sembra quasi – dirà più di un osservatore – che il pubblico abbia compreso che ci sia una patologia più grave di quella dichiarata e voglia far arrivare il suo applauso sino al letto di degenza di Luca, lì dove sta combattendo la sua battaglia più dura. Il 27 novembre, alla penultima replica, con lo Strehler straripante ed osannante come non mai, Luca ci lasciava tutti orfani della sua immensa Arte: se mi è concessa una breve digressione personale, ricordo ancora di essere stato catturato da un pianto irrefrenabile mentre rileggevo le ultime splendide parole che aveva destinato ai suoi allievi e le povere mie che gli avevo dedicato allorquando ero stato fortunato spettatore delle sue magnifiche opere teatrali.

Anno 2025. Carolina Rosi, magnifica attrice, figlia del grande Francesco Rosi, compagna di vita e d’arte di Luca, in questo decennio incessantemente impegnatasi nel divulgare la grande eredità raccolta, decide di riprenderne fedelmente l’ultima regia per “omaggiare Luca e, soprattutto, restituirlo al suo pubblico e ai giovani spettatori che non hanno avuto la possibilità di vederlo in teatro”. Così, sul palco del Teatro Piccinni di Bari, nell’ambito dell’annuale Stagione di Prosa, con tante repliche tutte sold out, è tornata a rivivere la notissima vicenda umana di Ferdinando Quagliulo, proprietario di bancolotto, ereditato da suo padre defunto, ed esso stesso giocatore di grosse somme su numeri dettati da sogni e visioni, cui la fortuna non arride, al contrario di quanto faccia la Dea bendata con il suo dipendente, spasimante ricambiato della sua unica figlia, Mario Bertolini, residente nel vecchio appartamento della famiglia Quagliulo, che sfacciatamente inanella vincite su vincite, sino al colpo grosso della quaterna secca che asserisce essergli stata suggerita in sogno proprio dal padre del suo datore di lavoro, dichiarazione che susciterà le ire di Ferdinando, che si rifiuterà di pagare la cartella sostenendo un improbabile errore (sovr)umano compiuto dal defunto, che ha scambiato il giovane per il proprio erede, confidandogli i numeri vincenti. Vedendosi contraddetto da tutti, avvocato e parroco in testa, Ferdinando capitolerà e renderà il biglietto a Mario, ma non prima di aver fatto ricorso all’autorità sovrannaturale ed avergli lanciato un anatema (espediente assente nella prima versione della commedia ed aggiunto al copione solo a seguito dell’omonimo film del 1942 firmato da Carlo Ludovico Bragaglia) affidandolo alle ‘cure’ del defunto genitore; confermando l’adagio secondo cui “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, la maledizione si rivelerà sì efficace nel colpire il povero Mario che lo stesso si vedrà costretto a riconsegnare la vincita a Quagliulo, che infine saggiamente la utilizzerà integralmente per dotare di dote la figlia prima di farla convolare a nozze con il ‘graziato’ Bertolini.

L’attenzione di Eduardo, come gli accadeva spessissimo soprattutto nelle sue prime opere (si pensi ad altri capolavori come “Natale in casa Cupiello” o, su tutti, “Napoli milionaria”), è rivolta al mondo partenopeo, che il grande drammaturgo sembra schernire ma senza malevolenza, anzi manifestando la sua comprensione al protagonista, immortalato nell’attimo della decisione, senza spiegarne mai sino in fondo l’interno volere e, soprattutto, senza emettere giudizi sul suo operato; soprattutto in questa farsa che egli stesso definì “la più tragica che avesse mai scritto”, Eduardo, ancora una volta meditando sull’esile distinzione tra realtà ed illusione, metteva alla berlina quella ricerca di una rivincita, di un riscatto, di una nuova vita sventuratamente alimentata al fuoco del fatalismo e della superstizione.

La straordinaria sensibilità di Luca, capace di catturare la parola eduardiana e di farla vivere trasformandola in poesia per immagini, ce ne consegnò una versione memorabile, originale seppur calata nella tradizione, che faceva rivivere il capolavoro dell’illustre genitore attribuendogli nuova linfa, sottolineando il rapporto conflittuale non solo tra i due protagonisti ma anche e soprattutto tra due generazioni: il suo Don Ferdinando è un leone vecchio e ferito che vede (o crede di vedere) il suo branco (moglie e figlia) abbandonarlo per assecondare l’arrivo del nuovo giovine capo ed ingaggia una battaglia senza esclusione di colpi, in cui anche il ricorso all’Aldilà è concesso; solo quando avrà riconquistato il suo ruolo, saprà perdonare l’antagonista e le ‘fedifraghe’ rappacificandosi con il suo mondo, salvo minacciare di rimettere tutto nelle mani della giustizia ultraterrena in caso di nuova ‘rivoluzione’.

Carolina Rosi, splendida fautrice, come detto, dell’intera operazione e magnifica interprete nel ruolo della moglie Concetta, altera e popolana nello stesso preciso istante e sempre – sempre! – profondamente immersa in una recitazione che non conosce altro che la perfezione, per omaggiare le indimenticabili interpretazioni degli illustri predecessori ha convocato Salvo Ficarra, scommettendo sulla star sicula alla sua prima prova nel teatro di tradizione: ebbene, possiamo senza dubbio affermare, in stile con la commedia, che la puntata, la giocata che, in origine, poteva sembrare rischiosa, se non azzardata, ha prodotto una vincita milionaria, al pari di quella del giovane protagonista antagonista, che qui ha le disinvolte sembianze del bravo Andrea Cioffi, al punto che Ficarra (momentaneamente orfano del complice Valentino Picone) risulta credibilissimo nel ruolo assegnatogli, rivelando un crescendo di intensità interpretativa davvero emozionante che lascia attoniti per l’assoluta credibilità, e, ça va sans dire, divertentissimo, soprattutto nei duetti con i sublimi Nicola Di Pinto, un Aglietiello memorabile, Marcello Romolo, un Don Raffaele da antologia, e Mario Porfito, un avvocato oltremodo ‘appiccicoso’, a cui non possono non aggiungersi Carmen Annibale, la figlia Stella, Viola Forestiero, una vivace Margherita, Vincenzo Castellone e Federica Altamura, i fratelli Frungillo, e Paola Fulciniti, in doppio ruolo. Completano il successo della produzione Gli Ipocriti Melina Balsamo / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, le scene firmate da Gianmaurizio Fercioni, i costumi di Silvia Polidori, le luci di Salvatore Palladino e, soprattutto, le musiche del Maestro Nicola Piovani, che donano alla pièce la giusta aura di magia, che cattura ancor prima che il sipario si alzi e non abbandona nemmeno una volta che si è sortiti dalla sala.
Pasquale Attolico
Foto di Salvatore Pastore
dal sito del Teatro di Napoli