
Il Duke Jazz Club di Bari non si smentisce mai. Sul palco solo musicisti straordinari. E questo capita anche se, come in questo caso, gli artisti non arrivano da tanto lontano. Per presentare il loro progetto, “Hard Bop Stories”, quattro musicisti “di casa”, ma con un talento fuori dal comune. Al sax tenore Gianfranco Menzella, alla tromba e flicorno Fabrizio Gaudino, all’organo Hammond Vito Di Modugno e Dario Riccardo alla batteria.

Solo 5 giorni prima lo stesso progetto era stato presentato presso la Libreria Roma per la rassegna “Imprinting music – Il Jazz in Libreria”: una deliziosa rassegna che propone, la domenica mattina, dei concerti sempre molto curati, utilizzando spazi che solitamente, a quell’ora, resterebbero chiusi. Riascoltarli dopo pochissimo tempo è stata un’occasione per fare un ripasso su alcuni brani (e su alcuni autori) tra i più rappresentativi di questo filone musicale. Ed inoltre, mentre la front line è rimasta invariata, Vito Di Modugno ha sostituito Alberto Gurrisi e Dario Riccardo ha suonato al posto di Pasquale Fiore.

Di Gianfranco Menzella e Fabrizio Gaudino c’è poco da aggiungere rispetto a quanto già relazionato il 30 novembre su queste pagine. Due musicisti davvero straordinari, sempre pronti a regalare all’ascoltatore una cascata di note che non possono lasciarti indifferente. Ma anche Vito Di Modugno, come suo solito, è stato capace di fornire ai due fiati un supporto davvero speciale. In passato, qualche rivista specializzata americana aveva avuto il coraggio di definirlo il migliore musicista al mondo del suo strumento e devo dire che con il tempo, diventa sempre più entusiasmante. Ma anche Dario Riccardo, il più giovane del gruppo, ha acquisito una padronanza ritmica invidiabile, estremamente adatta al contesto. Non importa se in tempi così ravvicinati abbiamo ascoltato lo stesso progetto. Sono musicisti che meritano di essere apprezzati ogni giorno, specie in questo periodo non felice per tutta la città di Bari. L’assenza di Guido si avverte, nonostante lo straordinario impegno di Francesca Leone ad accogliere tutti noi in questo luogo che continuerà, per tutto il pubblico, ad essere legato al suo ricordo. E i musicisti presenti sul palco, siamo stati abituati a vederli come fratelli di Guido o come figli (a seconda dell’età di ciascuno).

L’hard bop è uno stile jazz sviluppatosi alla fine degli anni ’50 come evoluzione diretta del bebop, mantenendone la complessità ritmica e armonica, ma introducendo influenze più “dure” e radicate nelle tradizioni blues e gospel, nonché elementi di altri generi come il cool jazz e il latin jazz. Geograficamente parlando, non è attribuibile ad una zona in particolare, ma si è sviluppato tra east cost e west coast degli Stati Uniti, tra la California e New York. Tra gli esponenti principali possiamo ricordare Jacky McLean, Sonny Rollins, John Coltrane, Max Roach, Cannonball Adderly, Art Blakey, Horace Silver, ma i fautori di questo stile musicale sono tantissimi.

Tra i due concerti non sono mancate di certo le variazioni sul tema, e non solo sull’ordine di presentazione dei brani. Alcuni brani sono stati riproposti, ma la presenza di Vito di Modugno ha dato una nuova veste a tutti. Altri brani invece non erano presenti nella precedente scaletta. Il primo brano (Lotus blossom) di Kenny Dorham ci ha fatto entrare immediatamente nel clima della serata, per poi passare a un brano di Phil Woods (Mitch). Ancora Kenny Dorham per il terzo brano, con “Short Story”. La prima parte del concerto si è conclusa con un brano del trombettista Tom Harrell (Sail Away) e del contrabbassista Sam Jones (Before You).

La seconda parte del concerto si è aperta con un brano di Woody Shaw dal titolo “Sweet love of mine”, per poi riproporre altri brani di Horace Silver (Barbara), una bella versione (con arrangiamento del tutto originale) di “Body and Soul”, e un ulteriore brano di Ton Harrell (On the roof). Lìultimo brano è stato attinto dal repertorio di Woody Shaw, con “The Moontrane”.
E come nelle migliori tradizioni, per il bis finale è stato invitato anche Alberto Di Leone a condividere il palco con gli altri musicisti.. In questo modo la front line è diventata irresistibile nell’esecuzione del brano “The preacher” di Horace Silver.

Davvero un concerto straordinario. Non posso dire che la riuscita del concerto sia attribuibile alle doti di un musicista in particolare. Tutti e quattro sono stati straordinari, sia nei momenti corali sia nei momenti in cui ogni singolo musicista h saputo esprimere al meglio la sua tecnica e le sue doti improvvisative. Del resto, questo stile musicale, l’Hard Bop, diventa davvero inarrestabile. Ti coinvolge e ti trascina in modo frenetico. Non a caso è questo il periodo in cui il jazz ha spopolato. Segna un ritorno alle radici afroamericane del jazz, integrando elementi di blues e gospel, che il Bebop aveva in parte messo in ombra. Permette ai solisti di esprimere la propria individualità attraverso improvvisazioni più personali, ma con una maggiore connessione al ritmo e alla melodia.

Ora più che mai, per palese volontà di Guido, il Duke non si deve fermare e continuare ad andare avanti. E questo può essere possibile grazie a musicisti di tale caratura, cha sanno davvero fare la differenza. Bene così. E sempre grazie più che mai a Francesca Leone per il modo in cui ha dimostrato di voler mandare avanti la programmazione con la massima determinazione. Tutto il pubblico vorrà sempre sostenerti. Grazie.
Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro