
Proviamo a mettere ordine, come si fa dopo una lunga notte insonne, quando la stanchezza è tale che perfino il caos ha bisogno di una cronologia per essere raccontato.
Tutto, dunque, comincia prima di Bolzano. Comincia da Pescara. Anzi, forse ancora prima con prestazioni imbarazzanti e quelle tre vittorie per le quali ancora non riesco a capire come sia potuto accadere. Ma fermiamoci lì, alla gara col Pescara, per non smarrire del tutto il filo. Contro gli abruzzesi, fanalini di coda, in dieci uomini per oltre un’ora, difesa colabrodo, Bari in undici: una di quelle partite che nel calcio normale finiscono con una vittoria quasi burocratica. E invece no. Pareggio. Senza mordente, senza coraggio, con quella sensazione fastidiosa di occasione buttata che resta addosso come un vestito umido. Già lì era chiaro: questo Bari non solo non sa vincere, ma non sa nemmeno come si faccia a provarci davvero. Un pareggio dal retrogusto di sconfitta, perché – come sanno anche i poeti e i filosofi – non tutti i pareggi sono uguali.
Poi arriva Bolzano. Il Druso. Le Dolomiti sullo sfondo, lo speck, i canederli, lo strudel, le mele, i wurstel coi crauti, la birra alla spina e le malghe. Un contesto quasi idilliaco, se non fosse che in campo va in scena l’ennesimo spettacolo imbarazzante della stagione. Il Sudtirol è terzultimo, resta anch’esso, come il Pescara, in dieci uomini, eppure non va mai in affanno. Si difende con ordine, serenità, quasi con gusto. Il Bari, invece, sembra rimasto in hotel o forse isolato in una malga dolomitica, forse davvero a fare colazione lunga, di quelle che ti riconciliano con la vita ma ti fanno dimenticare che poi c’è una partita da giocare.
Un’ora abbondante in superiorità numerica senza mai dare l’impressione di voler vincere. Mille passaggi orizzontali, un possesso palla sterile, autoreferenziale, narcisistico. Nessuna idea, nessuna accelerazione, nessun rischio. Se col Pescara, confusamente, si era intravista una timida reazione, a Bolzano no: trance, ipnosi, vuoto pneumatico. Solo Rao, nel secondo tempo, prova a tirare in porta. Uno. Uno solo e unico tiro nella porta nel corso dei 90 minuti, salvo le due opportunità di Moncini e Gytkjaer di testa nel primo tempo. Il resto è noia pura.
E qui viene spontaneo scomodare Alberto Moravia, che ne “La noia” scriveva: «La noia è la malattia degli oggetti che si logorano e non servono più». Ecco, questo Bari sembra esattamente così: una squadra che non serve più a nulla, che non produce emozione, che non genera conflitto, che non crea senso. Una noia così profonda da competere, per intensità, con quella letteraria.
Il cambio in panchina, con l’arrivo di Vivarini, doveva essere una scossa. Finora ha prodotto tre pareggi consecutivi ed una scoppola umiliante ad Empoli che farà riscrivere la storia del calcio, tre punti in quattro partite. Un passo avanti? Non dimentichiamo che Vivarini, nella sua precedente avventura a Bari, conseguì il record di pareggi e di imbattibilità, ma si era in C e soprattutto aveva a disposizione una squadra, niente di che, ma una “squadra” viva. Forse i tre punti vanno bene per la classifica, che si muove lentamente, come una lancetta inceppata. Ma il giudizio no, quello resta immobile. Perché i difetti strutturali non sono cambiati: ritmi bassi, difficoltà cronica nell’impostare l’azione, una valanga di errori tecnici, incapacità quasi totale di creare occasioni da gol. Un Bari che non morde, che ha paura perfino di osare.
E allora viene da chiedersi: cosa passa nella testa di questi giocatori? Domanda legittima, ma senza risposta. Di certo manca un leader nello spogliatoio, manca l’anima, manca il coraggio. L’encefalogramma è piatto. E una squadra così, semplicemente, non può pensare di vincere con continuità. È utopia. Il Bari di Giulio Corsini era simile.
C’è anche un dato quasi surreale che accompagna questa stagione: un Bari capace di vincere tre partite con due tiri e mezzo in porta, subendo caterve di conclusioni dagli avversari, e allo stesso tempo incapace di vincere in superiorità numerica contro chiunque. Mai visto nulla di simile. Nemmeno nei campionati minori, dove magari il tasso tecnico è basso ma almeno ci sono sudore, fame, cattiveria. Qui no. Qui si gioca al possesso palla fine a se stesso, come se il calcio fosse un esercizio di stile e non uno sport che prevede, banalmente, di tirare in porta.
Gli esterni, emblema perfetto di questo smarrimento, sono impresentabili (sì, impresentabili è il termine giusto). Antonucci e Partipilo sembrano tutto fuorché calciatori: il primo che invece di calciare prende a calci un avversario, il secondo che entra in campo, si fa ammonire dopo cinque secondi e poi prova goffamente a saltare l’uomo, con esiti imbarazzanti. Patetici? No, diciamo desolanti, che rende meglio l’idea. Dorval, improvvisamente rigeneratosi in vista del mercato, almeno ci prova, ma non può essere lui, da solo, a cambiare il destino di una squadra.
E allora il pensiero corre inevitabilmente al futuro prossimo: Catanzaro e Avellino all’orizzonte. Due partite che, viste le premesse, fanno più paura che speranza. È facile immaginare trenta tiri subiti a partita, qualche gol inevitabile incassato e la solita sensazione di impotenza. Perché la fortuna – che pure ha assistito il Bari in diverse occasioni – non è una compagna fedele. Prima o poi presenta il conto.
Il Bari, oggi, assomiglia terribilmente al “Nulla” de *La storia infinita* di Michael Ende ben trasportato anche nel cinema . Quel Nulla che non distrugge con violenza, ma cancella lentamente, svuota di senso, consuma dall’interno. Nel romanzo, il Nulla avanza quando gli uomini smettono di sognare, quando perdono speranza e immaginazione. Nel film anche. Qui accade qualcosa di simile: una squadra che non crede più in se stessa, che non immagina nemmeno la vittoria.
E il mercato? È alle porte, certo. Ma con quali soldi? E con quali idee? Si parla di repulisti, e i nomi sono sempre gli stessi: Vicari, Partipilo, Antonucci, Verreth, Cerri, Gytkjaer (gol e tutto), Bellomo, Nikolaou, Maggiore, Pagano, Rao, e poi Mavraj e Kassama che non garantiscono ancora sicurezze. Dieci, forse dodici giocatori da cui liberarsi. E poi? Chi sarà così ingenuo da cedere giocatori pronti, forti, utili, e soprattutto sani, a un Bari senza risorse? E con Magalini, principale responsabile di questo disastro tecnico, ancora al suo posto? E basta, per favore, con le commedie davanti ai microfoni attraverso il quale ci si affida al “lavoro, lavoro e lavoro” come unica medicina per uscire dal tunnel della sconfidenza. Basta, non se ne può più. Non hanno capito che devono levar le tende. E andarsene tutti. Indistintamente. Però: già, c’è un però o se preferite un “ma”: a gennaio, nell’era De Laurentiis, l’unico vero valore aggiunto è stato Maita. E parliamo di Maita, non di Pulisic. Il resto è stato, sostanzialmente, zero assoluto.
Dopo tre pareggi consecutivi, con due gare casalinghe in arrivo, il quadro è ambiguo: da un lato la classifica non precipita, dall’altro l’impressione è quella di una squadra ferma, inchiodata a una mediocrità che sa di condanna. Non si riesce a immaginare un futuro migliore perché mancano le certezze, mancano i segnali, manca tutto. Verrebbe, ottimisticamente da pensare a Ovidio e alla sua celebre frase scolpita nell’opera “Amores”: “Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim: saepe tulit lassis sucus amarus opem», ovvero «Sopporta e resisti! Un giorno questo dolore ti sarà utile: spesso una medicina amara porta giovamento al malato»: ma con quali basi?
Resta solo un senso di vuoto. Esistenziale, prima ancora che sportivo. Un vuoto che richiama alla mente il pessimismo di Emil Cioran, quando scriveva: «Non c’è nulla di più stancante che essere costretti a sperare». Ecco, tifare questo Bari oggi è esattamente questo: una stanchezza profonda, mista a rabbia, noia e imbarazzo. E la paura concreta che questa stagione, se non cambia qualcosa in modo radicale, possa trasformarsi in un lungo, estenuante calvario
De hoc satis.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari